Cerchi alla testa

06/08/2008





A due giorni dall’inizio delle Olimpiadi di Pechino i ministri Meloni e Gasparri chiedono alle nostre nazionali di disertare – in difesa dei diritti umani – la parata d’inaugurazione. Berlusconi sbotta. Gli atleti si sentono defraudati di un sogno. Il Presidente del Coni, Petrucci, chiede che la politica si tenga alla larga dai Giochi. Come se non c’entrasse nulla (sic!). Credo che un segnale forte dovremmo darlo. E’ chiaro che la questione Tibet debba essere affrontata, soprattutto, in altre sedi più appropriate, ma roviniamola un po’ la festa a questi Cinesi che, nonostante dal 1959 ad oggi il Dalai Lama abbia formulato diverse proposte politiche per sbloccare la situazione ed avviare un serio negoziato, negano l’esistenza di un “caso tibetano”. Proprio nel 1959 il Tibet è stato invaso dalla Repubblica Popolare Cinese. Un milioneduecentomila tibetani sono rimasti uccisi. Migliaia di prigionieri religiosi e politici vengono detenuti in campi di lavoro forzato, dove la tortura è pratica comune, unitamente al thamzing, durante il quale i tibetani erano costretti ad autoaccusarsi di crimini non commessi. Le donne sono soggette a sterilizzazioni forzate e a procurati aborti. L’intero territorio tibetano è diventato una vasta base militare cinese che ospita circa 350 testate nucleari. L’area dello Brahmaputra è contaminata da materiale radioattivo. Dal 1963, ininterrottamente, è stato avviato un processo terrificante di deforestazione. Seimila tra monasteri, templi ed edifici storici sono stati razziati e rasi al suolo; opere d’arte e tesori della letteratura distrutti. La Cina proibisce in Tibet l’insegnamento e lo studio del Buddismo. Fermiamoli.

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