Lo ‘Sblocca Trivelle’ di Matteo Renzi

Lo “Sblocca Italia” considera di pubblica utilità, urgenti e indifferibili per decreto tutti gli interventi per ricerca di petrolio e metano, e per la rigassificazione e lo stoccaggio e il trasporto del gas. Il presidente del Consiglio l’aveva promessa ai “comitatini” ed è stato di parola: le maglie della valutazione d’impatto ambientale sono “allentate”. Dubbi, però, sulla costituzionalità della norme. Analisi giornalistica, con un’intervista a Enzo Di Salvatore, professore di Diritto costituzionale a Teramo.

Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale (la n.212/2014) del decreto legge n.133 del 12 settembre 2014 -meglio conosciuto come “Sblocca Italia”- il governo italiano ha deciso di fare un grosso favore alle compagnie petrolifere, attribuendo alle attività di rigassificazione e trasporto del gas in Italia e in Europa e a quelle di prospezione, ricerca ed estrazione di idrocarburi e stoccaggio sotterraneo del gas, “carattere di interesse strategico […] di pubblica utilità, urgenti e indifferibili”. Infatti, gli articoli 36, 37 e 38 del capo IX riguardante “Misure urgenti in materia di energia”, più di ogni altra norma del settore upstream, sono stati scritti appositamente, ed in maniera stringente, per favorire la categoria. In un colpo solo sono state risolte tutte le paure delle multinazionali del petrolio e del gas: tempi lunghi per l’approvazione dei progetti, impedimenti ed opposizioni dei territori, lentissimo ritorno degli investimenti ed insostenibilità di infrastrutture dai costi elevati e scarsamente redditizi. In sostanza, lo “Sblocca Italia” ha come obiettivo il raddoppio delle estrazioni nazionali di idrocarburi -sulla falsa riga della Strategia energetica nazionale (Sen) varata dal governo Monti-, affermazione del proprio potere decisorio su tutti i progetti energetici considerati strategici – sulla falsa riga della modifica dell’articolo 117 della Costituzione, contenuto nel del Titolo V, oggi impantanatosi tra contrattazioni politiche e possibile incostituzionalità dovuta alla prevista applicazione della clausola di supremazia in esso inserita -, nonché l’aumento delle entrate fiscali dello Stato.

L’esclusione controllata delle royalties dal Patto di Stabilità in cambio dell’aumento delle attività petrolifere. Il tentativo di svincolare dal Patto di Stabilità interno le royalties incassate dalle regioni dove sono in atto attività di estrazione di idrocarburi è partito dalla Regione Basilicata. Infatti, con Legge Regionale n.17 dell’11 luglio 2014, recante “Misure urgenti concernenti il Patto di Stabilità interno” il governatore lucano, Marcello Pittella, ha perseguito la strada della “sussistenza”, cercando di utilizzare liberamente per la spesa corrente, e senza vincoli, gli introiti petroliferi. Una legge che lo Stato ha deciso di impugnare il 10 settembre 2014 e che il governo Renzi ha pensato di riportare nell’impianto dello “Sblocca Italia” regolamentandola con l’articolo 36 ed a proprio vantaggio. Infatti, prevede l’esclusione dal Patto di Stabilità delle sole “spese sostenute dalle regioni per la realizzazione degli interventi di sviluppo dell’occupazione e delle attività economiche, di sviluppo industriale e di miglioramento ambientale nonché per il finanziamento di strumenti della programmazione negoziata nelle aree in cui si svolgono le ricerche e le coltivazioni di idrocarburi, per gli importi stabiliti con decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze da emanare entro il 31 luglio di ciascuno anno“. In sostanza un impegno di “autofinanziamento” deducibile dalle somme del Patto di Stabilità, ma solo relativo a trasferimenti in royalties riguardanti l’aumento delle produzioni di idrocarburi e per soli 4 anni (dal 2015 al 2018), comunque vincolati a successivi decreti dei ministeri competenti -da emanare entro il 31 luglio di ogni anno- e da investire anche nel settore petrolifero. Al momento, la Basilicata ottiene -in deroga- 50 milioni di euro sulle produzioni dell’anno corrente.

Trivelle, stoccaggi, rigassificatori e gasdotti. Come commissariare le Regioni. Se l’articolo 37 dispone misure urgenti per l’approvvigionamento e il trasporto del gas naturale, attribuendo carattere strategico a tutti gasdotti nazionali ed internazionali, come il Tap (Trans adriatic pipeline), localizzati nel nostro Paese -nonché ai porti interessati da opere strettamente collegate allo sviluppo di progetti energetici strategici, come potrebbe essere Taranto con Tempa Rossa-, l’articolo 38 è una vera e propria rivoluzione, accolta positivamente da Federpetroli (Federazione internazionale del settore petrolifero) ed Assomineraria (Associazione mineraria italiana per l’industria mineraria e petrolifera). E non poteva essere altrimenti, perché vengono riportate in capo ai ministeri competenti le autorizzazioni ambientali per le concessioni offshore, mentre per quelle in terraferma si fa riferimento a generiche “intese” -in odore di illegittimità- con le Regioni interessate, tutte in seno ad un titolo concessorio unico (concesso dal ministero dello Sviluppo economico). Per le procedure di Valutazione d’impatto ambientale (Via) relative ad istanze di ricerca, permessi di ricerca e concessioni di coltivazione, invece, la competenza passa al ministero dell’Ambiente e non più alle Regioni. L’obiettivo è snellire il tempo delle autorizzazioni ed evitare impedimenti dai territori. Una modifica che potrebbe sconvolgere in breve tempo l’elenco delle istruttorie in corso perché -da una parte- lo “Sblocca Italia” fissa la data del 31 dicembre 2014 come termine ultimo entro il quale gli Enti locali devono chiudere i procedimenti Via aperti, pena il trasferimento degli stessi al ministero dell’Ambiente, e -dall’altra- offre la possibilità alle compagnie di richiedere l’assoggettamento al titolo concessorio unico delle istruttorie in corso. Sullo sfondo, agevolazioni economiche per nuovi investimenti -come quelli nel settore degli stoccaggi- e possibilità di porre il vincolo preordinato all’esproprio dei beni e dare effetto di variante urbanistica, dove necessario, alle autorizzazioni.

Paradiso per petrolieri. Lo “Sblocca Italia” -che entro 2 mesi dovrebbe essere riconvertito il legge- potrebbe avere effetti immediati sui progetti in corso di valutazione presso le regioni, per la terraferma e per il mare. Tutte, nessuna esclusa, con la Basilicata al primo posto, seguita dalla Sicilia e, pertanto, dal possibile coinvolgimento delle Regioni a Statuto Speciale. Attualmente, sono circa un centinaio i progetti in corso di valutazione ambientale, tra permessi di ricerca, concessioni e stoccaggi. Se dovessero andare tutti in porto, magari in deroga ai poteri statali, la terra ed il mare delle regioni italiani potrebbero veder aumentare l’incidenza delle attività petrolifere sul proprio territorio, con percentuali preoccupanti: la Basilicata passerebbe da un 35% di territorio interessato ad un 64%, la Puglia dal 7% al 12%, la Sicilia dal 17% al 37%, la Calabria dal 7% al 14%, la Campania dal 6% al 14%, il Molise dal 26% all’86%, l’Abruzzo dal 26% all’86%, il Lazio dal 19% al 33%, le Marche dal 22% al 26%, la Toscana dal 16% al 19%, l’Emilia Romagna dal 44% al 70%, il Veneto dal 4% al 17%, la Lombardia dal 20% al 38% e il Piemonte dall’8% al 16%.

Per capire di più sul decreto “Sblocca Italia” abbiamo interpellato il costituzionalista Enzo Di Salvatore, professore di Diritto costituzionale italiano e comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza di Teramo, docente presso il Master di Diritto dell’Ambiente della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma “La Sapienza”.

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