La bolla dello shale gas

In agosto, il prezzo del greggio è diminuito sulla scia del mese di luglio mentre il dollaro si è apprezzato sull’euro (da 1.3395€/$ a 1.3188€/$). Il costo del Brent è passato dai 105.33$/b (01.08) ai 103.04$/b (31.08); il Wti è calato da 96.72$/b a 95.86$/b. A dispetto dell’avvio dei raid statunitensi sull’Iraq, tale diminuzione è stata costante per entrambe le qualità durante le prime due decadi di agosto (trend inverso per l’oro che ritornava sopra quota 1318$/oncia), mentre la chiusura in leggero rialzo del riferimento Usa (Wti) è risultata lievemente più accentuata rispetto a quella del benchmark europeo (Brent).

Malgrado l’intensificarsi delle guerre in Iraq, Ucraina e Libia, il petrolio continua ad incorporare solo in minima parte il grave rischio geopolitico in corso: per quale motivo? Certamente la solidità dell’offerta, ulteriormente rafforzata dal nuovo record raggiunto dalla produzione americana grazie allo shale oil (8.4 milioni di barili al giorno – b/d – a fronte di 7.5 milioni di b/d importati), e la revisione al ribasso dell’incremento della domanda – secondo l’International Energy Agency in aumento di 1 milione di b/d in conseguenza di una crescita più debole del pil globale – sono indicatori tendenzialmente ribassisti. Detto ciò, è opportuno precisare che in base alle conclusioni fornite a luglio dal British Geological Survey, “l’Inghilterra non possiede significative quantità di gas da argille (shale gas) e solo limitate riserve di shale oil difficilmente sfruttabili” ( video, minuto 5’:45’’).

I problemi riguarderebbero anche la futura sostenibilità economica del fracking Usa: il boom della produzione iniziale, il cui picco si stima verrà raggiunto nel biennio 2017/18 (video, 11’:01’’), sarebbe figlio di enormi investimenti nel settore “nonostante i pozzi shale abbiano un costo doppio rispetto a quelli convenzionali” (video, 9’:01’’). In aggiunta, secondo sicurezzaenergetica.it (08.08), “il governo cinese avrebbe rivisto al ribasso le stime di produzione di gas da argille al 2020. La produzione interna dovrebbe raggiungere i 30 miliardi di m³, invece dei 60 previsti; a marzo, si parlava addirittura di 100 miliardi di m³ ma sono evidentemente emerse delle difficoltà tecniche e si sta facendo largo la consapevolezza dell’eccezionalità del caso statunitense […]. Saggiamente, proseguono i preparativi per aumentare la capacità di importazione e la diversificazione delle fonti (convenzionali), dall’Asia centrale alla Russia, dalla Birmania al gnl”.

A luglio scrivemmo che “forse, se i mercati internazionali – che non sono neutrali ed esprimono un determinato rapporto di forze tra poteri in competizione – incorporassero il rischio geopolitico, favorirebbero la transizione a un nuovo ordine mondiale, che invece alcuni temono”. Secondo Oliver Jakob (Petromatrix) l’intervento statunitense in Iraq avrebbe un impatto ribassista “perché finalmente ha tracciato la linea che non dev’essere oltrepassata (dall’Is), rafforzando in questo modo la stabilità sia nel Sud dell’Iraq che nel Kurdistan”. In virtù delle alleanze anti Bashar al-Assad precedentemente promosse da Washington in Siria, tale affermazione potrebbe dar luogo a diverse interpretazioni riguardanti i reali rapporti – funzionali? – tra una parte dell’establishment Usa e l’Is, soprattutto date le foto che ritraggono il Senatore John McCain insieme ad Abu Bakr Al Baghdadi (già prigioniero a Guantanamo tra il 2004 ed il 2009).

Sarà una coincidenza, ma Vladimir Putin non ha perso l’occasione per prolungare la permanenza di Edward Snowden in Russia per altri tre anni. Il 7 agosto, mentre calava il silenzio sulle cause della tragedia del Boeing 777 della Malesian Airlines, il presidente russo – emanando un decreto che “vieta o limita per un anno l’ingresso nel territorio della Federazione russa di prodotti agricoli, materie prime e alimentari prodotti dai paesi i cui governi hanno preso la decisione di introdurre sanzioni economiche nei confronti di persone fisiche o giuridiche russe” – chiariva a Usa e Ue che non ha alcuna intenzione di fare un solo passo indietro nella vicenda ucraina.

Per il made in Italy, stando a stime molto prudenti, l’impatto sull’export varrebbe circa 200 milioni di euro all’anno. Per Coldiretti invece, i danni ammonterebbero ad almeno 700 milioni di euro. Dopo anni di austerità e di politiche nazionali e comunitarie che hanno distrutto la domanda interna italiana ed europea nella pia illusione di poter imitare il neomercantilismo tedesco, è grave che le élite del nostro paese (nuovamente in recessione) non riescano ad abbozzare un progetto politico che tenti di coniugare gli interessi economici e geopolitici dell’Italia.

“Non esiste più un partenariato strategico fra Unione europea e Russia per scelta di Mosca”: queste le parole di Federica Mogherini poco dopo essere stata eletta rappresentante della politica estera dell’Ue. Invitiamo la (presto) ex ministro a valutare attentamente l’evolversi dei rapporti di forza tra le opposte fazioni in Ucraina. Da qui dipenderanno una serie di dossier che coinvolgono anche l’Europa, a partire dall’energia. D’altro canto, il direttore generale di Omv, Gerhard Roiss, aveva da tempo definito i tentativi dell’Unione Europea di arrestare la costruzione del gasdotto South Stream “uno sparo contro se stessi” (Profil).

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