Petrolio sversato in Basilicata

Non la prima volta, non l’ultima. Sono oltre 10000 i metri quadrati di terreno interessato dallo sversamento di greggio provocato dalla rottura di una valvola dell’oleodotto Monte Alpi-Taranto.

136 chilometri di tubo che collega il centro olio Eni di Viggiano, in Basilicata, con gli impianti di raffinazione pugliesi. L’incidente, verificatosi il 10 marzo, è avvenuto al Km 98,00 della S.S. 407 Basentana, in agro di Bernalda, situato tra i fiumi Basento e Bradano. A dare l’allarme alcuni agricoltori che da diversi giorni avvertivano una forte puzza di petrolio. A rischio contaminazione le falde acquifere, anche se Regione ed Eni sembrano tranquillizzare e minimizzare l’accaduto. Solo “una piccola fuoriuscita di petrolio” dichiarano subito i tecnici del Dipartimento ambiente della Regione Basilicata. A ruota la presa di posizione della multinazionale di San Donato Milanese: “l’area circostante è caratterizzata da una composizione del terreno limo-argilloso che ha evitato l’interessamento delle falde acquifere”. Ma è proprio dalla Conferenza di servizi indetta ieri mattina, presso il Comune di Bernalda -alla presenza di tecnici e rappresentanti regionali, Corpo Forestale dello Stato, Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, Prefettura e Provincia di Matera ed Eni- che arriva una mezza smentita, prefigurando una situazione ben più grave del previsto: “L’area interessata è di circa un ettaro”.

10 mila metri quadrati contaminati da petrolio. Un campo da calcio a 11 regolamentare. Intanto, mentre nell’area incidentata sono in corso lavori di recupero del greggio, nonché le operazioni di bonifica dei terreni interessati dallo sversamento, gli attivisti dell’Organizzazione lucana ambientalista e del Movimento NoScorie Trisaia attaccano. “Non c’è alcun dubbio che quello accaduto a Bernalda non è un semplice guasto, ma è un incidente di una certa rilevanza che ha riguardato gli impianti di regolazione e le stesse condutture da 20 pollici, in via di sostituzione dopo l’incidente all’oleodotto. Chiediamo che vengano quantificati i danni con immediati risarcimenti nei confronti degli agricoltori e dell’intera comunità”. L’oleodotto Eni Viggiano-Taranto -nel 2002 al centro di un’inchiesta giudiziaria per appalti irregolari e tangenti, che portò all’arresto di 17 persone -è in esercizio da quasi dieci anni. Il suo interramento fu deciso dalle amministrazioni locali al fine di mitigare l’impatto visivo di un’opera che attraversa località interessate da dissesto idrogeologico, aree sismiche, corsi d’acqua e campi coltivati.

Ricordiamo che su tutto il territorio lucano sono presenti circa 700 chilometri di oleodotti, gran parte all’interno del perimetro del parco nazionale Appennino Lucano Val d’Agri-Lagonegrese. Perché le infrastrutture petrolifere non si fermano solo alle trivelle e alle piattaforme. Ci sono i tubi collegamento dei 26 pozzi estrattivi della Val d’Agri al centro olio di Viggiano, ai quali potrebbero aggiungersi altri chilometri di oleodotti per il trasporto del greggio da estrarre a Corleto Perticara (50 mila barili al giorno) e dai monti di Marsico/Tramutola (26 mila barili al giorno). Una “ragnatela” fittissima sulla quale andrebbe, certamente, attivato un controllo sistematico e continuativo.

L’incidente del 10 marzo è l’ultimo di una lunga serie. Il 5 aprile 2011, a seguito di una pericolosa emissione di idrogeno solforato dal centro olio di Viggiano, 21 operai di una ditta -la Elbe Sud srl- situata a 150 metri dall’impianto accusarono malori, finendo in ospedale per intossicazione. Ma dal 1996 ad oggi, sono stati oltre 25 gli incidenti, molti dei quali purtroppo non denunciati. Per quelli noti, invece, risultano assenti relazioni ufficiali che dettagliano le cause, la tipologia dell’inquinamento, le sostanze immesse sul suolo, nell’aria, nell’acqua e nei prodotti agricoli e zootecnici esposti a tali sostanze. Gli effetti degli incidenti, così come l’esposizione durante il funzionamento delle attività di produzione, trattamento e trasporto del greggio finiscono così per rappresentare i cosiddetti “effetti collaterali” delle estrazioni petrolifere in Basilicata, tra sviluppo mancato, disoccupazione e minaccia ambientale.

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