La lobby dell’acciaio tifa shale gas

Lo sviluppo di giacimenti non convenzionali di gas consentirebbe di frenare i venti di de-industrializzazione in Europa.

È la tesi sostenuta dalla lobby continentale dell’acciaio, secondo la quale l’Europa deve abbracciare senza troppe esitazioni il nascente settore dello shale gas per evitare che grandi gruppi industriali finiscano per trasferire altrove le loro attività. In altri termini, se le preoccupazioni sugli effetti ambientali delle tecniche estrattive (il “fracking”) dovessero bloccare un settore che sta modificando nel mix e nei flussi energetici globale, l’Europa si ritroverebbe con un ulteriore svantaggio competitivo, mentre sta già soffrendo più di altre aree del mondo tra recessione e problemi di debito.

Elaborando questi argomenti, il numero uno di Eurofer, Wolfgang Eder (chief executive del gruppo siderurgico Voestalpine), in un intervista alla pubblicazione austriaca Format ha lanciato un appello, riflettendo un’opinione che sta guadagnando in popolarità tra i manager dell’industria europea. «Dobbiamo muoverci in direzione dello shale gas», ha dichiarato, suggerendo la necessità di trovare modi per tutelare la sempre più declinante competitività europea, compresa l’acquisizione di un forte potere negoziale nei confronti della Russia (grande fornitrice di gas al continente). Negli Stati Uniti la rivoluzione dello shale gas è in pieno svolgimento e ha portato a ridurre i prezzi a un terzo di quelli europei. Sta inoltre spronando l’interesse dei Paesi consumatori dell’Estremo oriente, che vendono nell’affluso di gas naturale liquefatto dagli Usa una futura fonte molto importante di approvvigionamento energetico a più bassi costi.

Proprio ieri la Polonia ha rilasciato l’attesa bozza di regolamentazione del regime fiscale sulle attività di esplorazione del gas (sia convenzionale sia non), ma la finalizzazione del provvedimento – già ritardata, per il disappunto degli investitori – richiederà ancora tempo. Varsavia – anche in vista dell’obiettivo di ridurre la sua dipendenza energetica dalla Russia – ha alte aspettative sullo shale gas, dopo che l’americana Energy Information Association nel 2011 ha stimato l’esistenza di ingenti riserve sul suo territorio.

Sempre ieri la joint venture Wisent Oil and Gas ha annunciato l’avvio di quello che definisce la prima campagna operativa in Europa specificamente finalizzata a estrarre shale gas, nella sua concessione nel bacino baltico polacco. L’Ucraina, per la stessa motivazione strategica, il mese scorso ha firmato un accordo da 10 miliardi di dollari con la Shell pe rlo sviluppo di giacimenti non convenzionali nella parte orientale del Paese. La Francia, invece, ha messo al bando il “fracking” per motivazioni ambientali (incremento del rischio di terremoti e di inquinamento delle falde acquifere), pur avendo probabilmente le maggiori riserve europee di shale gas. E vari altri Paesi mantengono un atteggiamento molto cauto in proposito.

Condividi questo articolo

Commenta questo articolo

Your email address will not be published.