Shale gas, Chevron abbandona la Romania

Dopo la decisione di abbandonare la Polonia, il colosso petrolifero statunitense Chevron ha di recente confermato di voler abbandonare anche gli investimenti nel nord della Romania.

Dalle dichiarazioni rilasciate dalla società al Wall Street Journal è facilmente intuibile come, dopo il calo dei guadagni di circa il 30%, la multinazionale californiana abbia preferito fare un passo indietro e tornare ad investire sul territorio nazionale.

La decisione di Chevron di abbandonare le attività di esplorazione dello shale gas (gas di scisto) in Romania rappresenta una vittoria per gli ambientalisti locali, che da anni manifestano contro gli impianti di fratturazione idraulica attivi sul territorio nazionale. L’apertura dei pozzi esplorativi era stata avallata dal governo di Bucarest, che aveva considerato il fracking una grande opportunità commerciale e lavorativa per il Paese. Nell’ottobre del 2013 infatti il premier Ponta, durante un incontro a Washington, aveva sottolineato l’importanza dell’arrivo della società statunitense in Romania, in vista del raggiungimento dell’indipendenza energetica del Paese. Secondo il Primo Ministro, l’avvio delle attività di esplorazione di Chevron in Romania costituiva, inoltre, un’occasione di notevole importanza per rafforzare la partnership con gli Stati Uniti.

La chiusura di Chevron in Romania aggiunge un tassello alle discussioni sulla controversa tecnica del fracking, utilizzata per estrarre gas e petrolio dalle rocce di scisto presenti nel sottosuolo. Le rocce vengono perforate e per far risalire il gas in superficie si ricorre all’iniezione di acqua mista a sabbia e altre sostanze. I rischi per l’ambiente sono numerosi, basti pensare alla contaminazione delle falde acquifere dovute all’uso intensivo di elementi chimici nocivi. Inoltre il rilascio di gas nell’atmosfera dovuto alla tecnica del fracking è stato indicato come una possibile causa del riscaldamento globale. Un ulteriore rischio della fratturazione idraulica potrebbe essere l’incremento di fenomeni sismici a causa dei dissesti del terreno. Una conseguenza non ancora confermata scientificamente, ma alcuni episodi verificatisi in zone dove era stato praticato il fracking lasciano pensare che non si tratti di una semplice coincidenza.

L’altro lato della medaglia mostra i notevoli risultati in campo energetico raggiunti da Canada, Stati Uniti e Cina grazie alla tecnica del fracking. In Europa invece i risultati sono stati negativi. L’esperienza fallimentare dell’est Europa ha portato anche altri Paesi europei a rinunciare allo sfruttamento del gas di scisto.

L’UE ha dichiarato il 22 gennaio del 2014 di non voler legiferare in materia di fracking. Il legislatore europeo ha infatti emanato solo raccomandazioni, lasciando ampia discrezionalità ai governi degli Stati membri per il rilascio delle autorizzazioni alle operazioni. Per quanto riguarda i singoli Stati, l’Italia – ad esempio – ha vietato ogni possibilità di estrazione del gas con la tecnica della fratturazione idraulica. La Francia è stato il primo Paese ad impedire l’utilizzo del fracking sul proprio territorio, seguita in poco tempo dalla Bulgaria. La Germania, che non ha ancora legiferato in materia, non sembra tuttavia disposta a concedere autorizzazioni per la nascita di pozzi esplorativi. Il Regno Unito, invece, ha emanato recentemente leggi più favorevoli alle compagnie petrolifere internazionali, che potranno trivellare anche sui terreni privati anche in assenza di un’esplicita autorizzazione.

Il vuoto normativo europeo rappresenta comunque una lacuna e una sconfitta per gli ambientalisti che da anni si battono per la tutela del territorio del Vecchio Continente. Una legislazione sovranazionale sarebbe stata auspicabile per evitare un’eccessiva disomogeneità tra le normative degli Stati membri in materia. Si sarebbe trattato di un tutela preventiva in grado di salvaguardare il territorio, limitando eventuali speculazioni ai danni dell’ambiente.

Tenuto conto però dei differenti approcci tra i vari Stati membri e delle difficoltà ad adottare decisioni comuni in campo energetico, l’astensione dell’UE non rappresenta certo una sorpresa.

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