Il gas non ci serve più

I consumi scendono, e il quadro tracciato dalla “Strategia energetica nazionale” è irrealistico. Nel 2013 meno di 70 miliardi di metri cubi, peggio del 2002. Eppure, venerdì 29 agosto il presidente del Consiglio ha annunciato un provvedimento “Sblocca energia”, che riconosce la natura strategica delle infrastrutture di importazione, trasformazione e stoccaggio. Compreso il contestato Trans Adriatic Pipeline (TAP) che ha appena incassato l’ok della Commissione VIA, contro il quale il comitato “No Tap” annuncia ricorso al TAR.

Chi arriva d’estate in località Capobianco di Brindisi, punta direttamente verso il mare. Da una parte trova il porto, ben visibile, dall’altra un’enorme spianata di cemento, che ha asciugato l’acqua e ha scavato il fondale. È quel che resta del rigassificatore, al quale nel 2012 -dopo un decennio di carta bollata prodotta- la British LNG spa, società del gruppo British Gas, titolare unica del progetto, ha deciso di rinunciare. Spiegando che lo avrebbe fatto per troppa burocrazia. Ovvero, tempi troppo lunghi per far partire l’opera – un impianto che riporta allo stato “gassoso” il metano, che viene trasportato nello stato liquido. Quella del rigassificatore di Brindisi è una storia da raccontare perché rappresenta la sintesi del fallimento del grande piano “gasiero” italiano, costellato di stop da Trieste ad Agrigento.

Il progetto originario, presentato nel 2002, prevedeva una capacità complessiva di 8 miliardi di metri cubi di gas, che da subito riceve la concessione demaniale e le prime autorizzazioni. Era il 2003, e governava Silvio Berlusconi. Il decreto autorizzativo verrà poi sospeso nel 2007 in autotutela dal governo Prodi, su sollecitazione dell’Unione europea per presunta violazione delle direttive comunitarie. Un atto dovuto che obbligò British Gas ad assoggettare a valutazione d’impatto ambientale il progetto. La sospensione coincise -quasi- con l’inizio dell’inchiesta “High Confidential”, che porterà all’arresto di 5 persone e all’emanazione di 27 avvisi di garanzia. L’accusa fu di corruzione continuata ed aggravata, perché per ottenere le autorizzazioni del 2003 sarebbero servite tangenti, come ricostruito da 4 anni di intercettazioni e indagini serrate. Con il cantiere posto sotto sequestro, nel 2010 arrivò la compatibilità ambientale da parte del ministero dell’Ambiente, ma nel 2012 si chiude il primo grado di giudizio con la confisca della spianata di Capobianco e la condanna del presidente protempore di British Gas Italia.

Il processo è ancora in corso, mentre del rigassificatore, costato 250 milioni sugli 800 stimati non se ne farà più nulla. Purtroppo, British Gas non potrà avvalersi del sostegno pubblico accordato già nell’agosto del 2005 dall’Autorità per l’energia elettrica ed il gas (Aeeg), che aveva incluso l’impianto di Brindisi tra quelli meritevoli di un finanziamento in quanto la costruzione di impianti di rigassificazione -in virtù dell’andamento altalenante del mercato del gas- rappresenta un investimento con percentuali di rischio abbastanza alto. Oltre a Brindisi, l’Aeeg scelse anche i terminali GNL Adriatico di Porto Viro (Rovigo) e Olt LNG Toscana di Livorno. L’incentivo statale, a carico della nostra bolletta del gas, consiste in una copertura dei ricavi “previsti” nel piano economico di ciascun impianto selezionato, fino ad un massimo del 71,5 %. Un “fattore di garanzia”, lo definisce la stessa Aeeg, l’unica misura di sostenibilità economica, a carico dei cittadini, del programma di rigassificazione italiano tracciato dalla Strategia energetica nazionale, aggiungiamo noi. Il “caso” del rigassificatore ormeggiato a 22 chilometri da Livorno -controllato da E.On (46,79%), Iren (46,79%), Olt Energy Toscana spa (3,73%) e Golar Offshore Toscana Limited (2,69%)- è esemplare di ciò che sarebbe successo anche a Brindisi: entrato in funzione nel 2013, può raggiungere una capacità produttiva di 3,75 miliardi di metri cubi di gas, ma è senza contratti di fornitura. Lo pagheremo noi. Eppure, nonostante il calo dei consumi del gas -che nel 2013 sono scesi a 69,5 miliardi di metri cubi, sotto la soglia critica di 70 miliardi del 2002, e in picchiata rispetto ai 77 miliardi del 2011 e ai 74 miliardi del 2012- il governo non intende fermarsi. L’obiettivo è la flessibilità, “perché in un sistema gas complesso è importante andare a comprare il gas quando conviene”.

Una strategia che sembrerebbe filare se non fosse che l’Enel -che non conferma e non smentisce- starebbe cercando acquirenti per il rigassificatore da 900 milioni di euro progettato a Porto Empedocle (Ag), mentre i tedeschi di E.On starebbero pensando di abbandonare il progetto di Livorno e chiudere le loro attività in Italia, come rilevato da alcune fonti finanziarie (da cui l’ufficio stampa della multinazionale tedesca prende le distanze, sottolineando ad Ae: “Non commentiamo indiscrezioni finanziarie”).

Alla base di un possibile ritiro della E.On ci sarebbe la non redditività del mercato italiano. Le linee guida della Strategia energetica nazionale, varata a marzo del 2013 dal governo Monti, restano parole: “Per quanto riguarda la capacità di rigassificazione […] si valuta che sia necessario un incremento di capacità almeno di 8-16 miliardi di metri cubi. Con tale apporto, la capacità di rigassificazione crescerebbe dai 12 miliardi attuali a 24-32 miliardi”.

Oltre ai terminali GNL Adriatico di Porto Viro (Ro) da 8 miliardi di metri cubi di gas -entrato in funzione nel 2008 e controllato da Qatar Terminal Limited (45%), ExxonMobil (45%) ed Edison (10%), Olt LNG Toscana di Livorno e GNL Italia di Panigaglia, di proprietà Snam dalla capacità annua di 3,5 miliardi di metri cubi di gas, è in programma la costruzione di altri 3 terminali di GNL: Falconara Marittima di Api Nòva Energia (4 miliardi di metri cubi all’anno, autorizzato nel 2011), Porto Empedocle di Nuove Energie srl controllata per il 90% da Enel (8 miliardi di metri cubi all’anno, autorizzato nel 2009) e Zaule di Gas Natural Rigassificazione Italia spa (8 miliardi di metri cubi di gas all’anno, autorizzato nel 2009). Che potrebbero diventare 4 con l’entrata in funzione -nel 2017- dell’impianto di Gioia Tauro della LNG MedGas Terminal, una controllata di Sorgenia e Iren. Un “colosso” da 12 miliardi di metri cubi di gas all’anno, autorizzato nel dicembre 2009, che andrebbe a riempire la casella dei rigassificatori previsti nel Sud Italia, forte di un finanziamento ottenuto nel giugno del 2008 dalla Commissione europea per 1,6 milioni di euro nell’ambito del progetto TEN-E.

Se tutti gli impianti venissero davvero realizzati la capacità complessiva potrebbe raggiungere entro il 2020 una quantità di gas pari a quasi 48 miliardi di metri cubi, ben superiore alla stima di 24-32 miliardi fatta dalla Strategia energetica nazionale, che nell’incremento di capacità, però, tiene in considerazione anche un gasdotto, il Trans Adriatic Pipeline (TAP) che dovrebbe approdare in provincia di Lecce. Con precisione a Melendugno, un comune del Salento di quasi 10mila abitanti, tra Lecce ed Otranto, dove turismo, pesca ed agricoltura hanno tracciato da sempre il profilo economico di una comunità. Del TAP hanno parlato a metà luglio il primo ministro italiano Matteo Renzi e Ilham Aliyev, premier dell’Azerbaigian (il Paese da cui dovrebbe partire il gas), culminato nella firma di una Dichiarazione congiunta di partenariato strategico. Dal Mar Caspio, potrebbero arrivare fino a 20 miliardi di metri cubi di gas all’anno grazie a un “tubo” di 870 chilometri. Sono 110 -di cui 45 di competenza italiana- quelli che collegano sott’acqua l’Albania e l’Italia, più 8,2 chilometri di entroterra salentino. Ed è proprio questo tratto che desta le maggiori preoccupazioni tra gli attivisti del Comitato No Tap. “Questa non è un’area spopolata-ci dice Marco Santoro Verri-: sono presenti attività agricole, piccole aziende per la produzione dell’olio, radicate sul territorio. I nuclei familiari che vivono lungo le aree interessate dai cantieri, dall’intero tracciato e dalla centrale di ricezione del gas, che occuperà una superficie di 12 ettari, sono 150”.

Il progetto prevede un tubo interrato ad 1 metro e mezzo di profondità, con una fascia di asservimento di 20 metri per lato. “Sono 40 metri inviolabili” incalza Gianluca Maggiore. A poca distanza dai luoghi dove dovrebbe avanzare il TAP, tra le prime case sparse c’è quella di Alessandro Mancini, un romano che da 3 anni vive a Melendugno dove ha dato vita a un orto biologico a conduzione familiare – l’“Orti dellu Monicu” – in cui la produzione di carciofi, pomodori, peperoni, melanzane e patate, per la maggiore destinata ai mercati locali va avanti senza sosta.

“Qui si coltiva 5 volte all’anno. Il clima – sottolinea Alessandro – è favorevole per l’agricoltura biologica, a dimostrazione che questo è il presente ed il futuro in una terra come il Salento, che ho scelto per la sua integrità. Queste attività vanno preservate, come la pesca”. Anche le cooperative di pescatori presenti in zona -“Il Delfino” da 130 unità e la più piccola “Folgore”- risentono dell’arrivo del Trans Adriatic Pipeline. Quando sono in atto le prospezioni in mare e i carotaggi sul fondale marino è necessario sospendere la pesca, con importanti perdite economiche. È stato stimato che dalla fine del 2011 agli inizi di quest’anno la cooperativa “Il Delfino” avrebbe perso un introito di circa 200mila euro. Che TAP avrebbe rimborsato solo nella misura di 43mila euro. Alcuni tra i soci della Trans Adriatic Pipeline evidenziano i problemi ambientali dell’opera: Total ed E.On -ovvero 2 dei più importanti finanziatori del progetto- sarebbero in procinto di ritirare le loro quote. I francesi di Total hanno ceduto per circa 1,2 miliardi di euro il loro 10% ai turchi di Tpao, che passano dal 9 al 19%. I tedeschi di E.On, invece, sarebbero pronti a cedere la loro quota del 9%. L’Italia, che avrebbe voluto diventare un hub energetico, si ritrova bollata con altre parole: “non strategica”.

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