La mappa del tesoro

Il Mediterraneo torna al centro degli interessi delle multinazionali degli idrocarburi. La strategia dell’Italia, il silenzio dell’Europa.

Da oggi al 2017 i chilometri quadrati di mare interessati da permessi di ricerca e concessioni di coltivazione di idrocarburi potrebbero raddoppiare. A rivelarlo -per la prima volta- una mappa esclusiva dal titolo “Central Mediterranean and North Africa Oil & Gas Activity Map to 2017”, a cura della Infield Systems Limited, società di ricerca ed analisi operante nel settore dell’energia. Un quadro chiarissimo su come dovrebbe cambiare tutto il Mediterraneo nei prossimi anni.

L’attuale superficie delle zone marine aperte alle attività minerarie costituisce il 40% della superficie totale dell’intera piattaforma continentale italiana. Secondo i dati forniti dal ministero dello Sviluppo economico potremmo parlare di 227.160 chilometri quadrati totali potenzialmente destinati ad attività di ricerca ed estrazione di gas e greggio. A fine aprile 2013 i chilometri quadrati di mare su cui vertono i 22 permessi di ricerca di idrocarburi e le 66 concessioni di coltivazioni vigenti sono 22.452. Alla stessa data, ci sono 104 sono le piattaforme di produzione (di cui 80 produttive), da cui nel 2012 sono stati estratti oltre 3 milioni di barili di greggio e poco più di 6 miliardi di metri cubi di gas. I pozzi sono invece 1.715, di cui 722 attivi: quelli in produzione sono 396 in produzione (335 a gas e 61 ad olio), e 312 quelli potenzialmente produttivi ma non eroganti.

Questi numeri destinati a crescere grazie alla decisiva spinta del “decreto sviluppo” e della Strategia energetica nazionale, che porterebbero la superficie interessata da attività fino a 65.321 chilometri quadrati. 42.869 chilometri quadrati in più, a fronte di 36 nuove istanze di permesso di ricerca ed 11 nuove istanze per concessioni di coltivazione. Perché, a detta degli analisti delle principali compagnie petrolifere, le riserve già accertate sarebbero pari a 200 milioni di barili di olio equivalenti, ovvero 22 miliardi di metri cubi di gas ed oltre 60 milioni di barili di greggio, ai quali andrebbero ad aggiungersi altri 500 milioni di barili di olio equivalenti come potenziale residuo. E la mappa che è possibile vedere per la prima volta, riferita al panorama mediterraneo di vecchie e nuove attività petrolifere da attivare entro il 2017, dimostra che le grandi multinazionali -da Eni a Shell, da Total a Edison- sono interessate ad allargare il loro raggio d’azione anche verso i Paesi dell’Africa settentrionale e i Paesi frontalieri dell’Adriatico, senza trascurare il Golfo di Taranto ed il mar Jonio. Un pezzo di mare, quest’ultimo, che -più degli altri- ha perentoriamente subito il contraccolpo della sanatoria attuata da Corrado Passera.

Infatti, nell’ultimo semestre il mare di fronte le coste di Calabria e Basilicata ha assistito alla presentazione di ben 11 nuove istanze di permessi di ricerca. E l’attenzione verso lo Jonio è dimostrato anche dalla “riesumazione” di un vecchio studio del 1998 sull’“Evoluzione strutturale del Golfo di Taranto” secondo cui le prospettive minerarie dell’arco jonico seguirebbero la stessa tendenza dell’Appennino Lucano. Ma questo studio non sembra essere l’unico. Una serie di articoli scientifici di autori vari -reperibili negli archivi storici della Direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche del ministero dello Sviluppo economico dimostrano come l’Adriatico meridionale, e non il solo Canale di Sicilia, rappresenterebbe l’area sulla quale ci sono le maggiori aspettative. In linea con una tradizione, quella di tutto il mar Adriatico, considerata “provincia di idrocarburi di lunga tradizione che ha registrato in passato una storia di successo dal punto di vista dell’esplorazione”. Tuttavia, come è possibile leggere in uno stralcio di articolo a firma di Vittorio Scisciani, Peter Shiner, e Claudio Turrini, “il potenziale di idrocarburi più profondo di tutto il bacino adriatico è molto lontano dall’essere completamente esplorato. Nel primi mesi del 2011 la Spectrum ha completato il riprocessamento di 8.200 chilometri di vecchie linee sismiche regionali nel settore italiano del bacino dell’Adriatico, acquisite dal governo italiano tra il 1960 ed il 1970”. I nuovi dati raccolti dalla Spectrum, forniti in maniera confidenziale all’Università di Chieti, dimostrerebbero che l’Adriatico è vicinissimo a rivivere una nuova vita da provincia del petrolio o stimolare la futura esplorazione di idrocarburi. Una situazione a rischio da non sottovalutare che minaccia un enorme patrimonio fatto di riserve marine, coste, pesca e turismo.

A tal proposito, a preoccupare ancor di più -come raccontato da Ae nel settembre del 2012- è la mancata applicazione nel nostro Paese della Convenzione di Barcellona, entrata in vigore il 12 febbraio 1978 e successivamente modificata il 10 giugno 1995 in “Convenzione per la protezione dell’ambiente marino e della regione costiera del Mediterraneo”. La Convenzione di Barcellona ha portato alla stesura di 7 protocolli d’intesa tra i 21 Stati aderenti, tra i quali il “Protocollo contro il pericolo di inquinamento del Mediterraneo derivante dal trasporto e dallo scarico in mare di sostanze pericolose”. Proprio uno di quelli che, attualmente, non risultano in vigore in Italia. Come ricorda il Wwf Italia nel dossier “Teniamo la rotta! Tutela dell’ambiente marino e navigazione marittima: analisi e proposte”, nel Mediterraneo transiterebbero 9 milioni di barili di greggio, la cui metà viene scaricata nei soli porti petroliferi italiani (14), tra i quali Genova, Trieste e Venezia. Inoltre, il nostro Paese ha il primato degli sversamenti di greggio: 162.200 tonnellate sversate nelle acque territoriali italiane, seguite dalle quasi 50mila della Turchia e dalle 29 mila del Libano.

Il pasticcio normativo. L’incidente alla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della British Petroleum -avvenuto nel Golfo del Messico il 20 aprile 2010- ha segnato un punto di svolta nel panorama normativo italiano in materia di estrazioni di greggio e gas in mare. Infatti, mentre la marea nera minacciava le coste di Florida, Mississippi e Louisiana, in Italia l’allora ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, metteva mano al Testo unico dell’Ambiente, varando un decreto legislativo con il quale venivano innalzati -da 5 a 12 miglia- i limiti costieri entro i quali autorizzare prospezioni e ricerca di idrocarburi in prossimità di aree protette marine. Lo stesso decreto ha però conservato il limite di interdizione delle 5 miglia per le normali linee costiere. Una disposizione invisa alle principali compagnie petrolifere, consapevoli che l’affare si sarebbe giocato tutto nei mari italiani. Secondo l’Associazione italiana per l’industria mineraria e petrolifera -associata a Confindustria- l’entrata in vigore del decreto Prestigiacomo avrebbe minacciato le “ingenti riserve di gas e petrolio”, l’attivazione di “15 miliardi di euro di investimenti e 25 mila posti di lavoro stabili e addizionali”, che avrebbero garantito “2,5 miliardi di euro di entrate fiscali, sia nazionali che locali”, nonché “il crollo degli ordinativi stimabile in circa 3, 4 miliardi di euro, penalizzando oltretutto un settore industriale di alto livello tecnologico e professionale che occupa complessivamente, in Italia, circa 65 mila addetti, di cui almeno 15 mila direttamente impiegati nell’attività in Italia”. Un messaggio forte e chiaro recepito dall’ex ministro allo Sviluppo economico, Corrado Passera, che con la stesura dell’articolo 35 del Decreto legislativo n. 83 del 22 giugno 2012 (il già citato “decreto sviluppo”) conservava il limite di interdizione delle 12 miglia, salvando però tutte le richieste di “prospezione e ricerca di idrocarburi in mare” bloccate dalla Prestigiacomo. Sanatoria che ha dato il via all’assalto dei mari italiani, supportata dal varo della Strategia energetica nazionale (Sen). E proprio l’Europa dimostra di essere particolarmente interessata alle future attività petrolifere nel bacino del Mediterraneo, tanto da spingere verso il varo di una nuova direttiva comunitaria sulla sicurezza delle estrazioni di petrolio e gas nelle acque territoriali, nella quale mancano però riferimenti normativi sulla trasparenza delle attività e sull’obbligo, da parte delle compagnie, di rendere note le tecniche utilizzate che restano, pertanto, secretate.

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