Giù le mani dalla Basilicata

Mercoledì 4 giugno manifestazione di comitati, associazioni e cittadini contro la “filiera della morte e la democrazia nera il Basilicata”. Appuntamento a Potenza, sotto la sede della Regione, a partire dalle 11:00. Scopri tutte le adesioni.

Il 4 giugno nella sede della Regione Basilicata è stato convocato un nuovo incontro tra il governatore lucano, Marcello Pittella, e il ministro allo Sviluppo economico, Federica Guidi, a seguito della riunione tenutasi a Roma lo scorso 21 maggio. Al centro della discussione c’è una nuova trattativa con il Governo centrale per l’aumento delle estrazioni di petrolio e di gas. Dopo i fallimenti del vecchio Memorandum datato 2011 e le disillusioni del tetto non valicabile di 50 milioni di euro stabiliti dal “Nuovo Memorandum”, ed offerti a settembre scorso dall’ex ministro allo Sviluppo economico, Flavio Zanonato, il presidente della Regione Basilicata, Marcello Pittella, chiede di arrivare a raggranellare dai 200 ai 300 milioni di euro all’anno per infrastrutture e posti di lavoro, con l’attesa stimata tra i 4,5 ed i 6 miliardi nell’arco di venti anni. Il tema resta, quindi, il raddoppio delle estrazioni in Basilicata, che già concorre all’80% del volume estrattivo complessivo italiano.

L’attuale ministro allo Sviluppo economico, Federica Guidi, presiederà all’istituzione di un tavolo permanente sul petrolio con Governo, Regione, forze datoriali, sociali e politiche del territorio, incentrato su 4 questioni: 1) la “rinegoziazione delle intese con le compagnie petrolifere”; 2) il decreto attuativo del fondo previsto dal Memorandum tra Stato e Regione del 2011; 3) la card benzina e 4) l’esclusione delle royalty dal patto di stabilità.

Il governatore lucano ribadisce l’intenzione di elargire il 3% di royalty – in passato destinate alla card benzina per i lucani – all’”emergenza”: ad interventi di inclusione sociale, alle politiche attive del lavoro ed al dissesto idrogeologico. In realtà egli ridisegna un modello privatistico di gestione del welfare lucano, dipendente appieno dal petrolio. L’università, pezzi di sanità e di servizi di manutenzione attestano la funzione sostitutiva della gestione del patrimonio energetico. Inutilmente il governatore si sbraccia invocando parsimonia e rispetto ambientale nell’utilizzo della “risorsa” energetica. Anche Marcello Pittella – come il suo predecessore Vito De Filippo – risulta “perdente”, dopo il doppio schiaffo che la Regione Basilicata ha ricevuto dalle sentenze in sequenza della Corte Costituzionale (2013) in materia di legittimità all’esercizio della limitazione del consumo di territorio (la cosiddetta “moratoria bluff”) e dell’articolo 35 del decreto “Sviluppo Italia” del 2012. Con lo sfruttamento delle concessioni già in capo alle compagnie che operano nella nostra regione, con l’entrata in produzione dei nuovi pozzi Total di Tempa Rossa per una produzione a regime di 50 mila barili/giorno, autorizzando così l’Eni a passare dagli attuali 80-85 mila barili/giorno a circa 130 mila barili/giorno – in forza di un ulteriore aumento di 25 mila barili rispetto alle quantità già autorizzate con gli accordi del 1998 – si estrarranno 100 mila barili di petrolio in più ogni giorno. Pittella insegue il Memorandum e l’articolo 16 del cosiddetto Decreto per le Liberalizzazioni del 24/01/2012, attendendosi che dei 30 miliardi virtuali previsti – il 15-20% (quindi tra i 4,5 e i 6 miliardi di euro complessivi) – sarebbero destinati alla Regione per finanziare, attraverso un fondo, interventi in materia di Ambiente, Infrastrutture, Occupazione e Formazione.

La capacità di estrazione giornaliera di barili di petrolio in Basilicata viene spinta dai pescecani di Federpetroli e dai loro numerosi accoliti sempre più avanti, finanche a 200 mila barili al giorno. È questo il virtuoso esercizio di tutela del territorio di cui si parla? Dove saranno “lavati” tutti i reflui derivanti dal raddoppio delle estrazioni? Il loro smaltimento è da ritenersi sostenibile, considerando la compromissione delle matrici ambientali già abbondantemente in atto, anche in quella Valbasento diventata destinataria degli scarti derivanti dalle estrazioni? Ecco perché, mentre proseguono le indagini dell’Antimafia sull’operato dei vertici di Eni, Confindustria, Tecnoparco, è diventato sempre più difficile poter nominare la parola “inquinamento” legata al ciclo dello smaltimento reflui estrattivi (ad oggi sono ben 5 i giornalisti e gli ambientalisti formalmente diffidati a rispondere di tale reato e minacciati di pagare in solido cifre stratosferiche). Chi ci amministra non può continuare a ragionare nell’ottica delle royalty.

Ad oggi, non abbiamo una mappa credibile dell’incidenza effettiva su acqua, suolo, aria, di circa venti anni di attività estrattive; il registro tumori è fermo al 2007 e ci si avvale di dati comparati e del lavoro empirico svolto da medici di base sul territorio. La pubblicazione delle analisi dell’acqua al rubinetto dei privati, in numerosi paesi, e di terreni non più destinabili al ciclo alimentare ha creato soltanto depistaggi e criminalizzazione, mai un confronto serio e credibile.

Che fine ha fatto in questa Regione ed in questo Paese il rispetto della Costituzione? È sufficiente leggere il Disegno di Legge di revisione costituzionale, approvato il 31 Marzo scorso in Consiglio dei Ministri, per capirlo. Se dal 2001 l’autonomia degli Enti locali non doveva dipendere più dalla legge dello Stato, bensì dalla Costituzione; se gli Enti locali avevano la possibilità di definire da soli statuto, poteri, funzioni, contemperando la propria autonomia con le competenze attribuite allo Stato con l’art. 117, il Governo Renzi tenta ora di far rientrare dalla finestra quello che si era voluto far uscire dalla porta: infatti, il Disegno di Legge costituzionale prevede di affidare al Parlamento la competenza ad intervenire pienamente in materia di ordinamento locale. Ciò significa ridurre di molto l’autonomia costituzionale degli Enti locali, fino a giungere a vanificarla del tutto.Sul fronte delle relazioni tra Stato e Regioni, il nuovo riparto delle competenze legislative previsto dal Disegno di Legge attribuisce nuove materie in capo allo Stato: riconfermando nelle mani dello Stato ambiente ed ecosistema, l’art. 117 della Costituzione affida al Parlamento anche la competenza esclusiva sui beni culturali e paesaggistici; sulle norme generali riguardanti le attività culturali; sul turismo; sull’ordinamento sportivo; sulla produzione; sul trasporto e la distribuzione nazionali dell’energia; sulle norme generali riguardanti il governo del territorio e sulle infrastrutture strategiche. Mettendo insieme “materie” ben distinte, si comprende chiaramente come l’obiettivo perseguito dal Governo sia quello di dare il via libera alla realizzazione delle cosiddette “grandi opere”, a partire da quelle più controverse e contestate, soprattutto dalle collettività locali. Si pensi al MUOS in Sicilia, così come al trasporto ad alta velocità; ai mega impianti del solare termodinamico; alla selva di parchi eolici; alle concessioni petrolifere o agli stoccaggi di gas. Lo Stato vuole evitare che le Regioni possano legiferare su importanti materie, facendo così saltare le garanzie che la Corte costituzionale aveva individuato in favore delle autonomie territoriali. E’ importante, a tal proposito, considerare la materia energetica. Sebbene la riforma costituzionale del 2001 abbia attribuito la materia energetica alla competenza concorrente dello Stato (chiamato a stabilire i principi fondamentali) e della Regione (chiamata a disciplinare il dettaglio), la Corte costituzionale ha da tempo sostenuto che lo Stato possa sì disciplinare per intero la materia energetica in presenza di interessi di carattere unitario, ma a condizione che alle Regioni sia lasciata la possibilità di esprimersi sulle scelte energetiche effettuate a Roma attraverso lo strumento dell’intesa. Con il Disegno di Legge di revisione costituzionale questa (implicita) garanzia verrà meno: l’intesa della Regione, infatti, si configura come una sorta di compensazione per la “perdita” di competenza dovuta alla decisione dello Stato di attrarre a sé ogni facoltà sulla materia energetica. Secondo la Costituzione, la competenza sull’energia è dello Stato e della Regione ad un tempo; tuttavia, esigenze di carattere unitario – collegate a ragioni di politica economica nazionale – impongono che solo lo Stato provveda in materia. Questa decisione, perché possa ritenersi legittima, impone che le Regioni (ed anche gli Enti locali) siano coinvolti nei processi decisionali. Se passasse il pacchetto delle riforme, tale coinvolgimento non sarà più costituzionalmente necessario. Inoltre, il testo del Governo stabilisce che “su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie o funzioni non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica della Repubblica o lo renda necessario la realizzazione di programmi o di riforme economico-sociali di interesse nazionale”.

In questo modo nessuna delle materie di competenza regionale resterà immune dall’intervento statale.Lo Stato potrà intervenire sempre, in ogni momento, solo perché magari il Governo avrà valutato che l’esercizio della competenza legislativa della Regione può in qualche modo compromettere la realizzazione di taluni (non meglio precisati) “programmi”.Non solo le popolazioni locali stanno subendo un ulteriore attacco ai livelli minimi di partecipazione e controllo democratico dal basso, attraverso un processo di vera e propria espropriazione costituzionale, ma la centralizzazione di stampo autoritario in atto si fa garante degli interessi dei grandi monopoli, nascondendo all’opinione pubblica informazioni vitali utili alla salvaguardia della salute e della vita stessa!

Pur di salvaguardare gli equilibri politici ed economici delle lobby degli idrocarburi, si esercitano forti pressioni per non far pubblicare un articolo e per screditare l’operato degli scienziati. È il caso del giornalista della rivista americana “Science”, Edwin Cartlidge, autore dell’articolo “Human Activity May Have Triggered Fatal Italian Earthquakes“, che per primo ha rivelato l’esistenza del Rapporto del gruppo di esperti (Commissione Internazionale Ichese) sul possibile nesso tra le attività estrattive negli impianti di Cavone (Modena) ed i terremoti di Maggio 2012 in Emilia Romagna. Già da febbraio 2014, il documento era stato depositato sulle scrivanie della Regione Emilia Romagna, ma è stato reso pubblico solo dopo l’articolo della rivista americana, considerata una delle più autorevoli nel mondo scientifico. A far discutere è proprio l’esito di quel report, nel quale la commissione tecnico-scientifica non è stata in grado di escludere l’ipotesi di una correlazione tra trivelle e fenomeni sismici, pur specificando che “da sole le trivellazioni non possono aver provocato un sisma di tali dimensioni”.

Quando i risultati di una commissione internazionale di tutto rispetto non vengono ritenuti compatibili con gli interessi dominanti (in questo caso i monopoli estrattivi e la politica della Strategia Energetica Nazionale in Italia), presidenti di regione e ministri parlano di “errori scientifici”. Tra l’altro, nel rapporto si legge che le scosse “hanno dimostrato una significativa tendenza a verificarsi” in concomitanza dell’aumento di produttività nel sito e che “il processo sismico di maggio-giugno 2012 è statisticamente correlato con le attività di Cavone”. Per quanto riguarda i parametri di produzione, l’estrazione di petrolio e di gas ed i volumi di acqua immessi a forte pressione nel sottosuolo, pare che una correlazione con l’aumento delle attività sismiche ci sia, anche se non si sa precisamente quanto tale nesso sia forte.

Se sono bastate polemiche generate dalle conclusioni del Rapporto Ichese perché la Regione Emilia Romagna dichiarasse di voler sospendere ogni nuova autorizzazione alla ricerca di idrocarburi e la Regione Lombardia sospendesse ulteriori autorizzazioni per lo stoccaggio di gas, è arrivato il momento di pretendere che il Ministero dello Sviluppo Economico revochi anche i permessi a trivellare già concessi, quantomeno in applicazione del principio di precauzione.Già in passato si sono verificati terremoti che la scienza ha correlato all’attività antropica, come ad esempio quelli legati alla costruzione di dighe o all’attività mineraria. Se fosse provato che le attività di Cavone hanno causato i terremoti dell’Emilia (provocando, tra l’altro, 27 morti), saremmo di fronte ad un importante precedente a livello internazionale.

Il caotico processo di industrializzazione del dopoguerra, la politica dei petrolchimici (soprattutto al Sud), hanno fatto prevalere la logica del profitto a tutti i costi rispetto a quella della prevenzione e dell’applicazione del principio di precauzione. L’impatto della relazione della Commissione Ichese sulle politiche energetiche del Paese e sulla sua produzione energetica potrebbe essere devastante qualora si consentisse una campagna di informazione e discussione “vera”, partecipata ed approfondita, soprattutto perché si rischierebbe di creare delle crepe nel grande recinto invisibile che tiene prigionieri ed ostaggi centinaia di migliaia di ricercatori e scienziati, che da dipendenti del “modello unico” neoliberista potrebbero passare al servizio del bene comune.È lo stesso premio nobel per l’economia Paul Krugman ad affermare, in questi giorni, che i grandi monopoli energetici impediscono con tutti i mezzi la possibilità di fare un decisivo salto di qualità verso la riproduzione energetica da rinnovabili pulite, dati anche i bassi costi raggiunti nel rapporto tecnico qualità/efficacia. Bisogna almeno triplicare gli investimenti nelle fonti energetiche rinnovabili, più sostenibili e a bassa emissione di carbonio: è questa l’urgente e necessaria azione di mitigazione per ridurre gli impatti del cambiamento climatico proposta dal Terzo Volume del V Rapporto dell’IPCC (Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite), presentato pochi giorni fa a Berlino.Limitare il riscaldamento globale si può, ma il mondo dovrebbe triplicare o quadruplicare gli investimenti nelle energie pulite, frenando decisivamente gli investimenti nei combustibili fossili.

Ogni ritardo nelle misure di riduzione dei gas serra renderà sempre più difficoltosa la transizione verso un modello economico a basse emissioni: più combustibili fossili bruciamo, maggiore è il rischio di aumento della temperatura globale. Si tratta di una vera e propria sfida economica, scientifica, tecnologica e politica.

Quanto costa il petrolio ai Lucani, ai Campani ed ai Pugliesi che bevono e coltivano con le nostre acque? Leggi europee ed internazionali monetizzano le conseguenze ambientali delle attività più impattanti, mentre in Basilicata assistiamo al più totale scempio. Mentre grandi quantitativi d’acqua dolce vengono utilizzati per estrarre petrolio, nessuno sa quanto l’acqua venga pagata e dove venga attinta; mentre una marea di rifiuti speciali viene prodotta dalle estrazioni petrolifere, a nessuno è dato conoscerne la reale composizione ed il relativo ciclo di smaltimento (dal 2001 la Regione autorizza la reiniezione di 3.500 tonnellate di acque di strato e di fanghi di lavorazione in Costa Molina senza esercitare il diritto alla trasparenza); mentre il monitoraggio ambientale è palesemente incompleto e non imparziale. Si va al raddoppio del Centro Oli di Viggiano, al nuovo Centro Oli a Tempa Rossa, al raddoppio delle quantità da raffinare a Taranto, mentre la disoccupazione, la precarietà ed il clientelismo ottundono e corrompono le coscienze. Nell’epoca in cui si moltiplicano i conflitti per l’acqua, nell’epoca dell’idroimperialismo, con ostinazione intendiamo batterci per il valore d’uso, per la tutela dei beni comuni e per la transizione verso un modello decentrato e partecipato di produzione energetica non alienata; vogliamo farlo per mezzo dell’intensificazione della ricerca, degli investimenti in rinnovabili pulite sostenibili, perché la Basilicata non è in vendita!

Come potranno l’agricoltura ed il turismo sopravvivere dinanzi ad una nuova Terra dei Fuochi come la Basilicata? Subire quotidianamente decisioni verticistiche, che incidono ed incideranno direttamente sulla vita dei lucani di oggi e domani, è democrazia?Le risorse energetiche e le conseguenze ambientali e sanitarie del loro sfruttamento vanno decise con gli abitanti dei territori interessati: la vita di mezzo milione di persone, la storia di una terra, la strategicità delle riserve idriche lucane che abbeverano mezza Puglia, possono valere il 10% della produzione nazionale petrolifera?

Da Fenice-EDF a S. Nicola di Melfi fino al caso Teknosolar di Palazzo S. Gervasio; da Tecnoparco al Centro Oli di Viggiano; dall’Italcementi a Tempa Rossa; dalla Sider di Potenza sino all’Itrec-Enea di Trisaia: la sostenibilità ambientale in Basilicata è finita da tempo.Chi bonificherà lo scempio lasciato dalle multinazionali? Sopravvivremo alla marea di rifiuti che ci stanno lasciando in pancia? Ci stanno dicendo tutta la verità sull’inquinamento e sulle ripercussioni sanitarie?Il 4 giugno diciamo basta a questa “democrazia nera” come il petrolio. I cittadini devono tornare ad essere sovrani; gli interessi economici non possono monetizzare il diritto alla salute ed a vivere nella propria terra.

Le associazioni ed i comitati dell’intera Basilicata vogliono siano intraprese subito azioni di Riconoscimento e tutela dell’identità agricola e turistica della regione, garantendo la qualità del sistema agroalimentare (acque minerali, colture vitivinicole, cerealicole, olearie, ortofrutticole, lattiero-casearie) e la difesa delle risorse storico-culturali; Applicazione delle norme vigenti per la perimetrazione e la tutela delle aree di salvaguardia delle acque superficiali e sotterranee destinate al consumo umano; Partecipazione delle popolazioni nei processi decisionali, facile accesso alla giustizia e all’informazione in materia ambientale, come sancito dalla Convenzione di Aarhus UN/ECE 1998, e partecipazione del pubblico nell’elaborazione di piani e programmi in materia ambientale, secondo la direttiva 2003/35/CE; Realizzazione di un sistema di monitoraggio ambientale integrato e continuo di tutte le matrici ambientali (acque superficiali e sotterranee; suolo e sottosuolo; atmosfera, flora e fauna; esseri umani); Obbligo di un’adeguata e tempestiva pubblicizzazione di tutti i dati sui siti istituzionali, garantendo la trasparenza, la completezza e la verificabilità degli stessi; Impegno ad applicare il Principio di Precauzione, definito dalla Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite tenutosi a Rio de Janeiro nel 1992 e recepito dall’ordinamento italiano con il D. Lgs. 152/2006 (art. 3 ter, di seguito citato), ad ogni attività industriale specie se fortemente impattante: “La tutela dell’ambiente e degli ecosistemi naturali e del patrimonio culturale deve essere garantita da tutti gli enti pubblici e privati e dalle persone fisiche e giuridiche pubbliche o private, mediante una adeguata azione che sia informata ai principi della precauzione, dell’azione preventiva, della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente, nonché al principio “chi inquina paga” che, ai sensi dell’articolo 174, comma 2, del Trattato delle Unioni Europee, regolano la politica delle comunità in materia ambientale”; Messa in sicurezza contro la possibile sismicità innescata, come dichiarato nel Rapporto Ichese, e contro il fenomeno della subsidenza.

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