Germania, la birra blocca lo shale gas

Il peggior nemico dello shale gas in Germania è la birra. Quella tedesca, ovviamente, la cui produzione deve rispettare criteri di purezza fissati da una legge del 1516.

L’associazione di categoria ha inviato nei giorni scorsi una lettera a ben sei ministri federali, incluso quello dell’Ambiente, Peter Altmeier, mettendo in guardia il Governo contro il rischio di contaminazione delle falde acquifere che potrebbe essere causato dalle tecnologie di fracking, la frantumazione delle rocce per poter estrarre in profondità gas e petrolio. In discussione a Berlino c’è una bozza di legge a riguardo che sta suscitando polemiche feroci tra maggioranza ed opposizione ed è diventata uno dei temi caldi della campagna elettorale.

Spd e Verdi hanno già sbandierato la loro contrarietà al progetto, sebbene la maggioranza intenda procedere a un’esplorazione molto controllata e in determinate aree, ma il rifiuto più netto arriva dai produttori di birra. Si tratta di una lobby potente e un’industria importante, che genera un fatturato annuo di 8 miliardi di euro e dà lavoro a 25 mila persone, ma soprattutto può contare su un volume di consumi senza eguali in Europa: quasi 90 milioni di ettolitri all’anno.

«I cambiamenti legislativi introdotti dal Governo – si sostiene nella lettera – al momento non sono sufficienti per garantire la sicurezza delle forniture di acqua potabile e quindi il rispetto dei requisiti previsti dalla Reinheitsgebot». Ed eccoci alla legge secolare, la Reinheitsgebot, appunto, la più antica al mondo sulla sicurezza alimentare. Alla lettera significa «editto sulla purezza» e in origine limitava strettamente l’uso di ingredienti per produrre la birra all’acqua, all’orzo e al luppolo (il lievito, oggi in lista, non era stato ancora inventato). Promulgata a Ingolstadt da Guglielmo IV di Baviera, in parte serviva a calmierare i prezzi di segale e frumento e regolare l’offerta tra birrai e panificatori. Oggi, in realtà, è in vigore un’altra normativa che ha un po’ ampliato la gamma degli ingredienti, ma gran parte dei birrai tedeschi segue ancora i comandamenti originali utilizzando l’editto sulla purezza anche come formidabile strumento di marketing.

La preoccupazione dei produttori è legata ai solventi chimici che vengono utilizzati per facilitare il processo di frantumazione delle rocce: «Temiamo che le tecniche di fracking finiscano per inquinare l’acqua dei pozzi privati, ai quali attingono oltre la metà dei birrifici tedeschi», spiega Marc-Olivier Hunholz, portavoce della categoria. Dietro questa battaglia e la difesa dell’antica purezza c’è anche la volontà di contrastare la tendenza di un mercato stabilmente in calo da alcuni anni e dove il vino è sempre più apprezzato. Il consumo pro capite di birra in Germania è, secondo gli ultimi dati dell’associazione dei produttori europei è di 107,3 pro capite all’anno contro gli oltre 117 del 2003.

Chi vincerà la battaglia? La necessità geopolitica, ormai riconosciuta a livello europeo, di favorire l’estrazione di shale gas a fronte di un’America che grazie alle nuove tecniche vanta un costo dell’energia inferiore di un terzo alla media dei Paesi Ue? Oppure i templari dell’antica purezza di acqua, orzo e luppolo? Se il muro contro muro dovesse continuare non si esclude, addirittura, il possibile ricorso a uno dei grandi regolatori della vita quotidiana tedesca: la Corte costituzionale di Karlsruhe.

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