Rifiuti da estrazione: per l’Ue le leggi italiane sono fuorilegge

La normativa italiana in materia di gestione dei rifiuti derivanti da attività di estrazione deve essere adeguata alla Direttiva 2006/21/CE. Lo impone, con urgenza, la Commissione europea su disposizioni del Commissario all’Ambiente, Janez Potočnik. Il tempo previsto per evitare la messa in mora del nostro Paese è di due mesi. Il legislatore italiano dovrà, pertanto, darsi da fare perché è già fuorilegge.

Infatti, la prima lettera di costituzione in mora inviata all’Italia risale al mese di marzo 2011, alla quale – nel luglio dello stesso anno – il Governo Berlusconi ha risposto che “sarebbe stato adottato un progetto di decreto volto a emendare la legislazione nazionale” da parte del Parlamento. Ad oggi nessun adeguamento. Le inadempienze contestate riguardano, principalmente, carenze nei “settori quali l’informazione al pubblico, il trattamento dei vuoti di miniera, la manutenzione successiva alla chiusura nonché lo scambio di informazioni con altri Stati membri in caso di incidente”, in seno ad un contesto più ampio, correlato alla corretta gestione dei depositi di rifiuti inerti, pericolosi, residui di carbone, rifiuti di uranio e quelli provenienti dall’estrazione petrolifera di terra.

Norme non correttamente recepite dal Decreto Legislativo n.117 del 30 maggio 2008 che – entrato in vigore il 22 luglio 2008 – dovrebbe obbligare le aziende in attività di estrazione da cava e le multinazionali petrolifere impegnate in attività di ricerca, stoccaggio e trivellazioni in terraferma, ad adottare un Piano di gestione dei rifiuti, al fine di evitare lo scarico, lo smaltimento incontrollato su suolo, sottosuolo e acque dei rifiuti, nonché il conseguente effetto negativo per ambiente e salute umana. Il condizionale è d’obbligo perché la normativa vigente non è priva di anomalie.

A confermarlo è stata la Direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche del Ministero dello sviluppo economico che – con parere tecnico del 17 giugno 2010 (n.AE/01/2010) – ha di fatto confermato l’obbligo, per la società bresciana Geogastock spa, di dotarsi di un Piano di gestione dei rifiuti nell’ambito del progetto di megastoccaggio di gas in Val Basento, in Basilicata, sfruttando i pozzi estrattivi esistenti di una vecchia concessione Eni. La Geogastock spa, ancora senza Piano, ha incassato il via libera all’attività proprio dal Ministero dello sviluppo economico. Un caso italiano che può essere inserito nelle “falle” del Decreto Legislativo n.117 del 30 maggio 2008, considerando che i Piani di gestione dei rifiuti derivanti da attività di ricerca, coltivazione di idrocarburi e stoccaggio di gas andavano redatti già nella fase iniziale di presentazione delle istanze ed approvati contestualmente agli stessi progetti.

Un legislatore, insomma, che da una parte obbliga e concede contemporaneamente e, dall’altra, esclude addirittura dal suddetto Decreto le attività off-shore, ovvero per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi in mare. Il sospetto è quello che in Italia ci siano numerosi progetti già autorizzati con gravi omissioni, anche in assenza di informazioni inerenti le compagnie petrolifere in regola o inottemperanti.

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