Daramic Tito scalo, la bonifica beffa

Continua la saga della rifiuti connection lucana. Continua a destare preoccupazione l’area industriale di Tito scalo, che con un decreto dell’8 luglio 2002, il ministero dell’Ambiente circoscriveva come sito d’interesse nazionale, soggetto a bonifica urgente. Il secondo della Basilicata, dopo la Val Basento. Chimere e bombe ecologiche di un processo fallimentare di industrializzazione. Ancora una volta si parla di Daramic, azienda del gruppo statunitense Polypore, specializzata nella produzione di separatori per batterie a ciclo continuo in polietilene per usi industriali.

L’attualità. La Giunta Regionale della Basilicata con delibera n.358 del 2 marzo 2010, pubblicata sul BUR Basilicata n.15 del 16/03/2010, ha espresso giudizio favorevole di Compatibilità ambientale e concesso tutte le autorizzazioni necessarie per le emissioni in atmosfera previste dal “progetto per il trattamento delle acque di falda emunte dal sito inquinato dello stabilimento Daramic ubicato nella zona industriale di Tito scalo […]”, ai sensi dell’articolo 6 della Legge regionale n.47/1998 ed ai sensi dell’ex articolo 269 comma 2 del Decreto Legislativo n.152/2006. L’autorizzazione concessa al progetto della Daramic srl – dal quale si evince chiaramente che l’adeguamento effettuato per il trattamento delle acque emunte con emissioni in atmosfera sia avvenuto su un impianto non idoneo dal punto di vista strutturale, in fase di dismissione e fruibile solo per processi produttivi – rappresenta l’ennesima violazione della tutela della salute dei cittadini, con preoccupanti impatti ambientali delle future emissioni sulle acque (fiume Tora), sull’aria e sul suolo. Un progetto datato 15 novembre 2006, che il Comune di Tito e la Provincia di Potenza hanno accantonato in un cassetto, pur essendo probabilmente a conoscenza delle implicazioni derivanti dallo smaltimento di tricloroetilene in atmosfera. Nessuna osservazione in merito e solo un assenso nel corso della Conferenza dei Servizi convocata nel mese di settembre 2009.

Gli adeguamenti richiesti dalla Daramic S.r.l. prevedono l’estrazione ed il trattamento delle acque emunte per mezzo di un impianto di “strippaggio” utilizzato per la separazione del tricloroetilene dall’acqua emunta dalla falda, mediante l’uso di fini bolle di aria. Successivamente la risultante della miscelazione tra aria e tricloroetilene viene inviata ad un impianto di filtrazione a carboni attivi – in cui vengono convogliati anche i vapori di tricloroetilene provenienti dall’impianto di estrazione dell’acqua. L’impianto a carboni attivi è infine collegato ad un camino per l’emissione in atmosfera. La pericolosità che tale operazione comporta è data non solo dal riutilizzo di un sistema già in uso, ma anche dall’alta concentrazione di questa sostanza altamente cancerogena presente nelle falde, ove si pensi che in soli 10 mesi di emungimento dell’acqua dai pozzi realizzati intorno allo stabilimento, sono stati estratti circa 1400 Kg di tricloroetilene.

Questa sostanza deprime il sistema nervoso centrale e produce sintomi simili a quelli dell’ubriacatura da alcol: mal di testa, confusione, difficoltà nella coordinazione motoria. Una esposizione prolungata può portare all’incoscienza e alla morte. Particolare attenzione va posta nei luoghi dove è possibile avere alte concentrazioni di suoi vapori; il tricloroetilene de-sensibilizza rapidamente il naso e diviene impercepibile all’olfatto, aumentando il rischio di inalarne dosi elevate. L’esposizione ai suoi vapori può provocare un prolungato bruciore agli occhi. È stato dimostrato, inoltre, che il tricloroetilene – classificato in classe 2A della classificazione IARC per cancerogenicità, può incidere su fegato e vie biliari, procurando sospetta relazione con l’insorgenza di linfomi non-Hodgkin.

La modifica dell’impianto della Daramic S.r.l. – che ricade in un’area fortemente inquinata, ma densamente abitata, nella quale sono stati riscontrati gravi superamenti del valore limite di solventi clorurati (tricloroetilene) nelle acque sotterranee – “risulta sostanziale, in quanto comporta la variazione delle condizioni di convogliabilità degli effluenti gassosi e la modifica della portata del condotto di emissione, giacchè l’impianto di filtrazione a carboni attivi, inizialmente progettato per essere integrato nel processo produttivo, ora risulta essere esclusivamente a servizio delle operazioni di bonifica ed opera in modo autonomo, senza il supporto degli impianti di processo”. Motivo questo che richiederebbe controlli severi ed un monitoraggio quotidiano accessibile dal pubblico attraverso la pubblicazione su siti web istituzionali, al fine di evitare il rischio di possibili superamenti delle soglie di concentrazione di tricloroetilene reimmesse in atmosfera, rilevate attraverso un misuratore in continuo delle concentrazioni nel camino. Come se non bastasse, l’autorizzazione regionale presenta altre gravi incongruenze: da un lato stabilisce la validità della VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) per tre anni e dall’altro procrastina inspiegabilmente l’autorizzazione all’emissione in atmosfera alla Società Daramic per altri 15 anni, nonostante il parere espresso dal Comitato Tecnico Scientifico Regionale circa il contesto ambientale di riferimento, connotato da segni antropici preesistenti e della complessità degli interventi previsti in progetto che richiedono l’acquisizione di numerose autorizzazioni. Una vicenda questa, che va ben oltre i fosfogessi interrati.

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1 commento



  1. Stefano Peretti - 24 settembre 2012 at 10:06

    Da quanto scritto si evince che Daramic faccia del bene all’ambiente: estrae acqua inquinata da tricloroetilene dal sottosuolo, toglie l’inquinante dall’acqua e, prima di inviare i vapori nell’atmosfera li filtra con carboni attivi. Di meglio non potrebbe fare. Risultato:utilizza acqua inquinata invece di utilizzare quella potabile. Emette in atmosfera uno scarico che credo sia autorizzato e quindi entro i limiti di legge.

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