Shale gas e shale oil, verso lo scoppio della bolla?

Sul mercato americano crollano gli investimenti in gas e petrolio da scisti: prezzi bassi e rapido declino dei pozzi hanno fatto scendere il valore degli asset e i produttori hanno difficoltà a finanziare nuove trivellazioni. Sembra si stia verificando quanto prevedeva chi da tempo mette in guardia dalla cosiddetta “bolla dello shale gas”. Chi ci guadagna?

Il mercato degli asset oil & gas nordamericano nei primi sei mesi del 2013 si è dimezzato rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, passando da 54 a 26 miliardi di dollari, dicono i dati di Bloomberg. Compagnie importanti come BHP e Shell hanno drasticamente ridimensionato i loro investimenti in shale gas e shale oil. La corsa a questi ‘fossili non convenzionali’ negli Usa frena bruscamente, gas e petrolio da scisti non sembrano mantenere le promesse di prosperità di poco tempo fa. Sta già scoppiando la bolla che qualcuno ha pronosticato?

Per ora ciò che è certo è che i prezzi del gas negli Usa, scesi nel 2012 a causa dell’oversupply, e il fatto che molti pozzi stiano rendendo meno del previsto stanno dissuadendo da ulteriori investimenti e facendo calare il valore degli asset. Dopo i record degli ultimi tre anni il volume degli asset energetici scambiati sul mercato nordamericano ha toccato il minimo dal 2004.

Le aziende si stanno concentrando sullo sfruttamento dei progetti già operativi e si sono praticamente fermate sul fronte nuove acquisizioni: il motivo, secondo gli analisti, è che è difficile giustificare investimenti, dato che i giacimenti ottenuti nella corsa avvenuta dal 2009 al 2012 attualmente come valore sono ben al di sotto del prezzo cui sono stati acquistati.

Insomma, dopo il boom del 2008-2012 – nel quale si sono acquistati diritti di estrazione per 461 miliardi di dollari – per la prima volta da quando si sono diffuse le tecniche di trivellazione che permettono di ottenere gas e petrolio dagli scisti, gli investimenti in shale gas sono calati.

Questo rallentamento, osserva Bloomberg, potrebbe durare per anni e minaccia di ostacolare la crescita della produzione di gas e petrolio. Le aziende che hanno investito nello shale nel rush degli ultimi 3 anni, ora con gli asset che valgono meno di quanto si prevedeva, si trovano a corto di risorse per finanziare nuove trivellazioni. Più i produttori sono indebitati e costretti a vendere asset per finanziarsi, più il valore di questi calerà.

Insomma, sembra che stia verificandosi quanto prevedeva chi da tempo mette in guardia sull’eccessiva fiducia nel petrolio e nel gas da scisti, osservando come l’industria in questione, oltre ai noti problemi di impatto ambientale sia di dubbia sostenibilità anche dal punto di vista economico.

Poco tempo fa avevamo riportato l’opinione di un guru per i trader delle fossili come Andy Hall. In una lettera agli investitori del fondo d’investimento che gestisce, Hall presentava un’analisi simile a quella fatta in un report dell’ong ambientalista Post Carbon Insitute, di cui abbiamo parlato nei mesi scorsi. In quello studio si riportava che, con i tassi di declino che hanno i pozzi di shale gas (anche dall’80 al 95% sui primi 36 mesi), dal 30 al 50% della produzione di gas da scisti deve essere rimpiazzata ogni anno con nuovi pozzi: per mantenere il livello di produzione Usa si dovrebbero trivellare 7.200 nuovi pozzi l’anno. Servirebbe cioè un investimento di 42 miliardi di dollari l’anno, molto superiore ai ricavi dalle vendite, 33 miliardi nel 2012. Stesso discorso per il petrolio da scisti, detto anche tight oil o shale oil: qui 2 pozzi coprono l’80% della produzione Usa e hanno tassi di declino della produttività dall’81 al 90% sui primi 24 mesi.

Perché dunque c’è ancora chi magnifica il boom dello shale? Il Post Carbon Insitute lo spiega in un altro report: le operazioni di fusione e acquisizione legate agli idrocarburi da scisti a Wall Street negli ultimi due anni sono diventate il più grande centro di profitto per diverse banche d’investimento. Questo è avvenuto nonostante i pozzi in questo periodo non abbiano mantenuto le promesse in termini di resa: gli operatori – si riporta – hanno sovrastimato le riserve di shale gas e shale oil dal 100 al 500% rispetto alla produzione effettivamente registrata.

Per portare la produzione ai livelli attesi si è spinto a trivellare ancora di più, arrivando a un eccesso di offerta, che ha spinto i prezzi tanto in basso da essere quasi insostenibili. I prezzi bassi hanno aperto la porta ad altre fusioni e acquisizioni, che hanno fruttato miliardi alle banche d’investimento. Molti pozzi sono stati venduti a grandi dell’energia ma si sono anche messi in circolazione strumenti finanziari complessi come i VPP (volumetric production payments) spesso piazzati, assieme ad altri asset su riserve non provate, a investitori che hanno scarsa dimestichezza con le complesse dinamiche della produzione da fossili, come i fondi pensione.

Sull’argomento ricordiamo anche un documento di fine 2012 del Fondo Monetario Internazionale (Qualenergia.it, Petrolio e drammatiche crisi economiche. Un report del FMI) che collegava domanda e offerta di petrolio al rischio di una nuova fase recessiva molto acuta e che parlava esplicitamente di “bolla dello shale gas”.

Una dinamica che ricorda in maniera preoccupante quanto avvenuto nel 2007 con i famigerati subprimes sui mutui, titoli che altro non erano che promesse che non potevano essere mantenute. Succederà lo stesso anche con gli idrocarburi da scisti, ossia: la bolla scoppierà? Staremo a vedere, ma di certo i dati sul crollo degli investimenti sul mercato nordamericano ci dicono che siamo più vicini alla resa dei conti.

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