Il metano sotto il lago di Bomba

In Val di Sangro, in Abruzzo, l’americana Forest Oil è interessata ad estrarre e trattare gas in una delle zone più belle del Centro-Sud Italia. Martedì 3 luglio il Comitato Via regionale valuterà nuovamente un progetto già bocciato ad aprile. Tra compensazioni ambientali minime e rischio subsidenza ed inquinamento dell’aria.

Il lago di Bomba, in provincia di Chieti, è nuovamente minacciato dalle compagnie petrolifere. Martedì 3 luglio il Comitato per le Valutazioni d’impatto ambientale (Via) della Regione Abruzzo valuterà -per la seconda volta- il progetto di estrazione e raffinazione di gas naturale presentato da Forest CMI spa, già bocciato -dallo stesso organismo- lo scorso mese di aprile. È una vicenda che va avanti da 8 anni, animata da ricorsi al Tribunale amministrativo regionale e dall’opposizione di comitati e cittadini. Il progetto, da svilupparsi in una ventina di anni, prevede l’estrazione di 650 mila metri cubi di gas al giorno -“tirati” da 5 pozzi (2 già esistenti e 3 da perforare)-, la realizzazione di un gasdotto da 7,5 chilometri nei Comuni di Roccascalegna e Torricella Peligna ed un impianto di raffinazione del gas naturale sul Monte Pallano, con un’estensione di 20 mila metri quadrati. Questo è possibile leggerlo sul sito del Comitato “Gestione partecipata del territorio”, nato nel 2010 proprio per “valutare e verificare l’impatto” territoriale di quella che le associazioni ambientaliste considerano una raffineria a tutti gli effetti. Un aspetto, questo, più volte smentito dalla Forest CMI spa, che precisa: “L’impianto di Monte Pallano tratterà il gas proveniente dai cinque pozzi, separando il gas metano da altre sostanze quali acqua, acido solfidrico, anidride carbonica e azoto, al fine di ottenere un gas (metano) pronto per essere trasportato, venduto e utilizzato. È importante sottolineare come Monte Pallano sia un impianto per il trattamento del metano e non una raffineria di petrolio”, perché “un impianto di trattamento del gas presenta dimensioni molto inferiori e un numero minore di apparecchiature rispetto a una raffineria”. Insomma, una piccola raffineria in una delle zone più belle del Centro-Sud Italia, al centro di una guerra burocratica iniziata otto anni fa.

La vicenda. Il 13 febbraio 2004 Forest CMI spa ottiene dal ministero dello Sviluppo economico il permesso di ricerca “Monte Pallano”. Esattamente 5 anni dopo, deposita istanza per la concessione di coltivazione “Colle Santo”, fino ad arrivare -nel marzo del 2010- alla richiesta di Valutazione d’impatto ambientale per il progetto complessivo, nei confronti del quale pervengono oltre 250 osservazioni -presentate da amministrazioni comunali, politici, cittadini, associazioni e comitati- e un documento di contrarietà firmato dalla Provincia di Chieti e da 19 Comuni della Val di Sangro. Un’opposizione massiccia, sullo sfondo di ben due ricorsi al Tar da parte della società. Il primo, vinto, contro il Comune di Bomba, reo di non aver preso in esame la possibilità di correzione degli errori presenti nel Piano per l’assetto idrogeologico, come richiesto dalla Forest CMI spa. Il secondo, contro il parere del Comitato Via che il 10 aprile 2012 aveva bocciato il progetto sul Lago di Bomba, lo stesso che il 3 luglio ritornerà ad essere valutato, con la possibilità che il Comitato Via riapra i giochi. Una decisione che preoccupa il fronte del “no”, capeggiato dal Wwf Abruzzo, tra le prime associazioni a tenere alta l’attenzione sulla vicenda. “La società -si legge in un comunicato dell’associazione ambientalista- ha chiesto […] in subordine all’eventuale bocciatura della decisione del Comitato Via da parte del Tar, un risarcimento danni di 142 milioni di euro. Il Wwf ritiene che la Regione Abruzzo non può continuare ad essere in balia di procedure e modalità organizzative del Comitato Via che possono portare […] a una prima bocciatura e dopo due mesi all’approvazione dello stesso progetto!”. In effetti, la posizione della Regione Abruzzo è difficile da comprendere. Soprattutto leggendo le motivazioni della bocciatura, messe nero su bianco con Giudizio n.1929 del 10 aprile 2012. Il Comitato Via fa notare come l’impianto di trattamento del gas “è in contrasto con il Piano di tutela della qualità dell’aria della Regione Abruzzo”. A questo punto, senza mezzi termini, o la Regione decide di modificare il Piano di tutela della qualità dell’aria, o la società modifica l’impianto.

Ma, nello stesso documento di bocciatura Via emergono altre contraddizioni. A farle notare è l’avvocato Enrico Graziani, già senatore, che richiama “il problema della subsidenza legata all’estrazione del gas, specie in considerazione del fatto che il giacimento si trova al di sotto del lago e della diga (poggiata su di un lato su una frana attiva); tra l’altro, i quantitativi di cui si prevede l’estrazione sono 44 [volte] il volume dell’acqua contenuta nel lago (80 milioni di metri cubi)”. In caso di subsidenza irreversibile l’unica soluzione sarebbe lo svuotamento dell’intera diga, con un ulteriore rischio: se lo svuotamento della diga non dovesse avvenire in tempi congrui, “il crollo della diga in terra avrebbe conseguenze catastrofiche”.

Il territorio. Quello abruzzese è un territorio sensibile, da tutti i punti di vista. Quasi il 60% della terraferma e del mare sono interessati da permessi di ricerca e concessioni, a fronte di un gettito royalties che per gli enti, nel 2011, è stato di soli 254 mila euro. La maggior parte dei permessi riguardano lo sfruttamento di gas, perché la Regione Abruzzo, il 18 dicembre 2009, con il varo della Legge regionale n.32 -che sancisce la contrarietà alle attività di prospezione, di ricerca e di estrazione per i soli idrocarburi liquidi- ha fornito un assist alle società minerarie, che così puntano tutto sugli idrocarburi gassosi. Una di queste è proprio la Forest CMI spa, consapevole che in Italia estrarre gas conviene, anche per via di aliquote di prodotto (royalties / compensazioni ambientali) molto basse, pari al 10% del profitto (7 % di royalties e 3% per Fondo idrocarburi). Per questo intende capitalizzare al meglio gli investimenti su un’area che ospita il lago artificiale di Bomba – in Val di Sangro -, creato a partire da una diga realizzata alla fine degli anni Cinquanta. E per farlo, con il consenso degli enti decisori, parla di royalties ed occupazione, tanto da presentare in Regione ben 3 faldoni di domande di persone interessate a lavorare presso la centrale di trattamento. Anzi, come si legge sul sito del progetto, gli impianti avranno “compatibilità turistica”, prevedendo addirittura “un incremento del turismo business ed effetti positivi sul turismo tradizionale grazie alle numerose persone che si dovranno recare qui per lavoro”.

Gli amministratori locali, invece, sanno bene che il turismo potrebbe essere una delle risorse future del Comune di Bomba, così come quelle di un territorio ad alta valenza naturalistica che potrebbe fruttare molto di più dei 300 mila euro promessi come compensazione.

La società. La Forest CMI spa è la filiale italiana dell’americana Forest Oil Corporation, operante nel nostro Paese dal 1996. Il cui nome, agli inizi di giugno, è spuntato fuori quando la Procura di Modena ha aperto un fascicolo per “possibili trivellazioni abusive” in Emilia-Romagna. La società americana, infatti, fino al 2011 ha detenuto -previa propria rinuncia- la titolarità del permesso di ricerca “Finale Emilia”. Ma di trivellazioni abusive nelle zone colpite dal sisma del 20 e del 29 maggio i vertici aziendali non ne vogliono proprio sapere, dichiarando di non aver effettuato alcuna trivellazione, “neanche a livello di mera ricerca”.

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1 commento



  1. isabella luciani - 11 luglio 2012 at 18:07

    Questo articolo dimentica la D’Orsogna e la Arduini le vere eroine anti trivelle d’Abruzzo.

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