Stop all’inceneritore Fenice

27/05/2009





A seguito della recente nuova ordinanza del giorno 22 Maggio (la seconda) del sindaco di Melfi, Ernesto Navazio, la quale dispone che Fenice SpA “debba mettere in atto interventi di messa in sicurezza l’area inquinata di San Nicola entro dieci giorni”, con il conseguente rinvio a data da destinarsi della Conferenza di Servizi convocata per Lunedì 25 Maggio prossimo, si denuncia la gravità di quanto sta accadendo. Situazione che non può essere ignorata, in alcun modo, dalla Regione Basilicata.

Gravi, infatti, sono le responsabilità di Fenice SpA dal momento che l’inquinamento continua a permanere causando danni all’ambiente e alla salute dei cittadini. I valori di mercurio, nichel, cromo ed altre sostanze permangono elevati, mentre Fenice SpA si sottrae dalle proprie responsabilità. Il Presidente della Giunta Regionale, Vito De Filippo, a questo punto, così come già deve adoperarsi senza mezzi termini – e con urgenza – nella sospensione di ogni attività del termodistruttore Fenice, al fine di accertare l’origine dell’inquinamento che potrebbe derivare da un cattivo funzionamento dell’impianto e/o da sversamenti in falda di sostanze, altamente, cancerogene derivanti dal ciclo di trattamento dei rifiuti provenienti anche da fuori regione.

I limiti ancora elevati di mercurio al di sopra di 1 microgrammo (limite consentito 0,1 microgrammi), di nichel di ben 20 microgrammi (limite consentito di 2 microgrammi) secondo i dati comunicati dalla stessa società Fenice al sindaco di Melfi, andrebbero monitorati anche da organismi pubblici come l’Arpab, i cui vertici ci sembrano assenti. Non è più possibile pensare che i limiti elevati di sostanze fortemente cancerogene ritornino miracolosamente entro la norma senza che vi siano precise azioni di bonifica da parte dell’azienda che vi è tenuta per legge, segnalando nel contempo eventuali anomalie di funzionamento dell’impianto. E’ come se si volesse riparare un motore di un’auto quando questo è in corsa, solo perché non si ritiene possibile fermare il ciclo di termodistruzione che, evidentemente, pone problemi di costi per l’azienda, oltre che rappresentare un gravissimo danno per la collettività e per l’ambiente.

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