Il Fracking porta metalli pesanti nell’acqua sotterranea

Il metodo di estrazione di petrolio e gas, noto come fratturazione idraulica, o fracking, potrebbe potenzialmente contribuire all’inquinamento delle acque sotterranee in misura molto maggiore di quanto finora ipotizzato.

Lo rivela un nuovo studio in dell’ACS (la American Chemical Society) pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology. Gli scienziati che hanno condotto la ricerca segnalano che in caso di una fuoriuscita fortuita o di uno sversamento deliberato nel terreno, i liquidi di scarto dal fracking tendono a trasportare nelle falde sotterranee le minuscole particelle di metalli pesanti presenti nel suolo, con possibili gravi conseguenze sulla salute di persone e animali. Tammo S. Steenhuis, uno degli autori dello studio, ricorda che il fracking, che comporta l’iniezione sotto terra di enormi volumi di fluidi per liberare gas e petrolio, ha portato a un boom di disponibilità d’energia negli Stati Uniti, ma ha anche provocato molte polemiche. Uno dei motivi è il riflusso dei fluidi immessi nel sottosuolo. Ciò che ritorna indietro contiene acqua, lubrificanti, solventi e altre sostanze. Esse sono presenti sia nel liquido immesso all’origine che provenienti dalle formazioni di scisto dalle quali il petrolio e il gas vengono estratti.

Un aspetto finora non considerato del fenomeno innescato dal fracking è la presenza di colloidi nel suolo. Questi piccoli pezzetti di minerali – argilla e altre particelle – sono motivo di grande preoccupazione perché “attirano” i metalli pesanti e altre tossine ambientali e sono quindi collegati alla contaminazione delle acque sotterranee. Per simulare il comportamento dei colloidi dispersi nel suolo al passaggio di un flusso di fluidi immessi per il fracking, i ricercatori hanno utilizzato una miscela molto simile a quella utilizzata nell’attività estrattiva. L’hanno fatta passare attraverso uno strato di sabbia il cui contenuto di colloidi era noto. E hanno scoperto che i fluidi utilizzati nel fracking sono in grado di estrarre dalle sabbie circa un terzo dei colloidi totali, molto più di quanto faccia la sola acqua deionizzata. Aumentando la portata del flusso, poi, la cattura di colloidi è aumentata ulteriormente del 36%. “Questo indica che l’infiltrazione di liquido di riflusso” concludono i ricercatori “potrebbe trasformarsi in un’ulteriore gravissima fonte di contaminazione dei terreni e delle falde sotterranee”.

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