Gas di scisto, la protesta romena in Italia

Il comitato si chiama “Romanii din it no fracturarii hidraulice”, e il 15 dicembre ha promosso una manifestazione in Piazza Castello, a Milano. È nato per sostenere gli attivisti che in Romania si mobilitano sulla “questione energetica” (a inizio dicembre hanno subito una grave repressione, come spiega Re:Common): il 70% del Paese infatti, è oggetto di concessioni e licenze per lo sfruttamento di idrocarburi di tutti i tipi. Anche nell’est Europa, come in Italia, iniziative in nome della “pubblica utilità”.

Violeta Vasian e Roxana Macovei sono due attiviste del comitato “Romanii din it no fracturarii hidraulice”. È nato in Italia per sostenere la causa dei cittadini romeni che da mesi, in patria, si oppongono fermamente ai progetti della Chevron per la ricerca e l’estrazione di shale gas con la tecnica della fratturazione idraulica. Violeta e Roxana sanno bene che esportare il problema e la protesta fuori dai confini della Romania può servire da cassa di risonanza necessaria per sensibilizzare l’Europa e l’opinione pubblica su quanto sta accadendo nella loro terra di origine.

Noi le abbiamo incontrare qualche giorno fa, a Segrate – in occasione di un convegno informativo sul rischio trivellazioni nell’Est milanese, nell’ambito del permesso di ricerca Melzo – e, da subito, hanno fatto capire che sono disposte ad andare avanti. Infatti, dopo una prima manifestazione organizzata lo scorso 16 novembre in piazza Duomo, a Milano, a distanza di un mese – il 15 dicembre – hanno promosso un nuovo sit-in informativo in Piazza Castello, sempre nel capoluogo lombardo.

“Il governo romeno – ci raccontano – ha ceduto quasi il 70 % del territorio della Romania alle compagnie petrolifere, concedendo licenze per estrazioni di idrocarburi di tutti i tipi, convenzionali e non convenzionali, firmate dall’Agenzia nazionale per le risorse minerarie”. Autorizzazioni che l’Ente rumeno -l’omologo del nostro Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse (Unmig) – sta rilasciando in assenza di una legislazione adeguata in materia, in grado di regolamentare e tutelare il territorio dai danni provocati dall’estrazione di shale gas. Inoltre, “alle già ‘folli’ decisioni del governo – sottolineano le due attiviste – si aggiungono leggi altrettanto folli sparate a raffica con ordinanze d’urgenza. La più preoccupante è l’espropriazione per pubblica utilità, modificata per l’occasione, al fine di poter includere – nel campo d’azione degli espropri – anche le estrazioni da miniere, petrolifere, gassifere e gas non convenzionali”.

Quello che poi, per legge, avviene già nel nostro Paese. Emanazione di decreti per espropriazione per “pubblica utilità” da destinare ad infrastrutture energetiche (estrazione idrocarburi, stoccaggio di gas, realizzazione di infrastrutture a supporto) considerate di interesse strategico nazionale in base alla Legge Obiettivo n.443/2001. Gli ultimi procedimenti emanati quest’anno, infatti, hanno riguardato il progetto Total “Tempa Rossa” in Basilicata, i metanodotti Zimella-Cervignano d’Adda e Massafra-Biccari, così come le operazione di indagine geofisica per i progetti “San Marco” e “San Potito e Cotignola Stoccaggio” in Emilia-Romagna.

Quella romena sembrerebbe essere una situazione fuori controllo, che sta assumendo sempre di più caratteristiche d’urgenza. “Oltre a Pungesti, un paesino di 3.472 abitanti ubicato nel distretto di Vaslui, dove il prete ha informato i cittadini proiettando le immagini del film ‘Gasland’, ci sono tantissime comunità più sfortunate, dove sindaci e consigli comunali locali hanno accettato, senza opporsi, prospezioni, esplorazioni ed estrazioni senza un’informazione al pubblico adeguata, o in molti casi inesistente. Inoltre, laddove è stato organizzato un incontro pubblico si nota chiaramente che i rappresentati locali assumono posizioni di parte, o peggio ancora abusano della funzione che hanno per intimidire i cittadini”.

Sullo sfondo, il concetto che si sta cercando di far passare in Romania è che l’estrazione di gas di scisto e il sostegno al progetto della Chevron – come sostenuto anche da molti media locali – si renderebbe necessario per far conquistare alla Romania l’indipendenza energetica dalla Russia, per la creazione di nuovi posti di lavoro e per l’ottenimento di compensazioni ‘sociali’ in cambio del danno ambientale. “Alcuni rappresentati locali hanno beneficiato di vacanze pagate dalle compagnie per visitare i siti petroliferi della Polonia, alloggiando in alberghi a 5 stelle e mangiando cibi che non si sono mai sognati”, concludono Violeta e Roxana.

In Romania – come in Italia, e in una sorta di gemellaggio petrolifero fondato sullo sfruttamento dei territorio, sull’esproprio delle identità locali e sull’assuefazione delle comunità locali – operano molte società a responsabilità limitata, intenzionate a trivellare anche in zone sensibili e vulnerabili. Una di queste è l’area di Mangalia, vicino al Mar Nero ed in prossimità della centrale nucleare di Cernavoda, così come nella provincia di Costanta, dove l’estrazione di gas di scisto minaccia centri abitati ed indotti turistici.

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