Green o black economy?

Non è un caso che per ospitare “Legno Energia”, la recente performance sulle biomasse tenutasi dal 16 al 18 aprile 2010 a Venosa, in provincia di Potenza, sia stata scelta la Basilicata.

Infatti, l’iniziativa – sponsorizzata dal comune venosino in collaborazione con la Regione Basilicata – è la dimostrazione di come l’uso delle biomasse con l’indotto societario che ne consegue continui a rafforzare la sua posizione dominante su un territorio che, nonostante la forte dipendenza dalle attività petrolifere, subirà radicali trasformazioni dalle cosiddette fonti alternative con alti impatti negativi sull’ambiente e sulla salute dei residenti e scarsa produttività energetica.

Deregulation normativa. Anche per le biomasse è stata imposta una “deregulation” delle normative ambientali regionali e nazionali, in seno alla quale predomina ancora una logica speculativa tesa al profitto di impresa, con rari esempi di comportamenti virtuosi. Ad imporsi è la rapina degli incentivi statali (CIP 6 e Certificati Verdi), dei fondi comunitari, degli aiuti di Stato destinati all’agricoltura e ad altri settori economici, nonché dei finanziamenti regionali erogati senza il minimo controllo sugli impatti ambientali ed economici dei singoli progetti. In poche parole l’affare della cosiddetta “green economy” sembra consistere nel rastrellare i forti incentivi pubblici per le energie rinnovabili pagati dagli italiani attraverso la bolletta energetica, nel realizzare impianti di incenerimento rifiuti e depositi di scorie e nell’intercettare contributi regionali destinati all’innovazione e al settore agricolo; quest’ultimo, penalizzato attraverso la sottrazione di spazi produttivi e di risorse economiche, è il vero anello debole di un sistema produttivo incapace di innescare veri processi di sviluppo locale che dovrebbero costituire la rivoluzione verde auspicata, capace non solo di salvare il pianeta, ma di ridare ovunque dignità alla vita ed alle persone. Invece, accanto a quell’industria petrolifera che controlla e monopolizza anche lo sviluppo delle energie rinnovabili, si evolve un brusco viraggio verso la”black economy” a vocazione “poco green e molto economy”. L’assenza alla kermesse di Venosa del mondo agricolo, considerato piuttosto categoria da predare, ne è la dimostrazione. Un’occasione sprecata, trasformata nella solita opportunità per quei pochi che, sovente, per imporre le proprie regole su quelle della programmazione ormai sganciata dai bisogni sociali e dalla produttività, non esitano a ricorrere alla giustizia amministrativa. Un modus operandi che caratterizza quelle lobby fatte di procacciatori d’affari e gruppi finanziari che, con alle spalle le spa dell’energia e dei rifiuti, fagocitano le categorie deboli locali (agricoltura, disoccupati, precari), divenute merce di scambio per favori o per l’attuazione di ricatti occupazionali.

Il caso “Carlo Gavazzi Green Power”, le multinazionali ed il ruolo delle piccole società. Fino a qualche anno fa la società milanese “Carlo Gavazzi” era considerata leader nazionale nella produzione di elettricità da biomassa. Oggi ha ceduto il controllo delle centrali agli americani del PSEG (Public Service Enterprise Group Incorporated), un gruppo attivo a livello mondiale prevalentemente nel settore della produzione di energia elettrica che controlla in Italia l’85% del capitale azionario della società Prisma 2000 spa – in cui la Carlo Gavazzi Green Power spa possiede una quota del 15% – con una quota nella società Biomasse Italia spa [cfr Provvedimento n.15248 dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato del 8 marzo 2006]

Nel 2001 il governo italiano chiese ed ottenne dalla Commissione Europea l’autorizzazione ad erogare 17,5 milioni di euro alla società Biomasse Italia spa – costituita oltre che dal 32% della Prisma 2000 spa, anche dal 24% di ABB Europe, dal 25% della holding petrolifera API (Anonima Petroli Italiana) e dal 20% di Sviluppo Italia spa – intenzionata a produrre energia elettrica da biomassa nello stabilimento di Crotone in Calabria, inclusa – a differenza della Basilicata – nelle regioni dell’Obiettivo 1 dell’Unione Europea [cfr Commissione Europea, aiuto di Stato n.400/2000 – Italia/ Bruxelles 28 novembre 2001]. Appare evidente, dunque, che la convenienza all’uso delle biomasse dipende dagli aiuti di Stato e dagli incentivi pubblici già a partire dalla fase progettuale, essendo inesistente un mercato regionale e locale del legno tale da alimentare grandi centrali a biomassa, specialmente nel Sud Italia, pur in presenza di estesi boschi. La Biomasse Italia spa costruirà due stabilimenti a Crotone e Strongoli (Crotone). Inizialmente – secondo il responsabile della Carlo Gavazzi Green Power spa, Giancarlo Cicerone, le centrali “utilizzano legno che arriva un po’ dappertutto”: dal Sud America, dal Canada e dall’Europa con un commercio mondiale che avviene via mare e su strada, con grande spreco di energia e notevole inquinamento, senza considerare le questioni ambientali e sociali dei Paesi di origine devastati dalla deforestazione. In questo modo ogni KW per ora prodotto da fonti rinnovabili finisce per costare il triplo, rispetto a quanto pagato per le fonti tradizionali.

Le dimensioni della centrali a biomasse richiedono una proporzionale quantità di biomassa da bruciare per produrre calore ed azionare gli alternatori. La logica del profitto d’impresa mira a compensare l’investimento tecnologico iniziale nel più breve tempo possibile. Le centrali di Cutro (Crotone) della Fuelco Uno partecipata totalmente dalla Euro Energy Group srl, del Gruppo Marcegaglia, assieme a quella ancora inattiva ad Oriolo ed a quella prevista dall’Enel nella Valle del Mercure, prevedono di utilizzare biomassa forestale pari a circa 1 milione di tonnellate all’anno. Quantitativi enormi, impossibili da reperire in loco in tempi rapidi, pena la distruzione del patrimonio forestale calabro-lucano, dei parchi della Sila e del Pollino, dai quali già traggono la materia prima. Le grandi centrali a biomasse per i proponenti sono convenienti perché incentivate dallo Stato e dalle Regioni [cfr intervento di Teresa Liguori, consigliere Nazionale di Italia Nostra, Convegno dibattito “centrali a biomasse: inquinamento ambientali ed effetti sulla salute umana”Strongoli, 10 febbraio 2010]. Emblematica risulta in proposito l’affermazione di Roberto Garavaglia, amministratore delegato di Euro Energy Group srl che afferma come “le tariffe CIP6 ci permettono di incassare 20 milioni di euro all’anno che vanno a coprire esclusivamente il costo molto alto delle biomasse. La centrale di Cutro (20 MW) costerebbe 50 milioni di euro. Senza i contributi statali non sarebbe conveniente realizzarla […] ora andiamo avanti altri 5 anni con gli incentivi, poi si vedrà”. L’amministratore unico pensa evidentemente di fare in Calabria quello che già fa a Massafra (Taranto). Infatti, ottiene nel 2004 l’autorizzazione dal Commissario Straordinario per i Rifiuti in Calabria all’utilizzo del CDR (Combustibile Derivato da Rifiuto) nell’impianto a biomassa di Cutro. Stessa cosa per gli stabilimenti di Crotone della Carlo Gavazzi Green Power spa che si avviano a diventare inceneritori. La “Carlo Gavazzi”, assieme al Gruppo Marcegaglia, gestisce in Italia il business delle biomasse. La famiglia Marcegaglia gestisce, oltre agli impianti in Calabria, due impianti di incenerimento per “combustibile da rifiuti” (CDR) in fase di realizzazione (Manfredonia, Modugno) che si aggiunge a quello già attivo a Massafra (Taranto). Il Gruppo Marcegaglia si è aggiudicato, inoltre, l’affidamento del pubblico servizio di gestione del sistema impiantistico di recupero energetico a servizio dei bacini di utenza Lecce 1, 2 e 3 ” e gestisce anche la “Filiera Rifiuti Speciali Oikothen” di Augusta, con autorizzazione peraltro sospesa da Regione Sicilia e Comune di Augusta.

Dalle centrali a biomasse agli inceneritori e ai ricorsi al Tar. La normativa, ancora una volta, corre in soccorso alla carenza degli incentivi offrendo la possibilità di assimilare i rifiuti alla biomassa. Un’occasione a cui gli industriali non rinunciano, a livello nazionale e a livello locale. In Basilicata le vicende legate alla centrale a biomassa Enel spa di Laino, nella valle del Mercure – per la quale la relazione redatta da Felice Casson e Paolo Rabitti evidenzia l’impossibilità di reperire in loco la biomassa, pena la distruzione delle foreste del Parco Nazionale del Pollino, quelle in Val Basento e a San Nicola di Melfi funzionanti ad olio di palma, quelle a Tricarico e Ferrandina, mostrano con chiarezza la deriva del meccanismo degli incentivi pubblici, ma sono anche il preludio ad una strategia che punta ad un sistema di gestione dei rifiuti incentrato sulle discariche e sugli inceneritori camuffati da biomassa favoriti da pubbliche amministrazioni locali e regionali. In poche parole, gli incentivi pubblici possono tradursi in profitto aggiuntivo sostituendo semplicemente il combustibile impiegato inizialmente. Alcuni esempi in proposito risultano emblematici. La società Prisma 2000 spa tenta l’utilizzo dei fondi della Sovvenzione Globale in Calabria firmando con Crotone Sviluppo, un accordo da oltre 17 miliardi di vecchie lire. Un’operazione che porterà l’Autorità Giudiziaria ad emettere avvisi di garanzia conducendo al crack dell’industria della Cellulosa Calabra a cui la società era interessata. Medesima sorte tocca – nel dicembre del 2006 – a Marcelo Emilio Figueira, Martino Pasti e Lanfranco Graziani, all’epoca dei fatti rappresentanti della San Marco Bioenergie spa. Il progetto di centrale elettrica alimentata a biomassa incriminato, e poi sequestrato, è quello ricadente nel comune di Bando d’Argenta, nel ferrarese. L’ipotesi di reato notificata fu di falsificazione di registri, nonché violazione delle prescrizioni per le emissioni in atmosfera, per quei “fumi densi emessi dai camini e quei miasmi sgradevoli”. Il sospetto nasce dalla “natura delle biomasse”. Un rilascio in atmosfera smisurato di monossido di carbonio, causato dall’aver bruciato non solo legno vegetale, come da autorizzazione, ma anche legno trattato. La San Marco Bioenergie, prima srl, poi spa, negli anni si rende protagonista di vari ricorsi ai Tribunali Amministrativi. Il primo presentato al TAR del Veneto contro la decisione del Comune di San Martino di Venezze (Rovigo) che con delibera n.9 del 2 marzo 1998 approvò il “divieto di installazione centrale termoelettrica nel territorio comunale di San Martino di Venezze”, per “incompatibilità ambientale”. Il secondo, invece, presentato al TAR della Lombardia contro la paventata decisione dell’Autorità per l’energia elettrica ed il gas, di revocare alla Bioenergie – per mancata “esibizione delle autorizzazioni indispensabili” – di ogni incentivo CIP6 per la realizzazione delle centrale a biomassa ricadente nel comune di Capracotta (Isernia). In entrambi i contenziosi, sia il TAR del Veneto sia il TAR della Lombardia e poi il Consiglio di Stato, danno ragione alla San Marco Bioenergie spa, della quale sono soci ancora la PSEG e la Carlo Gavazzi Green Power spa, così come per la Prisma 2000 spa. Ma la “Carlo Gavazzi” – che nel 2003 riceve il Premio Innovazione Amica dell’Ambiente, organizzato dalla Legambiente, perfettamente in linea con il sistema Symbola – è coinvolta a Pontinia (Latina), relativamente alla realizzazione di una centrale a biomassa della Pontinia Rinnovabili srl, di cui la società milanese è socia. Anche in questo caso due Enti, il Comune di Pontinia e la Provincia di Latina, si sono opposti al progetto che a parere della conferenza di servizi dell’amministrazione provinciale presenta “dati sbagliati e incompleti in merito alla procedura AIA ma, sopratutto, non dà le garanzie richieste dal protocollo di Kyoto e dalla comunità Europea in merito alla riduzione delle emissioni”.

Fuochi di paglia ad Acinello, aspettando i rifiuti. L’intervento dell’ingegnere Gino Dipierri della Carlo Gavazzi Green Power spa, a conclusione della giornata di Venosa del 16 aprile, pone interrogativi sulla perseguibilità delle tesi sostenute circa l’utilizzo della paglia che costituirebbe l’80% del combustibile impiegato. “40-60 aggregatori” di filiera corta, alias produttori locali di paglia, ovvero agricoltori locali riconvertiti in braccianti meccanizzati, grazie alla centrale, produrrebbero la biomassa da incenerire in un impianto della potenza elettrica di oltre 35 MW. Si apprende, inoltre, che la centrale a biomassa di località Acinello di Stigliano-Aliano (Matera) costa – sempre secondo il rappresentante della società – 100 milioni di euro, e richiede un investimento annuo in biomassa pari a 15-18 milioni di euro. Il numero degli addetti previsti presso la centrale è pari a 50 unità. 10 addetti per ogni MW installato (per Acinello mancano però all’appello 15 addetti). 25 sono i milioni disponibili per i subappalti. Se dovesse mancare la paglia, l’azienda si rivolgerebbe al cippato vergine che – fa sapere sempre l’ingegnere Dipierri – verrebbe acquistato grazie a convenzioni con ditte specializzate nel settore forestale ed in parte prelevato dalla pulizia dei corsi d’acqua. Con Delibera n.53 del 6 maggio 2009, l’Autorità per l’Energia elettrica ed il Gas ha accolto – ai sensi dell’art.15, comma 2, del Decreto Legislativo n.79/99, come modificato dall’art. 34 della Legge n.273/02 – l’istanza della Carlo Gavazzi Green Power spa, titolare del progetto per la realizzazione della centrale a biomasse di contrada Acinello di Stigliano (Matera). La multinazionale milanese aveva ottenuto la sospensiva dal TAR Basilicata di una Delibera Regionale che limitava la potenza dell’impianto a 13 MW, che attualmente è invece pari a 35 MW. Per non rinunciare agli incentivi di cui all’art. 3, comma 7, della Legge n.481/95 – è quanto si legge nella delibera dell’AEG – la “Carlo Gavazzi”, in data 20 marzo 2009, ha presentato all’Autorità per l’Energia ed il Gas, anche sulla scorta di una sentenza favorevole del TAR Lombardia, “la richiesta unitamente all’autorizzazione necessaria alla costruzione dell’impianto non ancora in esercizio, pena la decadenza da ogni diritto alle incentivazioni medesime”.

In proposito l’Organizzazione lucana ambientalista) aveva chiesto di conoscere dall’ex Assessore all’Ambiente della Regione Basilicata, Vincenzo Santochirico, a quale autorizzazione facesse riferimento la Delibera n.53 dell’Autorità dell’Energia e del Gas, dal momento che non risulterebbero essere state rilasciate nuove autorizzazioni regionali e le precedenti risulterebbero già scadute. La centrale di Acinello insiste su un territorio vocato ad attività agricole e turistiche che verrebbero messe in pericolo dall’entrata in esercizio dell’impianto. Inoltre, la stessa non offrirebbe garanzie sulla provenienza e natura futura del combustibile da utilizzare, pari ad oltre 400 mila tonnellate di legno vergine non reperibile in loco, pena la deforestazione di ampie superfici forestali rientranti – secondo le prescrizioni previste nel PIEAR – nell’ampio raggio di 70 chilometri. Verrebbero pertanto inclusi anche i boschi del Parco Regionale Gallipoli Cognato-Piccole Dolomiti Lucane ed altre superfici forestali protette da leggi regionali e nazionali. Il rischio è che l’impianto possa dunque funzionare successivamente anche con il CDR (Combustibile Derivato da Rifiuti), pregiudicando così il già fragile equilibrio del territorio che le popolazioni della Val Basento, dei Calanchi Lucani, della Valle del Mercure e di Tricarico hanno finalmente compreso essere il loro vero ed unico valore.

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2 commenti



  1. Gianpaolo Gagliardi - 16 agosto 2010 at 19:10

    Ottimo approfondimento. Spero che lo leggano in molti e che apra un po’ gli occhi. Grazie.

  2. Fiorella Palmieri - 13 settembre 2011 at 16:38

    Interessante articolo: condivido la necessità di attenta riflessione soprattutto per il futuro dei nostri figli. Grazie, Fiorella Palmieri – Crotone …

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