Idrocarburi in Basilicata: braccio di ferro tra cittadini, Comuni, Regione e Governo

Da due mesi comitati, associazioni di categoria e studenti, e la metà dei Comuni lucani, chiedono al presidente della Giunta di rivolgersi alla Corte Costituzionale contro l’articolo 38 della legge ‘Sblocca Italia’ che, di fatto, consente allo Stato di sostituirsi agli Enti locali nelle decisioni per progetti di prospezione, ricerca e coltivazione di gas e greggio, gasdotti, rigassificatori e stoccaggi.

Lo scorso 4 dicembre circa 10mila persone hanno sfilato per le strade di Potenza. Per poi riunirsi in un presidio permanente sotto la sede della Regione Basilicata, nella quale era in corso un Consiglio regionale impegnato a decidere in merito all’impugnazione dell’articolo 38 della legge “Sblocca Italia” (n.164 dell’11 novembre 2014). Proprio quello che da quasi due mesi chiedono comitati, cittadini, associazioni di categoria e studenti, in linea con la posizione assunta dalla metà dei Comuni lucani – 63 su 131 – che con regolare delibera hanno richiesto al presidente della Giunta regionale, Marcello Pittella, di rivolgersi alla Corte Costituzionale contro una norma che penalizza la Basilicata e consente allo Stato – tramite i ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente – di sostituirsi agli Enti locali nelle decisioni riguardanti i progetti di prospezione, ricerca e coltivazione di gas e greggio, gasdotti, rigassificatori e stoccaggi.

Una voce di dissenso che non ha però trovato riscontro nello scrutinio a maggioranza del Consiglio regionale, arrivato a tarda sera. Con 15 voti favorevoli e 5 contrari è stata approvata una proposta che impegna la Regione “ad impugnare l’articolo 38 […] qualora non vengano ripristinate le prerogative regionali e quindi il principio di leale collaborazione tra Stato, Regioni e Enti Locali”, al fine di superare “la pregiudizievole semplificazione amministrativa del titolo concessorio unico in materia di ricerca e coltivazione degli idrocarburi” che “riporti all’ambito regionale, nel rispetto delle prerogative, le competenze in materia di VIA/VAS coinvolgendo, altresì, i Comuni e le Province nelle valutazioni afferenti le modalità ed i limiti di uso e consumo del suolo”.

In sostanza – come annunciato dallo stesso governatore in una nota stampa – “il governo nazionale ha avuto modo di verificare la fondatezza di un parere sulla incostituzionalità […] dell’articolo 1 bis dell’articolo 38”. Se l’articolo 38 non cambia, la Basilicata, come già annunciato da altre Regioni (Lombardia in testa, poi Marche, Abruzzo, Molise e Puglia), potrebbe intraprendere la strada dell’impugnazione entro il 10 gennaio 2015.

Una “sfida” che il governo Renzi ha raccolto immediatamente, presentando un emendamento alla Legge di Stabilità 2015 che di fatto, se dovesse essere approvato, rafforza il senso dell’articolo 38 e lo blinda definitivamente. Infatti, sabato 13 dicembre in Commissione programmazione economica e bilancio del Senato il governo ha depositato un emendamento – il numero 9 – che modifica proprio il comma 1 bis dell’articolo 38, secondo il quale “Il ministro dello Sviluppo economico, con propri decreti, di concerto con il ministro dell’Ambiente, predispone, anche per stralci, un piano delle aree in cui sono consentite le attività del comma 1 (attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale, ndr). Il piano per l’attività sulla terraferma è adottato previa intesa con la Regione o le Regioni territorialmente interessate agli stralci di cui al primo periodo. In caso di mancato raggiungimento dell’intesa, si provvede con le modalità di cui all’articolo 1, comma 8-bis, della legge 23 agosto 2004, numero 9″.

La bozza di modifica ribadisce l’intenzione dello Stato di individuare per decreto quelle aree esclusive del nostro Paese da destinare allo sfruttamento energetico – e con essa il dubbio di legittimità relativo alla mancata partecipazione degli Enti locali nella loro individuazione – introducendo, al tempo stesso, singoli piani territoriali sui quali occorrerà ottenere l’intesa con la Regione o con le Regioni territorialmente interessate.

A ricordarlo è il costituzionalista Enzo Di Salvatore, professore di Diritto costituzionale italiano e comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza di Teramo, il quale evidenza anche che l’intesa regionale non sarà forte, ma anzi debole. Infatti, la Regione dovrà esprimersi entro 150 giorni dalla richiesta. In caso di inerzia il Ministero accorderà alla Regione altri 30 giorni, trascorsi i quali senza alcuna finalizzazione gli atti passeranno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Quel che sembra essere una vittoria delle Regioni – ovvero il fatto di pretendere che l’intesa sia data fuori dalla Conferenza di Servizi, dopo la conclusione del procedimento e prima del rilascio delle autorizzazioni, come ricorda il costituzionalista Di Salvatore – rischia di divenire una vittoria solo apparente, in quanto “il procedimento che metterà capo al rilascio del titolo concessorio dovrà concludersi entro 180 giorni dal suo avvio, attraverso apposita Conferenza di Servizi. Vuol dire che l’intesa potrebbe essere richiesta (e data) prima che si concluda il procedimento. In questo modo, la Regione potrebbe trovarsi nella condizione di dare l’intesa (entro 150 giorni) senza che sia terminato il procedimento e senza che sia posta nella possibilità materiale di conoscere tutti gli atti. Formalmente la prescrizione costituzionale sulla partecipazione della Regione è salva, ma nella sostanza potrebbe non esserlo”. Il parere delle Regioni, pertanto, non è vincolante.

Ora bisogna capire cosa deciderà di fare il presidente della Giunta, Marcello Pittella, considerando che il 12 dicembre il presidente del Consiglio regionale, Piero Lacorazza – che il 4 dicembre ha sostenuto positivamente la risoluzione del governatore – ha firmato la “Carta di Termoli”, ovvero una dichiarazione d’intenti condivisa con Abruzzo, Molise, Puglia e Sicilia che invoca un ricorso alla Consulta e a un referendum abrogativo dell’articolo 38, “oltre all’indispensabile coinvolgimento di tutte le Regioni, italiane e balcanico-ioniche, per una strategia transfrontaliera condivisa e per politiche comuni nell’Adriatico e Ionio, a tutela dei mari e dell’economia tradizionale che alimentano”, come risposta ad “un atto di centralismo inaccettabile”.

Ma, l’emendamento 9 alla Legge di Stabilità 2015 presentato dal governo, oltre alla proposta di modifica dell’articolo 38, amplia il quadro delle infrastrutture energetiche strategiche da sbloccare, inserendo “le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento di idrocarburi in raffineria, alle opere accessorie, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali strumentali allo sfruttamento di titoli concessori esistenti, comprese quelle localizzate al di fuori del perimetro delle concessioni di coltivazioni”.

Nella sostanza, una norma per velocizzare la realizzazione del progetto Total “Tempa Rossa” di Taranto, che prevede la costruzione di 2 serbatoi da 180mila metri cubi di greggio e il prolungamento del pontile esistente che già serve la raffineria dell’Eni. Tutto in previsione dell’aumento delle attività petrolifere in Basilicata, nella Valle del Sauro, dove la Total estrarrà 50mila barili di greggio al giorno dalla concessione di coltivazione “Gorgoglione”, in procinto anche questa di essere ampliata.

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