EDF-Fenice, fumata nera sull’inquinamento

EDF-Fenice, fumata nera sull’inquinamento

Anche il Tavolo tecnico del 10 febbraio 2011 – convocato rigorosamente a porte chiuse presso il Dipartimento ambiente della Regione Basilicata -, sull’inquinamento pluriennale provocato dall’inceneritore Fenice di Melfi, non ha sortito nessun effetto: se non l’ennesima cortina fumogena sollevata per tranquillizzare. A meno che ci sia, oltre a cittadini e poche associazioni, qualcuno di preoccupato, considerando che gli Enti preposti (Regione, Provincia di Potenza, Comune di Melfi, Arpab e Asp) hanno saputo rinviare nuovamente una situazione che si trascina da anni.

È dal lontano dicembre 2007 che i parametri dei pozzi di ispezione risultano fuori limite per diverse sostanze. Si è dovuto attendere il 12 marzo 2009 affinché la società EDF-Fenice spa si “auto-denunciasse” e solo dopo che l’Arpab, pur a conoscenza dello stato dell’inquinamento, il 3 marzo 2009 desse corso a quanto previsto dall’art.244 del Decreto Legislativo n.152/2006, nonostante la stessa legge preveda di comunicare alle autorità competenti entro 24 ore dall’evento le misure di prevenzione e sicurezza attuate per fronteggiare l’inquinamento. A distanza di tutto questo tempo, le preoccupazioni dei cittadini non possono essere tacitate con generiche rassicurazioni circa lo stato della bonifica, senza esplicitare e rimuovere le cause strutturali che provocano l’inquinamento delle falde, se è vero (come è vero) che l’impiantistica relativa alla inertizzazione delle ceneri dell’impianto è ferma dal mese di aprile del 2010 e le ceneri prodotte dall’ottobre 2009 (codice CER 190113, ndr) vengono trattate presso un impianto di Brescia con proroga concessa dalla Provincia di Potenza fino al mese di aprile del 2011. Perchè, a questo punto, solo di problemi strutturali si tratta, sui quali da EDF-Fenice taccioni e gli Enti locali abboccano, nonostante nel corso del “Tavolo tecnico-beffa” si è preso, ancora una volta atto, che le falde dell’area di San Nicola di Melfi continuano ad essere inquinate da trielina, nichel e nitrati.

Il piano di caratterizzazione si allontana e l’inceneritore continua a bruciare rifiuti e potrebbe ricevere presto Combustile Solido Secondario (CSS). Infatti, la società “Consorzio Seari srl” ha presentato agli Uffici del Dipartimento Ambiente della Regione Basilicata, al fine del rilascio del parere VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) ai sensi della L.R. 47/98, un progetto di ampliamento dell’impianto di trattamento dei rifiuti rinvenienti dalla raccolta differenziata multimateriale e dei rifiuti industriali per la produzione, proprio, di CSS, prevedendo l’aggiunta di una linea di trattamento meccanico all’interno dello stabilimento Seari di Atella, la quale consentirà di produrre il combustibile per gli inceneritori ed i cementifici lucani.

Il quadro è chiaro. La Regione a parole vuole incrementare la raccolta differenziata, ma nei fatti favorire prima lo smaltimento dei rifiuti “tal quale” nelle discariche e poi la loro termodistruzione presso inceneritori e cementifici, prevedendo la creazione di centri di produzione del combustibile. Un discutibile modello di gestione dei rifiuti indicato dalla società Sogesid spa (una cosiddetta spa pubblica interamente controllata dal Ministero dell’Economia, in house del Ministero dell’Ambiente e del Ministero delle Infrastrutture) che, tra le altre cose, prevede proprio la costruzione di due inceneritori (uno per provincia) e l’utilizzo dei cementifici come smaltitori di rifiuti e ceneri prodotte dalla termocombustione nel clinker cementizio.

In un contesto come questo l’inceneritore di Melfi potrebbe rappresentare la destinazione ideale, considerandone background e propensioni. L’impianto EDF-Fenice è uno dei più grandi d’Europa per smaltimento di rifiuti industriali che assorbe la quasi totalità di scorie prodotte dal settore automobilistico italiano. Una costola dello stabilimento Fiat Sata su 85.700 metri quadrati di terreno, 110 miliardi di vecchie lire come investimento iniziale – di cui 60,5 miliardi di finanziamento agevolato ed una richiesta di contributo statale pari a 19,8 miliardi -, 30.000 tonnellate annue trattate di rifiuti solidi assimilati agli urbani e 35.000 tonnellate annue dichiarate di rifiuti industriali. Ma anche da questo punto di vista i conti non tornano.

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