Lucania, l’isola affossata

20/07/2010





La storia economica, sociale, ambientale e sanitaria della Basilicata, soprattutto negli ultimi venti anni è affidata ai rapporti e ai dossier dattiloscritti. Quelli non mancano. A mancare sono le iscrizioni nel registro degli indagati. L’ultimo, in ordine di tempo, è lo Svimez 2010, che ci regala dati allarmanti. Famiglie povere con reddito medio inferiore ai mille euro al mese: 17,5 %; famiglie che fanno a meno dei generi alimentari: 12%; numero di residenti nel 2009: -14.000; posti di lavoro in meno: 5400. Non ci sono dubbi. Quando si parla di regione virtuosa, l’immagine è distorta. La teoria del tutt’apposto a tutti i livelli non regge più. La tendenza, purtroppo, segue quella delle altre regioni meridionali.

Nel 2009, il Pil del Sud è calato del 4,5%, un valore molto più negativo del -1,5% del 2008, leggermente inferiore al dato del Centro-Nord (-5,2%). Il Pil per abitante è pari a 17.317 euro, il 58,8% del Centro-Nord (29.449 euro). A livello regionale l’Abruzzo mostra nel 2009 una diminuzione del Pil particolarmente elevata (-5,9%), seguito dalla Campania (-5,4%), e Puglia e Basilicata a pari merito (-5%). Tutte negative le altre regioni meridionali, come le settentrionali, a eccezione della Valle d’Aosta. La perdita più contenuta in Sicilia (-3,1%). A livello settoriale, nel 2009 anche l’agricoltura meridionale e’ stata investita dalla crisi, con un crollo del valore aggiunto del 5%, contro il -1,9% del Centro-Nord. A livello regionale, il valore aggiunto di Abruzzo, Basilicata, Molise e Puglia, che nel 2008 avevano registrato buone performance, e’ sceso fortemente, con valori compresi tra -8% e -11%. A fare le spese maggiori della crisi l’industria, con un crollo del valore aggiunto industriale nel 2009 del 15,8%, mentre le produzioni manifatturiere hanno segnato un calo del 16,6%. A tirare giù l’industria meridionale soprattutto minerali non metallurgici (-26,9%), metalli (23,9%) e macchine e mezzi di trasporto (-20,5%). Una situazione senza precedenti.

Riassumendo, la tendenza lucana va vero la strada dell’affossamento. Il modello di sviluppo legato alle multinazionali, alle compagnie petrolifere, allo sfruttamento devastante della risorso-petrolio e, non meno, il carrozzone Fiat si è dimostrato fallimentare, nonchè colpevole della fuoriuscita della regione dalle aree dell’Obiettivo 1 dell’Unione Europea. Puntare sulle risorse endogene e del territorio reali, su attività pulite reali, sulla riconversione ad un’agricoltura e ad un turismo di qualità reali, per continuare a sperare. Di peggio ci sarebbe una terra-deserto da sfruttare come mega-pattumiera chimica e petrolifera d’Italia. Questo è reale, purtroppo.

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