La biomassa da filiera corta

Spunta la biomassa da filiera corta. E dove non c’è, il passaggio ai rifiuti da bruciare è breve.

Da fonte AIEL (Associazione Italiana Energie Agroforestali) si apprende che con decreto interministeriale – pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.103 del 5 maggio 2010 – i ministeri dell’Agricoltura e dello Sviluppo Economico hanno definito “modalità per tracciare e rintracciare le biomasse destinate alla produzione di energia elettrica per ottenere il coefficiente di moltiplicazione dei certificati verdi”. In poche parole, all’energia prodotta da impianti alimentati a biomassa della potenza superiore ad 1 MW è riconosciuto un coefficiente di moltiplicazione dei certificati verdi pari a 1,8, istituendo una filiera corta di reperimento. Per “biomassa da filiera corta” si intende la parte biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui provenienti dall’agricoltura, comprendente sostanze vegetali e animali, e dalla silvicoltura e dalle industrie connesse, prodotti entro il raggio di 70 km dall’impianto di produzione dell’energia elettrica. “La lunghezza del predetto raggio è misurata come la distanza in linea d’aria che intercorre tra l’impianto di produzione dell’energia elettrica e i confini amministrativi del Comune in cui ricade il luogo di produzione della biomassa”.

La tracciabilità, a questo punto, dovrebbe essere garantita direttamente dal produttore di energia, il quale sarà tenuto ad “acquisire, trasmettere al Mipaaf e conservare, per ogni singolo fornitore della biomassa, una serie di informazioni dettagliate circa i fornitori stessi, le specie di ciascuna materia prima, la relativa superficie e i dati catastali, il quantitativo di prodotto ottenuto”. Con queste modalità il Mipaaf (ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali) potrà comunicare al GSE (Gestore Servizi Elettrici) l’esito della verifica, il quale “deciderà se riconoscere il coefficiente di moltiplicazione di 1,8 del numero dei certificati verdi ottenuti, per ogni MW”.

Operazioni elaborate se si considera il business delle multinazionali sulle fonti rinnovabili e, nella fattispecie, sulle centrali a biomassa, che vede il proporsi ed imporsi di impianti sempre superiori al canonico singolo MW. Una sorta di lascia passare ad S.r.l. ed S.p.A. che continuano a presentare studi di fattibilità di centrali sovradimensionate che si rendono sostenibili economicamente, esclusivamente, alimentandole con CDR (Combustibile Derivato da Rifiuti). Questo provvedimento interministeriale ha origine da un lungo e intricato percorso legislativo che ha avuto inizio con la Leggi Finanziarie del 2007 e del 2008 e collegato, infine, alle Leggi n.222/2007 e 99/2009.

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