Trema il paradiso delle trivelle

In Italia non è possibile “imputare” scientificamente alle attività estrattive di gas e petrolio le cause del sisma emiliano. Ma il nostro Paese prepara lo sbarco dello shale gas, ed ospita società in grado di portare avanti operazioni di fracking.

Ecco che cosa ha scritto il 4 giugno 2012 l’Enea: “Il fracking utilizzato per estrarre gli idrocarburi da scisti e sabbie bituminose è molto invasivo del territorio, ma è soprattutto ad altissimo consumo di acqua e molto inquinante del suolo e delle falde idriche del sottosuolo” e “può provocare anche micro terremoti”. L’Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) cercava di fare chiarezza in merito allo sviluppo mondiale di giacimenti di shale gas, gas non convenzionale che si estrae con la tecnica del fracking. Aprendo così interrogativi sulle possibili correlazioni tra terremoti e trivellazioni petrolifere. Un tema divenuto d’attualità in seguito al terribile sisma che nel mese di maggio ha colpito l’Emilia Romagna.

Una regione che dalla fine dell’Ottocento ad oggi ha assistito alla perforazione di 1.697 pozzi, configurandola come il territorio più trivellato d’Italia. Dove nel 2011 sono stati estratti 193mila barili di greggio e 203 milioni di metri cubi di gas naturale e dove risultano vigenti 38 permessi di ricerca di idrocarburi, 37 concessioni di coltivazione di idrocarburi, 6 concessioni per lo stoccaggio di gas naturale, 13 istanze per ottenere nuovi permessi di ricerca di idrocarburi e 3 nuove istanze per il conferimento di concessioni di coltivazione di gas. Nel nostro Paese -considerando la mancanza di una letteratura scientifica validata- non è possibile affermare con certezza la correlazione tra attività estrattiva ed attività sismica. Né tanto meno è possibile verificare l’uso in Italia della tecnica del fracking, che consiste nella perforazione di pozzi di idrocarburi mediante fratturazione idraulica di rocce a grande profondità, con iniezione di acqua a forte pressione miscelata con sostanze chimiche.

I due più noti studiosi italiani del settore, Leonardo Seeber e Franco Ortolani, non parlano di fracking. Seeber -sismologo di fama mondiale e docente al Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University- afferma che le attività minerarie, in fase di estrazione e in fase di reiniezione di fluidi, possono anticipare terremoti, perché alterano meccanicamente lo strato della crosta terrestre. Sulla stessa lunghezza d’onda può essere considerato il parere di Ortolani -ordinario di Geologia all’Università di Napoli Federico II dove è direttore del Dipartimento Scienza del Territorio- il quale sostiene che il sisma di origine tettonica del 20 maggio in Emilia-Romagna si è verificato in corrispondenza del margine sepolto dell’Appennino emiliano anche dove non si sono avuti precedenti storici, rimarcando anche il possibile impatto sulle tubazioni per l’estrazione di idrocarburi in zone interessate da faglie attive e della iniezione a pressione di fluidi nelle rocce serbatoio, in zone con tettonica attiva. Al momento, una cosa è certa: sovrapponendo la mappa sismo-tettonica dell’Emilia -Romagna con la carta delle concessioni e dei permessi di ricerca di idrocarburi vigenti, ci si rende conto che la maggior parte di queste autorizzazioni incide su faglie attive.

A questo punto viene da chiedersi se in Emilia, ed in altre regioni, le compagnie petrolifere -che hanno piani ingegneristici e di sviluppo sui quali vige il più totale riserbo- abbiano utilizzato la tecnica del fracking. Sappiamo per certo che alcune di esse sono in grado di perforare pozzi mediante fratturazione idraulica e potrebbero farlo. È il caso della Aleanna Resources Llc, titolare proprio in Emilia Romagna di 7 permessi di ricerca. Alcuni di questi a Sud di Modena e a Ovest della concessione ad olio e gas “Mirandola” di Padana Energia, epicentro del sisma del 29 maggio. L’Aleanna Resources Llc -costituita dalla turca Kerns Petroleum Inc e dall’americana Aleanna Energy Llc, controllata in joint venture dalla canadese BRS Resources Ltd e dalla Bluscape Resources- ha fatto parlare di sé per un video pubblicato sul proprio sito nella pagina “Operazioni di perforazione”, nel quale viene mostrata la tecnica del fracking. Oggi, la pagina che mostrava il video (comunque visionabile su YouTube) è stata rimossa e sostituita con questo messaggio: “Aleanna partecipa al dolore di coloro che sono stati colpiti dal recente terremoto in Italia. Aleanna è stata contattata dalla stampa e desidera comunicare al pubblico che la società non sta effettuando alcuna attività di perforazione e non ha mai adottato tecniche di fracking in Italia”.

Stesso discorso vale per un’altra azienda. È la Indipendent Energy Solutions, una società nata nel 2002 e controllata al 100% dalla Indipendent Resources Plc, il gruppo che controlla anche il deposito sotterraneo per lo stoccaggio di gas naturale a Rivara, in provincia di Modena, tramite l’Independent Gas Management, depositaria dell’85% della Ers (Erg Rivara Storage). La Indipendent Energy Solutions, dal 2009, opera nella frazione Ribolla di Roccastrada, in provincia di Grosseto, in Toscana, nella pianura del fiume Bruna. Un progetto da 60 milioni di euro che prevede l’estrazione di coal bed methane, ovvero di gas metano dalle rocce di carbone mediante fratturazione idraulica a bassa pressione. La produzione avverrà in circa 30 anni, variabile da un minimo di 2,4 miliardi di metri cubi di gas metano complessivi a un massimo di 3,6 miliardi di metri cubi. La produzione minima, stimabile in circa 80 milioni di metri cubi all’anno, rappresenta esattamente la soglia fino alla quale la normativa italiana non impone il pagamento delle compensazioni ambientali ai territori destinati a sfruttamento. A spiegare la tecnica utilizzata a Roccastrada, nel 2011, è Davide Scrocca, dell’Istituto di geologia ambientale e geo-ingegneria del Cnr. Siamo in presenza del primo caso di fracking in Italia? Il coal bed methane rappresenta una nuova frontiera di gas non convenzionale da aggredire, sulla quale sembrerebbe esistere una pianificazione ben precisa. Secondo uno studio dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia infatti, la Toscana, l’Umbria, il Lazio, la Sardegna ed il Mercure, tra Basilicata e Calabria, rappresentano possibili siti carboniferi dove estrarre metano tramite fratturazione idraulica.

Lo sguardo a Est. Mentre negli Stati Uniti il fracking è sotto accusa per aver provocato eventi di micro-sismicità in Ohio ed in Texas, e mentre Francia, Germania e Inghilterra hanno dichiarato fuorilegge la fratturazione idraulica o stanno discutendo sul suo divieto, in Italia si sviluppano progetti dagli elevati costi ambientali e rischi per le falde idriche. Sullo sfruttamento di shale gas sia Stefano Saglia, già sottosegretario allo Sviluppo economico nel IV Governo Berlusconi, sia l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, hanno repentinamente cambiato idea. Si è passati da una strada non percorribile a dichiarazioni di fattibilità. In primavera, l’ad della multinazionale di San Donato Milanese ha infatti dichiarato che “l’Eni sarà in grado di immettere in rete nel 2013 le prime produzioni di shale gas”. C’è da capire se le produzioni avverranno nel nostro Paese o se l’Italia deciderà di importare shale gas.

Infatti, sia Eni sia Sorgenia gestiscono giacimenti in Polonia. La società controllata dalla Cir di Carlo De Benedetti, attiva nella produzione di energia e nel settore della distribuzione del gas, sarebbe intenzionata a finanziare nuove attività esplorative nel Mare del Nord ed in Colombia, così come portare a compimento la ricerca di shale oil, grazie ad un accordo con la società austriaca Rag e la portoghese Porto Energy. Una joint venture che ha messo gli occhi su un’area sfruttabile di oltre 170 mila ettari in Portogallo. Una cosa è certa, le principali multinazionali europee cercheranno di estrarre shale gas in tutti gli Stati ricchi di giacimenti.

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