Gas e greggio, le trivelle in Emilia-Romagna

1.697 i pozzi perforati in regione dal 1895. Intanto la Procura di Modena ha aperto un’inchiesta, e indaga per “possibili trivellazioni abusive” nell’area sconvolta dalle scosse delle ultime settimane. Dov’era in progetto la costruzione di un centro per lo stoccaggio del gas, e dov’è già attivo un Centro oli. Sullo sfondo, il rischio che alcune compagnie abbiamo fatto ricorso alla frattura idraulica delle rocce in profondità, per ricavarne shale gas.

“Possibili trivellazioni abusive”. È questa la supposizione su cui si fonda l’impianto indiziario avviato dalla Procura di Modena, che intende vederci chiaro su una serie di perforazioni non autorizzate nelle zone emiliane colpite dalla prima forte scossa del 20 maggio scorso. Al momento non sussistono ipotesi di reato, anche se l’attenzione del procuratore aggiunto, Lucia Musti, è partita -in primis- dal contestato progetto avanzato dalla Erg Rivalta Storage srl (Ers), finalizzato allo stoccaggio sotterraneo di gas, in un’area compresa tra Mirandola, San Felice sul Panaro e Finale Emilia.

La società proponente, dopo aver registrato il no dalla Regione Emilia-Romagna, potrebbe incassare una definitiva bocciatura anche da parte del ministero dello Sviluppo economico. Intanto, la Ers si limita a smentire qualsiasi ipotesi di perforazioni non autorizzate, al fine di difendere l’immagine dell’azienda. La possibile correlazione tra terremoti e trivellazioni è un argomento che, soprattutto nell’ultima settimana, ha diviso esperti ed operatori del settore petrolifero, tanto da spingere -a fine maggio- il presidente di Federpetroli, Michele Marsiglia, a prendere una posizione netta: “Non abbiamo elementi nella storia della ricerca e sviluppo di giacimenti petroliferi che portino alla causa di manifestazioni sismiche con pericolosità per i cittadini, da quelle che sono le dinamiche di trivellazione attraverso la tecnica del Fracking ad altre forme di trivellazioni di uso più comune o non convenzionale”. E proprio la tecnica del Fracking -ovvero la perforazione di pozzi mediante frattura idraulica delle rocce a grande profondità, con pompaggio di acqua a forte pressione miscelata a sostanze chimiche- è al centro di polemiche e sospetti, seppur in presenza di una letteratura scientifica ancora carente. Passi in avanti nella ricerca, però, sono stati fatti negli Stati Uniti d’America, dove da anni si cerca di approfondire il rapporto causa-effetto tra frattura idraulica e terremoti di larga scala. Lo si sta facendo osservando l’intensificazione di micro-terremoti in Ohio e in Texas. A Cleburne, una piccola cittadina a pochi chilometri da Dallas (Texas), fino al 2008 non era mai stato registrato un sisma. Proprio qui, nel 2003, ebbe inizio la ricerca di gas naturale utilizzando la tecnica del Fracking.

In Italia non si hanno né conferme né smentite circa l’uso della fatturazione idraulica, ma si sa che “l’Eni sarà in grado di immettere in rete nel 2013 le prime produzioni di shale gas”, come ha dichiarato il suo amministratore delegato Paolo Scaroni nel corso di un vertice ministeriale dell’Agenzia internazionale dell’energia. Lo shale gas, meglio conosciuto come gas non convenzionale, è ricavato da rocce sedimentarie proprio grazie al Fracking. Ma c’è anche un altro aspetto tirato in ballo da molti ambientalisti e da alcuni geologi, sempre più convinti che le trivellazioni minacciano dal punto di vista ambientale tutto il territorio nazionale e non solo l’Emilia-Romagna. Quello dei cosiddetti pozzi di reiniezione, che prevedono l’immissione di acque di strato in pozzi esausti a grande profondità e ad alta pressione. Sui pozzi di reiniezione e sui rischi che derivano dal far ricorso a questi in aree dove sussistono faglie attive, è illuminante uno studio del prof. Franco Ortolani, ordinario di Geologia presso l’Università “Federico II” di Napoli, e della sua equipe. “L’iniezione di fluidi in pressione nel sottosuolo, come testimonia una ricca bibliografia scientifica internazionale, può innescare un’attività sismica di non elevata magnitudo. Non si intende mettere in relazione le iniezioni di fluidi nel sottosuolo o comunque l’estrazione di idrocarburi con l’attività sismica di elevata magnitudo di chiara origine tettonica. Crediamo che debba essere adeguatamente approfondito l’argomento, almeno, laddove sono in corso attività estrattive e di probabile reiniezione di fluidi per favorire l’emungimento del petrolio, come nella Val d’Agri in Basilicata, in aree caratterizzate da faglie sismo-genetiche in grado di originare eventi di elevata magnitudo come accaduto nel 1857”. Questo è quanto sostiene Ortolani. In Emilia-Romagna pozzi di reiniezione ce ne sono. Uno è sicuramente quello denominato “Cavone 14”, ubicato nella concessione di coltivazione “Mirandola”, attribuita alla Padana Energia. A Mirandola e dintorni – da 8 pozzi produttivi – si estraggono, rispettivamente, 200 mila barili di greggio all’anno e oltre 800 mila metri cubi di gas, sui 200 milioni di metri cubi dell’intero territorio regionale.

A Mirandola la terra ha tremato forte il 29 maggio, con scosse superiori a magnitudo 5, così come la sera del 3 giugno nella vicina Novi di Modena. Un Comune di 11 mila abitanti che ospita da anni un Centro oli dell’Eni, classificato a rischio incidente rilevante, in attuazione della direttiva Seveso. Nel piano di emergenza esterno di quest’impianto è chiarito che l’area che lo ospita è a bassa sismicità, ma soggetta ad amplificazione sismica e a potenziale liquefazione del terreno. Fenomeno verificatosi nelle aree colpite dal sisma. A questo punto viene da chiedersi se il Centro oli è stato realizzato con criteri antisismici e se i pozzi produttivi della concessione hanno retto all’urto. Per la Procura di Modena si prospetta un lungo lavoro, in una terra – l’Emilia Romagna – che dal 1895 ad oggi ha visto la perforazione di 1.697 pozzi, che ne fanno la regione più trivellata d’Italia. Attualmente sono vigenti 38 permessi di ricerca di idrocarburi, 37 concessioni di coltivazione di idrocarburi e 6 concessioni per lo stoccaggio di gas naturale. Inoltre, secondo gli ultimi dati forniti dall’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse, del ministero dello Sviluppo economico, sono ben 13 le istanze per ottenere nuovi permessi di ricerca, 3 le istanze per il conferimento di concessioni di coltivazione.

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