Le manovre di Eni bloccano il gas dalla Russia

Energia. Dopo solo un mese dall’accordo di Sotchi, la multinazionale italiana resiste alla cessione a Geogastock delle concessioni in Basilicata.

Nuovo intoppo italiano per South Stream, il colossale gasdotto che dovrebbe collegare la Russia con l’Europa, via Italia. Un progetto da oltre 20 miliardi di euro e 63 miliardi di metri cubi di gas all’anno, da mettere in funzione nel 2015. Dopo le proteste dei cittadini di Sulmona contro la Snam Rete Gas spa di alcune settimane fa – protagonisti di un’impugnazione dinanzi al TAR Lazio del decreto di pubblica utilità del gasdotto “Brindisi-Minerbio” (uno dei tronconi adriatici del South Stream) – ora tocca alla Basilicata frenare l’arrivo del gas russo, ma questa volta non per mano dei cittadini. Potrebbe essere Eni spa a far “saltare” gli accordi. Un pericolo che trapela a soli trenta giorni di distanza dall’avvenuto accordo – sancito a Sotchi, sul mar Nero il 16 settembre 2011 – sulla nuova suddivisione delle quote di partecipazione al consorzio del South Stream, con la multinazionale italiana che è scesa dal 50% al 20% e con l’ingresso dei tedeschi di Wintershall (15%) e dei francesi di EDF (15%). A controllare la ricapitalizzazione Gazprom, titolare del 50%.

La Basilicata è stata scelta per ospitare, in Val Basento, uno dei grandi snodi meridionali di stoccaggio del gas proveniente dal Mar Caspio (leggi “Valle del Basento, il gas arriva dal Mar Caspio”, su Terra del 28 settembre 2010): 1,8 miliardi di metri cubi, 16 milioni di euro all’anno, 400 milioni di euro di profitto totale. Titolare del progetto la Geogastock spa, nata da una scissione societaria con la Geogas srl – il cui capitale azionario appartiene per l’80% alla Energetic Source di Paderno Franciacorta (BS), controllata a sua volta da Avelar Energy Group, holding europea della Renova, colosso energetico guidato dal russo Viktor Vekselberg a capo dell’impero dell’alluminio. La società bresciana utilizzerà per il megastoccaggio alcuni pozzi che compongono i giacimenti dismessi delle concessioni Eni spa “Grottole-Ferrandina” e “Pisticci”, in località Cugno Le Macine e Serra Pizzuta. Fin qui tutto nella norma, se non fosse che la Regione Basilicata ha concesso (con Determinazione dirigenziale n.516 del 12 settembre 2011) ad Eni un contributo per accertamenti minerari riguardanti lo stoccaggio di gas naturale proprio nella concessione Serra Pizzuta. A pochi giorni dalla Conferenza di Servizio del 19 ottobre 2011, in programma a Roma tra Ministero dello Sviluppo Economico, società e Comuni interessati dal megastoccaggio (Ferrandina, Pisticci e Salandra) – a questo punto in forte dubbio di svolgimento – viene da domandarsi come mai L’Eni resisterebbe alla cessione a Geogastock spa delle concessioni Serra Pizzuta e Cugno Le Macine, nonostante alcune indiscrezioni informano che, nel corso di un incontro riservato tenutosi l’11 ottobre a Potenza (nella sede della Regione), le due società avrebbero trovato un’intesa di massima. Ma ancora nulla è stato formalizzato.

Uno dei motivi dello stallo potrebbe essere un contenzioso in atto in merito alla bonifica – per la quale non si conosce il reale stato dei lavori – di alcune aree pozzo contaminate da idrocarburi pesanti e destinate allo stoccaggio. Un problema, questo dell’inquinamento, da non sottovalutare perché si sta sviluppando di pari passo con alcuni vincoli idrogeologici esistenti in località Montepiano, nell’area boschiva tra Salandra e Ferrandina, dove sono ubicati alcuni dei pozzi inclusi nel progetto ed in parte inquinati, o per la presenza nell’area di ben tre progetti per altrettante centrali di produzione di energia elettrica: una da 400 megawatt in prossimità della centrale di compressione del gas; una da 800 megawatt, a Pisticci Scalo, non molto lontano dall’area stoccaggio; e l’ultima da 10 megawatt, forse la più inquinante, perché tenterà di sfruttare due giacimenti sotterranei di gas acido, mai estratti finora dall’Eni. Da segnalare, inoltre, che la centrale di compressione, al momento, verrebbe sviluppata in assenza del piano di qualità dell’aria della Provincia di Matera e del Piano di gestione dei rifiuti, come previsto dal Decreto Legislativo n.117/2008, considerando la mancanza di specifiche tecniche sul convogliamento dei reflui, dei rifiuti liquidi e delle acque semioleose in appositi impianti di depurazione inesistenti in loco, “lasciando intendere il loro sversamento nel già martoriato fiume Basento”, come denunciano le associazioni ambientaliste. Se gli intoppi all’accordo definitivo dovessero essere questi, la Geogastock – pronta a portare da 1 a 2 milioni di euro, una tantum, il valore delle compensazioni ambientali da destinare ai comuni di Ferrandina, Pisticci e Salandra – non saprebbe più come avvalersi delle prime autorizzazioni incassate dai dicasteri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico. Potrebbe così chiudersi, anticipatamente, il sogno di 15 lucani destinati a coprire il ruolo di “netturbini” della centrale di compressione. C’è chi però scommette che l’atteggiamento “difensivista” del “cane a sei zampe” sia dettato da congiunture internazionali e normative, che trovano riscontro, ad esempio, nell’obbligo per South Stream di rispettare in territorio europeo i “dettami” del Terzo Pacchetto Energia. I russi non investirebbero più nel caso in cui venisse a mancare il loro controllo sul trasporto del gas. Vale lo stesso per Eni?

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