Attacco all’Appennino

Da Nord a Sud, un mega gasdotto. Il mega gasdotto “Rete Adriatica”, progettato dalla Snam, attraverserà 10 regioni dello Stivale, tre parchi nazionali, uno regionale e 21 aree protette dalla Ue. Ma ambientalisti e cittadini vogliono fermarlo.

Una lunghezza complessiva di 678 chilometri da Massafra (Ta) a Minerbio (Bo), cinque grandi tronconi (Massafra-Biccari; Biccari-Campochiaro; centrale di compressione Sulmona; Sulmona-Foligno; Foligno-Sestino; Sestino-Minerbio), 10 regioni coinvolte (Puglia, Basilicata, Campania, Molise, Abruzzo, Lazio, Umbria, Marche, Toscana, Emilia-Romagna), 3 parchi nazionali (Maiella, Monti Sibillini, Gran Sasso), un parco regionale e 21 aree interessate tra S.I.C. (Siti d’Importanza Comunitaria) e Z.P.S. (Zone di Protezione Speciale). È questa la non invidiabile carta d’identità del progetto della Snam Rete Gas spa, in joint venture con la multinazionale Bp, nota alle cronache mondiali per il disastro petrolifero nel Golfo del Messico. Un’”infrastruttura strategica, che renderà l’Italia un ponte di rifornimento gas per l’Europa”, a detta dei promotori. “Una vera e propria polveriera”, secondo gli oppositori. Tra questi vari enti locali, associazioni ambientaliste e comitati cittadini. Vari enti, amministratori e comitati ecologisti il 27 agosto hanno inoltrato al Dipartimento per l’energia del ministero per lo Sviluppo economico, ai dicasteri dell’Ambiente e dei Beni culturali, nonché ai presidenti delle Regioni Abruzzo, Lazio, Umbria e Marche un ricorso contro il rinnovo della dichiarazione di pubblica utilità, regolata dal decreto del presidente della Repubblica 327/2001, successivo a prime osservazioni dirette alla Commissione europea, datate 25 giugno 2010. E’ l’ennesimo tentativo di fermare l’avanzata del mega gasdotto “Rete Adriatica”, che verte su aree a gravissimo rischio sismico e idrogeologico “senza che sia stato effettuato un unico procedimento di valutazione di impatto ambientale (direttive 85/337 e 97/11) come richiesto da normativa e giurisprudenza comunitaria, né una procedura di valutazione ambientale strategica (la 01/42)”.

Lo denunciano da tempo WWF e Italia Nostra, supportate da cittadini, comitati “No Tubo” e per l’ambiente. Ma l’intera vicenda ha radici profonde ed incomprensibili. Dopo uno stop di alcuni anni, nel 2004, la Snam in accordo con i piani alti del ministero delle Infrastrutture decise di modificare il tracciato del gasdotto, originariamente da Brindisi a Minerbio, in provincia di Bologna. Una virata verso la dorsale appenninica solcata per ben 106 chilometri da tubi di 120 centimetri, nel cuore dell’Abruzzo devastato dal sisma. Insomma, un’opera da fare a tutti i costi, ma nelle zone a più alto rischio sismico d’Italia, come sottolineato anche dal deputato catalano del Parlamento europeo, Raul Romeva, del gruppo Verdi/Ale. E’ stato l’unico ad aver presentato un’interrogazione prioritaria alla Commissione europea e a percepire il pericolo di trasformare il centro Italia in “una vera e propria polveriera”. Il rischio è stato più volte sottolineato da Alfredo Moroni, assessore all’Ambiente del Comune de L’Aquila, che lamenta alla Snam gravi vizi di forma riguardo l’”avviso di avvio del procedimento del 21 maggio 2009, subito dopo il terremoto, del Dipartimento per l’energia del ministero dello Sviluppo Economico, riferito all’istanza presentata dalla Snam Rete Gas l’8 aprile 2009 – in pieno sisma – per il rilascio della dichiarazione di pubblica utilità del metanodotto, che non poteva certamente essere oggetto di attenzione da parte dei comuni terremotati”. In poche parole, mentre i comuni interessati erano in piena emergenza terremoto, quindi impossibilitati alla presentazione di osservazioni ad un progetto dall’altissimo impatto ambientale, i titolari dello stesso richiedevano le autorizzazioni. Silenzio e mancate informazioni su documentazione e rischi, così come avvenuto a febbraio di quest’anno per l’esplosione di un metanodotto Snam nei pressi di Tarsia, causata da uno smottamento.

Ancora una volta i territori sembrano preda di scelte ed interessi politici ed economici; così come sta avvenendo da tempo in Val Basento, dove prende sempre più piede il mega stoccaggio di gas da 1,4 miliardi di metri cubi, il maggiore d’Italia, della Geogastock spa, tra diffide legali, lacune ambientali, omissioni ed inadempienze dovute alla grave assenza dei Piani di Gestione dei rifiuti petroliferi, tutto a discapito della salute dei residenti.

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