Basilicata, ecomafie e rifiuti connection

La “rifiuti connection” in Basilicata apre un nuovo capitolo d’inchiesta nonostante i toni rassicuranti di alcuni esponenti politici locali secondo i quali la regione sarebbe esente dal fenomeno delle ecomafie.

“Acciaio sporco” è la denominazione data all’operazione condotta dal Nucleo Operativo Ecologico Carabinieri di Catanzaro – con il supporto del Comando Provinciale del capoluogo calabrese ed il coordinamento della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Lamezia Terme – sulla gestione dei rottami ferrosi nel comprensorio lametino. L’inchiesta coinvolge anche l’ex Sider Potenza oggi Ferriere Nord spa, appartenente al Gruppo Pittini, che avrebbe smaltito enormi quantitativi di rifiuti ferrosi non pretrattati, falsificando i codici CER delle materie smaltite illegalmente nell’altoforno, con grave rischio per la salute a causa delle emissioni tossiche e nocive. I fatti risalirebbero al 2006.

In poche parole, i rottami ferrosi non trattati sarebbero stati smaltiti illecitamente presso lo stabilimento di Potenza – citando fonti della Procura di Catanzaro – in “quantitativi enormi”. Lo stabilimento di Potenza – secondo il NOE non in possesso delle autorizzazioni necessarie allo smaltimento dei rifiuti ferrosi fatti passare come “materia prima secondaria” – costituiva il primo stabilimento per quantità conferite nei traffici illegali della ditta Palmieri e che nei fatti avrebbe funzionato come inceneritore. Gli indagati sono in tutto 166. Le indagini avrebbero permesso di documentare l’esistenza di una vera e propria organizzazione, finalizzata al traffico illecito di rifiuti speciali anche pericolosi, con un ruolo centrale svolto dall’impresa “Palmieri Francesco”, dedita alla commercializzazione all’ingrosso di rottami ferrosi e semplicemente autorizzata alla “raccolta e trasporto di rifiuti speciali non pericolosi prodotti da terzi”.

La condotta criminosa si sarebbe concretizzata sostanzialmente nell’illecita commercializzazione di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi attestandoli, fraudolentemente, come M.P.S.. Tale attivita’ ha consentito agli indagati di raggiungere un duplice ingiusto profitto consistente nell’evitare gli oneri dovuti per legge circa il corretto avvio a recupero o smaltimento dei rifiuti prodotti o raccolti nonché il cospicuo guadagno dovuto alla successiva commercializzazione del rifiuto, surrettiziamente qualificato quale M.P.S. per l’industria siderurgica. La ditta “Palmieri Francesco”, sempre secondo l’accusa, nonostante la totale mancanza dei necessari titoli autorizzativi, nonche’ la carenza delle specifiche tecnologie e capacita’ richieste, avrebbe realizzato, nella propria sede legale, un vero e proprio impianto adibito al trattamento (consistente nella mera riduzione/adeguamento volumetrico e soprattutto miscelazione) di ingenti quantitativi di rifiuti speciali, pericolosi e non, costituiti per lo piu’ da veicoli fuori uso, parti di veicoli, R.A.E.E., rottami ferrosi in genere). La stessa ditta, successivamente, attestando la surrettizia produzione di M.P.S., avrebbe provveduto alla sua commercializzazione verso imprese compiacenti individuate in Sicilia, Puglia, Basilicata e Campania), con il conseguimento di ingenti ed ingiusti profitti. Il trasporto del rifiuto, qualificato M.P.S., al fine di renderne piu’ difficoltosa la tracciabilita’, era, invece, assicurato con vettori della “Ecofuturo s.r.l.”. La Procura di Lamezia Terme, condividendo a pieno le ipotesi investigative formulate dalla polizia giudiziaria, ha disposto l’applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti del titolare firmatario dell’impresa “Palmieri Francesco” nonche’ amministratore unico della societa’ “Ecofuturo s.r.l.”; l’applicazione della misura dell’”obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria” nei confronti di 10 persone; l’applicazione della misura dell’obbligo di dimora nei confronti di 7 dipendenti dell’impresa “Palmieri Francesco”; il sequestro preventivo dell’impresa “Palmieri Francesco” e di 39 veicoli (trattori stradali e semirimorchi) utilizzati per le predette attivita’ illecite, il tutto per un valore approssimativo di circa 15 milioni di euro.

Intorno all’impresa gestita da Francesco Palmieri, quindi, sarebbe emersa l’esistenza di una fitta rete di conferitori di rifiuti speciali pericolosi e non: 96 aziende, 7 enti pubblici e 21 soggetti privati. Si sarebbe trattato di una rete ramificata a livello regionale, con la Basilicata in primo piano, alle prese anche e, soprattutto, dai risvolti ambientali e dalle possibili ripercussioni sulla salute dei cittadini costretti a convivere con uno stabilimento pericoloso situato all’interno del capoluogo. Situazione questa che verrà aggravata dall’entrata in funzione dell’inceneritore Veolia sito in località San Luca Branca.

Non è la prima volta che la Basilicata, a questo punto sempre più crocevia delle ecomafie, si rende nota alle cronache per l’”acciaio sporco”. Nel mese di agosto 2009, il NOE di Potenza ed il Corpo Forestale dello Stato denunciarono l’amministratore unico della ditta Transider S.r.l. che gestisce un impianto di messa in riserva e recupero di rifiuti non pericolosi nell’area industriale di San Nicola di Melfi. L’uomo fu accusato di aver gestito e realizzato un impianto di frantumazione di rifiuti ferrosi senza l’autorizzazione dell’Ufficio Tecnico Regionale. Sotto sequestro finirono l’impianto e le 10mila tonnellate di rifiuti stoccati al suo interno. La Transider sarebbe uno dei fornitori dell’impianto di incenerimento Fenice.

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