Trivelle, la Basilicata raddoppia

In Gazzetta Ufficiale il decreto che rende operativo il “Memorandum d’intesa sul futuro estrattivo della Basilicata” tra Regione e governo. Secondo l’esecutivo, garantirà “17 miliardi di euro di investimenti, oltre 100 mila posti di lavoro addizionali”. L’obiettivo è produrre il 14% del fabbisogno nazionale di greggio. Per venti anni verranno liberalizzate le concessioni estrattive, la cui gestione passa a Roma. Viene meno, così, il ruolo delle amministrazioni locali: chi penserà alla tutela del territorio?

Il futuro della Basilicata è nero come il petrolio: con la firma del Decreto ministeriale 12 settembre 2013 – sottoscritto dai ministeri dello Sviluppo economico e dell’Economia – si è concluso uno dei percorsi di contrattazione petrolifera più dibattuti degli ultimi quindici anni, quello avviato da Regione Basilicata e Governo nell’aprile del 2011. Due anni e mezzo fa, infatti, il governatore lucano Vito De Filippo, il sottosegretario del ministero della Pubblica istruzione Guido Viceconte e il sottosegretario del ministero dello Sviluppo economico Stefano Saglia firmarono un Memorandum d’intesa sul futuro estrattivo della Basilicata.

Prevedeva il raddoppio delle estrazioni petrolifere, maggiori entrate fiscali per lo Stato, vantaggi economici, infrastrutturali ed occupazionali per il territorio. Questi in linea di massima gli “asset” di un accordo raggiunto in perfetto clima bipartisan e legittimato, qualche mese più tardi, nell’articolo 16 del Decreto Liberalizzazioni (n.1/2012). In sostanza, il decreto ministeriale 12 settembre 2013 (Gazzetta Ufficiale n.223 del 23 settembre 2013) – in conformità con la nuova Strategia energetica nazionale – rende attuativo l’articolo 16 del Decreto liberalizzazioni, che mira allo sviluppo degli investimenti infrastrutturali ed occupazionali nei territori interessati da attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi, e aspira a coprire il doppio del fabbisogno italiano di greggio (dal 7% al 14%). Si liberalizza, di fatto, il raddoppio delle estrazioni petrolifere, non solo nelle valli del Sauro e dell’Agri – date in concessione a Total ed Eni – ma nell’intera Basilicata. Perché sul piatto della bilancia, come prontamente dichiarato in una nota del ministero dello Sviluppo economico, ci sono “17 miliardi di euro di investimenti, oltre 100 mila posti di lavoro addizionali, un risparmio di oltre 5 miliardi di euro l’anno sulla fattura energetica e ulteriori 3 miliardi l’anno in entrate fiscali”. Obiettivi raggiungibili anche grazie alla “realizzazione di ulteriori investimenti privati che sono fattore di crescita per l’economia, sia in termini di fiscalità generale, sia sotto il profilo occupazionale”.

Pertanto, i “sensibili vantaggi economici e sociali soprattutto per il Mezzogiorno, in particolare per la Basilicata” non passerebbero solo per l’attuazione dei programmi petroliferi già autorizzati, ma sarebbero assolutamente vincolati alle autorizzazioni ed allo sviluppo di nuovi permessi di ricerca e concessioni, presentati a decorrere dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, avvenuta il 23 settembre. Con questo Memorandum – messo in discussione nell’ottobre scorso ed oggi riabilitato – la Basilicata si prepara ad accogliere per 20 anni ed oltre nuove richieste di perforazione e nuove compagnie petrolifere. Le nuove società verrebbero incentivate grazie all’istituzione di un fondo speciale costituito da una parte delle quote d’imposta sul reddito delle società (Ires). In poche parole, le società pagano l’Ires, il fondo speciale cresce e gli introiti verrebbero reinvestiti sia in infrastrutture, sia in nuovi progetti petroliferi in linea con la Strategia energetica nazionale.

Le reazioni. Sull’attuazione dell’articolo 16 del Decreto Liberalizzazioni – oggetto di discussione delle precedenti campagne elettorali – sembra essere caduto un silenzio tombale da parte delle forze politiche in corsa per le elezioni regionali del 17 e 18 novembre 2013. Ad intervenire solo Confindustria ed organizzazioni sindacali e datoriali che hanno ufficialmente chiesto al Governo nazionale, ed in particolare al ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, di “aprire formalmente un confronto a tutto campo in relazione all’utilizzo delle risorse ex art.16 per interventi strategici e tutela ambientale, razionalizzazione delle diverse voci legate alle royalty da finalizzare allo sviluppo e alla coesione sociale, investimenti da parte dei grandi player, Eni e Total in testa, per la creazione diretta di lavoro in particolare nel settore manifatturiero”. Ancora una volta, sullo stesso piano, l’impossibile coesistenza tra tutela ambientale ed incremento delle attività petrolifere, delle infrastrutture e dell’occupazione, come di recente richiesto da una cordata di sindaci della Val d’Agri.

La piena e definitiva applicazione del Memorandum ha di fatto catapultato lo Stato, tramite il diretto controllo e la gestione di nuovi progetti petroliferi, nell’affare petrolio. Il rischio è quello di un ulteriore depauperamento dei Comuni “petroliferi”, di un pieno possesso del territorio lucano da parte delle multinazionali e dell’esclusione delle amministrazioni e dei cittadini dalle decisioni locali in tema di energia, mettendo mano al Titolo V della Costituzione, con la modifica dell’articolo 117. Lo ha già richiesto più volte l’Eni, e rilanciato ieri da Assomineraria e Federutility, che spingono per l’abolizione della “conflittualità Stato-Regioni e definire un titolo unico”. La Basilicata “Oil for land” è servita.

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