L’invasione della valle

Dopo decenni di industrializzazione che ne ha compromesso il territorio, la Val Basento, in Basilicata, è ancora sotto pressione.

La Val Basento, in provincia di Matera, una delle aree industriali più estese del Mezzogiorno, ospiterà presto nuove centrali a gas. Il 15 maggio scorso il ministro Stefania Prestigiacomo ha infatti firmato due Decreti di pronuncia di compatibilità ambientale per la realizzazione di due nuove mega-centrali termoelettriche, per un investimento complessivo di circa un miliardo e mezzo di euro. La prima a Pisticci, della società Sorgenia spa di Carlo De Benedetti (750 MWatt) e la seconda ricadente nel territorio di Salandra della Basento Energia srl, per la quale è prevista una produzione di energia pari a 400 MWatt. Il parere positivo del ministero, oltre ad acuire la gravissima situazione ambientale pregressa della Val Basento, facendola diventare una vera e propria “bomba ecologica” a cielo aperto, richiama il problema -mai risolto- della bonifica dell’intera area industriale, che un decreto del 26 febbraio 2003 dichiarò “Sito d’interesse nazionale” destinato a bonifica urgente, con un impegno di fondi pubblici di circa 2,5 milioni di euro.

Dalla lettura dei due decreti V.i.a. (numeri 427 e 428 del 7 maggio 2009) si evince come il ministero dell’Ambiente rimandi la “patata bollente” della bonifica a Provincia di Matera e Regione Basilicata, avendo autorizzato queste due opere -quella di Sorgenia in piena perimetrazione destinata a bonifica- in assenza di un Piano di risanamento di qualità dell’aria e prevedendo poteri sostitutivi nel caso la Regione non vi provveda entro tempi certi. I progetti di Sorgenia e Basento Energia seguono di alcuni mesi il decreto del 9 febbraio 2009 -sempre a firma del ministro dell’Ambiente- con il quale è stato rilasciato giudizio positivo sulla compatibilità ambientale di un progetto di megastoccaggio di gas naturale dei giacimenti di Grottole, Ferrandina e Pisticci, presentato dalla società Geogasstok spa di Milano, appartenente al Gruppo Renova-Energetic Source. Operazione questa controllata da capitali russi, per lo stoccaggio di gas proveniente dal Mar Caspio, che prevede anche la realizzazione di un gasdotto, grazie all’accordo Eni-GazProm firmato dal premier Silvio Berlusconi, nel suo recente viaggio a Mosca. L’intero progetto – la cui messa in esercizio è prevista tra 8 anni con capacità di trattamento di 2,3 miliardi di metri cubi l’anno- è uno dei più grandi in Europa e insiste su un territorio devastato dall’inquinamento industriale. La Geogasstok impegnerà, nello sviluppo complessivo, aree agricole limitrofe a “Siti d’interesse nazionale” e “Zone di protezione speciale” della Val Basento, di cui si prevede il cambio di destinazione d’uso, prefigurando di fatto l’ampliamento della limitrofa area industriale, senza che siano state approvate varianti al Piano regolatore industriale, permettendo così una deregolamentazione della pianificazione del territorio. I grandi gruppi industriali, arrivando in quest’area quasi sconosciuta della Basilicata, hanno così individuato il nuovo fronte dove battere cassa. “È grave che per rilanciare la Val Basento -afferma Antonio Bavusi, responsabile scientifico dell’Organizzazione lucana ambientalista- la Regione Basilicata accumuli seri ritardi nel varo di un valido programma di sviluppo alternativo all’industrializzazione chimica ed energetica degli anni passati”. In quasi cinquant’anni, la Valle del Basento, è stata attraversata da fasi di industrializzazione e deindustrializzazione complesse e tipiche dei Paesi sottosviluppati, determinando problemi sociali ed economici alle popolazioni locali, ma soprattutto lasciando in eredità una situazione di inquinamento ambientale di enorme gravità. E di fronte al problema dell’inquinamento delle falde acquifere e di una centinaia di altri siti contaminati da idrocarburi policiclici aromatici, composti cancerogeni, solfati e metalli pesanti, tracciati da uno studio prodotto dalla stessa Regione Basilicata nell’aprile 2006, la risposta istituzionale è stata lenta.

Con la bonifica ancora da attuare e la continua crisi di aziende, le parole del presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo, nel corso di un Consiglio Regionale convocato per discutere proprio del futuro di quest’area industriale, hanno aperto un nuovo scenario fondato sulla realizzazione di centrali (8 sono in programma), nonché sullo smaltimento di rifiuti industriali. Ed il problema rifiuti sembra essere il nodo cruciale di una storia controversa. Dal 2003 la Val Basento ha assistito allo smaltimento di circa 351mila tonnellate annue di rifiuti provenienti da altri stabilimenti meccanici e petrolchimici italiani, tra gli altri, in esercizio a Priolo, Gela, Taranto, Porto Torres, Macerata, Casoria, Modena e San Donato Milanese. I casi che destano maggiore preoccupazione, sono quelli, tra gli altri, della società Semataf, del Gruppo Castellano: nei documenti ufficiali si parla di 218 tonnellate di scarti pericolosi (fanghi e rifiuti di perforazione) ricevuti dall’Eni di Potenza e Foggia, mentre alla voce “destinazione” si citano 228 tonnellate spedite alla sede Semataf di Guardia Perticara. Dieci tonnellate in più di rifiuti pericolosi di cui non si conoscerebbe la provenienza. Per quanto riguarda i fanghi di perforazione contenenti cloruri, invece, dall’Eni di Potenza sarebbero partite 1.262 tonnellate e ne sarebbero ufficialmente arrivate 1.101, con un disavanzo di 161 tonnellate. Nei documenti relativi alle attività della società Tecnoparco la situazione non sarebbe migliore: nel 2006, si dichiara di aver ricevuto 43.000 tonnellate di soluzioni acquose di scarto dalla Semataf che, invece, dichiara di averne spedite a Tecnoparco circa 1.100. In dieci anni, il flusso di rifiuti stimato è pari a 3,5 milioni di tonnellate, con l’incremento -più volte riportato dalla stampa locale- di smaltimenti e discariche illegali. Oggi quindi si punta su un altro business, ignorando ancora una volta la possibilità di investire sulla bio-edilizia, sulle fonti rinnovabili e sul solare, in una regione ed in un’area che uno studio della Commissione europea categorizza come uno dei più assolati d’Europa.

Dal sogno all’incubo. Con i suoi 3.400 ettari di estensione, la Val Basento è una delle aree industriali più grandi del Meridione. Il polo nasce a cavallo tra gli anni 50 e 60, con la scoperta di un esteso giacimento metanifero che alimentò la speranza di creare occupazione in un lasso di tempo ristretto. La pensavano così anche l’allora presidente del Consiglio Amintore Fanfani, che il 30 luglio del 1961, accompagnato dai ministri Colombo e Bo e da Enrico Mattei, inaugurò i primi lavori per la realizzazione del metanodotto “Ferrandina-Bari-Monopoli”, ponendo anche la prima pietra per la costruzione del complesso petrolchimico dell’Anic, Azienda nazionale idrogenazione combustibili (nella foto). All’Anic, nel tempo, seguirono altri impianti che arrivarono ad occupare circa 7.000 unità. Per il susseguente declino di quelle aziende -proiettate come fiore all’occhiello della chimica italiana-, nel 1978 cominciò il crollo occupazionale e con la chiusura di numerosi stabilimenti. Con un Accordo di Programma del 1987 si conferivano all’Eni pieni poteri per un rilancio decisivo della Val Basento ed al Consorzio industriale di Matera il compito di realizzare un Parco tecnologico, l’attuale Tecnoparco Valbasento spa, nel cui organigramma societario, oltre a Sorgenia, spicca la Veolia servizi ambientali Tecnitalia.

Condividi questo articolo

1 commento



  1. Francesca Castanò - 4 marzo 2011 at 17:46

    Sono interessata a queste problematiche e vorrei conoscere dipiù di questo impianto, anche poter vedere qualche immagine di com’era e di come è divenato.. Sapreste dirmi dove reperire maggiori informazioni?

Commenta questo articolo

Your email address will not be published.