Il mio cane stupido

30 maggio 2008

Ci sono dei racconti che attirano la mia attenzione, che riescono a trasmettermi il senso delle cose; in grado di rappresentare la perfetta trasmigrazione di quello che in un determinato momento mi passa per la mente, affoga i miei pensieri. Quello che cerco, anche inconsciamente. Questo è un passaggio di quelli, che ha saputo darmi delle risposte, meglio di chi, forse, me le doveva…

“Harriet era seduta davanti alla specchiera con un accappatoio addosso, e si dava lo smalto sulle unghie. Il vapore del bagno caldo che aveva fatto annebbiava le finestre e un voluttuoso aroma di oli e di profumi restava sospeso nell’aria. Pensai di saltare addosso, la l’area contratta in mezzo alle sopracciglia indicava che non era di umore sportivo.
- Te ne vai, allora, – dissi, sedendomi sul letto.
- Hai detto proprio bene, me ne vado.
- Ma perché? Hai vinto. Il cane se ne va.
Non rispondeva.
- Forse il cane non c’entra niente, forse sono io, – ammisi. – Ho fatto un piccolo esame di coscienza nell’ultima ora o due, e quello che ho trovato non è molto piacevole. Sono un marito catastrofico, un padre ignobile, ho amministrato malissimo il denaro, sono un fallimento completo. Non mi fa meraviglia che tu te ne vada. Ti do la nausea, io e il mio modo di fare da poco di buono. Non sono neanche un gran bello spettacolo. Forse dovresti andare a San Francisco per qualche giorno e trovarti un ragazzo giovane e spassartela. E’ una terapia molto efficace, e sa Dio se anche tu non hai diritto a un po’ di divertimento in vita tua.
La sua faccia si ammorbidì mentre mi guardava riflesso nello specchio.
- Se cambio idea, mi prometti una cosa?
- Tutto quello che vuoi.
- Tieni il cane fuori di casa.
- Il cane se ne va. Qui ha chiuso.
- Non voglio che tu te ne liberi. Hai bisogno di un cane. Non sei più lo stesso da quando è morto Rocco.
- Ma tu non te ne andrai?
- Non posso proprio. Devo finire quel tema su Shaw entro la prossima settimana, altrimenti Denny non passerà.
Si alzò e si sfilò l’accappatoio. Zap! Aveva una giarrettiera sopra e degli slip neri, elastici, con una frangia gialla e delle rose gialle in rilievo. La fascia intorno alla vita era di seta nera punteggiata di altre rose. E calze nere.
- Santa madre di Dio! – dissi.
Si allontanò da me per andare a chiudere la porta a chiave e io rimasi a guardare l’ondulare del suo dolce culo e mi sentii come una chitarra pizzicata. Il dolore dell’ulcera era scomparso.”

Da “Il mio cane Stupido” di John Fante

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