Il volto sporco della Basilicata

Nel corso di due sedute della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, tenutesi tra il 1997 e il 1998, è emerso il racconto di una Basilicata “terra di nessuno”, destinazione ideale per i grandi traffici di sostanze tossiche provenienti dalle industrie del Nord, nonché luogo silenzioso per lo smaltimento di rifiuti tossici e nocivi nei pozzi di petrolio e gas esausti.

C’è un volto della Basilicata, quello segnato dal traffico illecito di rifiuti tossici e nocivi, per il quale è stato difficile – e lo è tuttora – tracciarne il profilo, ma solo disegnarne i tratti. Lo scenario è una terra ancora inesplorata nella quale, alla fine degli anni Cinquanta, si cominciò a coltivare una speranza occupazionale rappresentata dalle visioni di Enrico Mattei e dalla scoperta dei più grandi giacimenti metaniferi d’Europa, che in poco tempo lasciò in eredità problematiche sociali ed ambientali. Sullo sfondo il racconto di “sanguinosi” processi di industrializzazione chimica e petrolchimica segnati da diverse tappe di una reindustrializzazione fallimentare per i territori e conveniente per i maggiori gruppi industriali italiani e stranieri, primo fra tutti l’Eni spa, interessati ai rifiuti, al petrolio e al gas. La faccia cattiva della Basilicata, adombrata da attività illegali sviluppatesi lungo la direttrice nord-sud. Una rappresentazione del torbido, emersa limpidamente nel corso di due sedute – la n.7 del 19 settembre 1997 e la n.51 dell’8 luglio 1998 – della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse e alle dichiarazioni rese dalla dottoressa Franca Macchia, all’epoca dei fatti sostituto procuratore della Repubblica presso la Pretura circondariale di Matera. La Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse registrò, rispettivamente, agli atti un traffico di rifiuti che “seguiva la rotta nord-sud e partiva da centri di stoccaggio situati in Lombardia per arrivare in discariche della Basilicata” ed alla scoperta di rifiuti di origine chimica in pozzi minerari esauriti.

Il viaggio di sola andata dei rifiuti industriali e sanitari. Franca Macchia, alla data dell’audizione del 19 settembre 1997, era da due anni procuratore della Repubblica presso la Pretura circondariale di Matera. Raccontò di “un’indagine relativa ad un traffico di rifiuti speciali e tossico-nocivi” che “seguiva la rotta nord-sud e partiva da centri di stoccaggio situati in Lombardia per arrivare in discariche della Basilicata”, grazie ad un’inchiesta partita da una denuncia pervenuta dal Corpo Forestale dello Stato di Brescia. Uno smaltimento “effettuato apparentemente in forme legali, in quanto dalla documentazione si evinceva che la destinazione finale dei rifiuti era costituita da discariche autorizzate della Basilicata”. Una regione che Macchia configura come una realtà industriale non particolarmente attiva, ma con “ben due discariche di rifiuti tossico-nocivi, poste peraltro a distanza ravvicinata, che sarebbero luogo di destinazione finale di rifiuti di origine prevalentemente industriale, pur non esistendo – lo ripeto – un bacino di utenza locale interessato”. Discariche regolarmente autorizzate, le quali però nascondevano la falsificazione delle bolle di accompagnamento, e relativi registri, dei rifiuti. Infatti, “dalle indagini è emerso […] che la destinazione risultante dalla documentazione non corrispondeva alla realtà, nel senso che quei rifiuti, pur essendo partiti dalla Lombardia (da altre regioni ed anche dall’estero, come fu documentato in seguito, ndr) ed arrivati in Basilicata, non erano stati certamente smaltiti presso le discariche autorizzate, o almeno i gestori delle stesse negavano di averli ricevuti. In sostanza, da questo ha avuto origine un’indagine che poi si è ampliata e successivamente scissa in più campi investigativi, tra cui, per un verso, quello volto a verificare come si svolgesse il traffico, quali fossero i soggetti interessati e quale il destino effettivo dei rifiuti”.

Un lavoro certosino di ricostruzione dei fatti compiuto dal procuratore uscente Donato Maria Pace – “in contatto con la Procura nazionale antimafia” – e documentato con l’ausilio dell’Istituto geografico militare, con rilevazioni e fotografie satellitari indispensabili nel “monitorare l’intero territorio per verificare quali fossero le alterazioni morfologiche attribuibili sostanzialmente alla mano dell’uomo”. Dalle indagini di Macchia e Pace emerge una regione considerata “il luogo terminale ideale […] perché caratterizzato da una bassissima densità di popolazione e quindi scarsamente presidiato da quest’ultima”, pertanto soggetta all’assenza quasi totale di controllo territoriale. Una funzione di vigilanza che le leggi in materia ambientale attribuiscono “ad organismi amministrativi, per esempio le province e ci troviamo spesso di fronte ad un’incompetenza tecnica del ceto amministrativo che svolge i controlli”, spesso “puramente formali, tecnicamente vuoti di contenuto, perché dovrebbero essere condotti da personale altamente specializzato”. Le indagini del procuratore della Repubblica presso la Pretura circondariale di Matera portarono alla luce anche la caratterizzazione dei rifiuti, con una particolare attenzione verso “un filone […] per molti versi […] trascurato […] riguardante lo smaltimento dei rifiuti sanitari. Essi costituiscono una tipologia vastissima, all’interno della quale esistono anche rifiuti biomedicali con caratteristiche di radioattività che rappresentano un business per chi se ne appropria e che sono gestiti da pochissime società: non si conosce l’effettiva forma di smaltimento finale di questi rifiuti”.

Nessuna certezza sulla forma, ma più di una conferma sui responsabili dei reati. Il procuratore Franca Macchia – rispondendo ad alcune sollecitazioni di Gianni Pittella, allora componente della Commissione speciale Bicamerale sul ciclo dei rifiuti, oggi europarlamentare – sottolineò con cognizione di causa che “lo smaltimento sia avvenuto nel territorio della Basilicata, o comunque in luoghi prossimi alla regione, e che […] i soggetti responsabili in via finale, ai quali si può giuridicamente e penalmente attribuire la responsabilità dello smaltimento, cioè gli ultimi ricettori che hanno fatto sparire i rifiuti, siano in Basilicata”. Soggetti responsabili, anche della reiterazione dei reati contestati, “inseriti professionalmente nella gestione del traffico dei rifiuti”.

I rifiuti tossici finiscono nei pozzi minerari esausti. Nell’audizione dell’8 luglio 1998, oltre alle importanti dichiarazioni rilasciate dal procuratore Franca Macchia, fu possibile prendere nota anche anche del contributo di Luigi De Magistris, allora procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, perché come ricordò Massimo Scalia – presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse – sia Macchia, sia De Magistris conducevano indagini “a carico di aziende della holding Eni” che in seguito alle indagini sulle attività dell’Agip nel territorio della Basilicata portarono ad un decreto di citazione in giudizio di 5 tra dirigenti e dipendenti.

Le indagini, secondo la lettura che si può fare del resoconto stenografico della seduta n.51 del luglio 1998, “riguardano il ritrovamento, in un pozzo minerario esaurito, di rifiuti di origine chimica che i nostri consulenti hanno definito assolutamente incompatibili con le attività di estrazione mineraria. Si tratta quindi di rifiuti illegalmente smaltiti in questa cavità geologica profonda e lì confinati”. Il procuratore Macchia ricorda che le “indagini sono nate a seguito di un fatto che apparentemente avrebbe potuto assumere il carattere di un fenomeno accidentale: c’è stata la rottura di un tubo presso un pozzo dell’Agip e un vasto sversamento di acqua mista a idrocarburi che aveva creato una grande pozza lungo la strada. L’area fu sequestrata e fu accertato che la perdita proveniva da una condotta interrata dell’Agip di pertinenza di un impianto di reiniezione. Appresi quindi che l’Agip era autorizzata dalla regione Basilicata a reiniettare nei pozzi già esauriti le acque di strato che provenivano dalla separazione del gas nella fase dell’estrazione”. La Regione Basilicata autorizzò la reiniezione delle acque di strato facendo riferimento alla Legge Merli (la n.319 del 10 maggio 1976 su “Norme tutela acque da inquinamento”, ndr) disattendendo la normativa sulle unità geologiche profonde secondo cui è vietata la reimmissione nel sottosuolo di acque di strato contenenti tracce di idrocarburi, se non soggette a preliminare trattamento attraverso un sistema di vasche di decantazione. Il procuratore spiega che “le acque dovevano quindi essere trasportate dagli impianti a queste vasche attraverso autocisterne e poi essere inserite nei pozzi mediante un sistema interrato e una pompa. In realtà l’Agip, pur essendo stata autorizzata a questo specifico sistema di smaltimento delle acque di strato, utilizza anche un sistema interrato di tubi a maniche, direttamente sui luoghi in cui avviene la separazione senza passare per l’impianto di decantazione. Questo aspetto di irregolarità ci indusse a ritenere che, mentre l’autorizzazione prevedeva una forma di tutela ambientale realizzata con il sistema della decantazione, parte delle acque di strato fossero direttamente inserite nei pozzi”.

Pertanto, fu proprio la gestione di questo processo di trasporto e trattamento della acque industriali che insospettì la Procura di Matera, facendo anche rilevare la totale assenza di controlli amministrativi. Infatti, “quando la Regione Basilicata aveva rilasciato l’autorizzazione alla reiniezione, aveva demandato i controlli alla Provincia; quest’ultima aveva chiesto alla Regione come avrebbe dovuto controllare questo meccanismo di reiniezione e la Regione aveva laconicamente rinviato alle previsioni di legge. Era seguita l’inazione totale e questo sistema di smaltimento non aveva subito alcun tipo di controllo, considerate anche tutte le difficoltà di campionamento di un posto tombato, nel senso che aveva la testa pozzo chiusa ed era ad oltre 800 metri di profondità. […] Chiedemmo allora all’Agip di aprire il pozzo ed al suo interno i nostri consulenti hanno trovato fenoli, mercurio e materiali assolutamente diversi dalle acque di strato”. Sostanze provenienti dall’industria chimica, non presenti in natura. “Esiste quindi il fondato sospetto che questi rifiuti vi siano stati inseriti”.

Le operazioni di smaltimento illecito di sostanze inquinanti nei pozzi esausti della provincia di Matera fu reso possibile dall’assenza di “un presidio costante di questi pozzi e che le stesse vasche di decantazione sono accessibili per gli smaltitori che hanno l’appalto per il servizio di trasporto delle acque di strato, i quali, operando nel settore dei rifiuti, si occupano di gestione di discariche e gestiscono una quantità indifferenziata di rifiuti non solo dell’Agip. Forse il punto debole dell’organizzazione è proprio in questo”. Un’organizzazione dei servizi di smaltimento dei rifiuti dell’Agip che – sempre secondo le indagini – “sono gestiti in condizioni di quasi assoluto monopolio da una o due società del territorio della Basilicata. Esse hanno appaltato tutti i servizi connessi, operando autonomamente nel settore e subappaltando parte di tali servizi”. […] “Le società appaltatrici sono sostanzialmente la Bng e la Iula: si tratta di società che fanno capo agli stessi titolari e che gestiscono anche una super discarica (l’impianto per rifiuti industriali Ecobas srl di Pisticci, ndr), cioè autorizzata a ricevere rifiuti tossico-nocivi con un elevato grado di tossicità”. […] “Società che fanno capo a soggetti indagati per smaltimento illecito di rifiuti”.

Un quadro desolante che tra le acque di strato contaminate, “ma anche fanghi e residui diversi, spesso anche tossici, connessi all’attività di perforazione e di estrazione mineraria” e l’assenza di controllo su “ciò che entra ed esce da questi pozzi” – potenzialmente nelle mire di chi voglia inserire rifiuti liquidi tossico-nocivi – fa emergere un’economia del sommerso raccapricciante, con dubbi e sospetti sull’indotto delle industrie chimiche presenti nella Val Basento – dal 2003 Sito d’interesse nazionale in attesa di bonifica, dove oggi opera la Tecnoparco – e sui giacimenti di salgemma in agro di Scanzano Jonico. Immense caverne che potrebbero essere state destinate “ad usi quantomeno impropri se non illeciti”. E “l’esistenza di questo pozzo in agro di Scanzano Jonico, dove è stata già rilevata la presenza di rifiuti non compatibili con le attività estrattive non fa che aumentare le preoccupazioni”.

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