Valle del Basento, il gas arriva dal Mar Caspio

Energia. In provincia di Matera è tutto pronto per un mega sito di stoccaggio, un hub per tutto il Vecchio Continente. Verranno utilizzati dei pozzi dismessi usati per i rifiuti tossici e ancora da bonificare.

Siamo nella Valle del Basento, in provincia di Matera. E’ questo il luogo prescelto per un grande sito di stoccaggio del gas proveniente dal Mar Caspio. Una storia di pozzi, prima usati per estrarre il metano, poi utilizzati per i rifiuti tossici e ora si prova a riempirli nuovamente con il gas. Tutto, ovviamente, senza la minima bonifica.

Il sogno infranto di Mattei. Quella dei pozzi è una vicenda che prende avvio alla fine degli anni Cinquanta quando Enrico Mattei scoprì uno dei più grandi giacimenti metaniferi d’Europa, in questa parte ancora inesplorata della Basilicata si cominciò a coltivare una speranza occupazionale rivelatasi, in pochissimo tempo, la sola eredità di problematiche sociali ed ambientali future. Quasi 4000 ettari destinati a processi di industrializzazione chimica e petrolchimica segnati, negli anni, da diverse tappe di una reindustrializzazione fallimentare per i territori e conveniente per i maggiori gruppi industriali italiani e stranieri, primo fra tutti l’Eni spa. Oggi, mentre la Val Basento – dichiarata Sito d’Interesse Nazionale con decreto ministeriale del 26 febbraio 2003 – è ancora in attesa di una bonifica definitiva, l’idea di farne un polo tecnologico ed energetico di livello internazionale, da estendersi a tutta la regione, sta prendendo sempre più piede. Una strada sostenuta dal Governatore, Vito De Filippo, e tracciata nel 2007 con un accordo di collaborazione tra Assomineraria e Confindustria Basilicata che aveva l’obiettivo di creare “l’integrazione delle attività di […] sviluppo a sostegno sia delle compagnie energetiche impegnate nell’attività di esplorazione e produzione del sottosuolo della Basilicata, sia di tutte le altre imprese che forniscono tecnologie e servizi a questa attività”. In poche parole una sancita attenzione verso il sottosuolo lucano da mettere a disposizione – in cambio di irrisorie compensazioni rispetto ai danni provocati all’ambiente – di multinazionali operanti in diversi settori: rifiuti, petrolio e gas. Tutto all’ombra di attività legali, ma anche illegali. Un legame evidenziato già il 25 settembre 1998 dai rappresentanti del WWF – durante un’audizione con la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Ad emergere fu l’attenzione della magistratura verso “le ipotesi di reimmissione di fanghi o comunque di sostanze pericolose, anche esterni alla lavorazione dei pozzi”, con la Procura di Matera che seguiva una pista legata allo smaltimento illegale di rifiuti tossici e nocivi.

L’arrivo del gas. Alcuni di quei pozzi, attualmente, compongono i giacimenti dismessi delle concessioni Eni spa “Grottole-Ferrandina” e “Pisticci” che la società Geogastock spa ha deciso di ripristinare per dar vita ad un megastoccaggio di gas, proveniente dal Mar Caspio, da 1,5 miliardi di metri cubi e 400 milioni di euro di profitto pluriennale. Un progetto presentato nel 2007 e che in soli 3 anni sembrerebbe in dirittura d’arrivo, avendo già incassato il parere favorevole dei Dicasteri dell’ambiente e dello Sviluppo economico e, in parte, quello della Regione Basilicata. Ma, considerando la portata dell’opera – che prevede il riutilizzo di 14 pozzi della concessione “Grottole-Ferrandina” e 6 della concessione “Pisticci”, oltre che la realizzazione di una centrale di compressione e trattamento del gas naturale – i problemi di carattere ambientale sono notevoli e oggetto di una dura opposizione da parte delle associazioni ambientaliste. «Il megastoccaggio della Geogastock spa – afferma Anna Maria Dubla, presidente dell’associazione Ambiente e Legalità di Ferrandina – si fonda su una serie interminabile di inadempienze, molte delle quali vanno dall’obbligo di uniformare il progetto in questione alla normativa europea sul controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose, all’omissione – nell’ambito della relazione di Valutazione d’Impatto Ambientale – dell’approvazione contestuale del Piano di gestione dei rifiuti derivanti da attività estrattive». Queste ed altre criticità sono sottolineate in due diffide legali inoltrate da “Ambiente e Legalità” agli Organismi decisori. Osservazioni, peraltro, considerate legittime dalla Direzione generale delle risorse minerarie ed energetiche, la quale ribadisce come i rifiuti di estrazione – prodotti all’interno del sito destinato a ricerca, coltivazione di idrocarburi e stoccaggio – devono essere gestiti secondo le regole dettate dal Decreto Legislativo n.117/2008, che obbliga le compagnie a dotarsi del sopraccitato Piano di gestione dei rifiuti. Un’infrastruttura altamente impattante che incide anche su un’area interessata dall’istituenda area protetta dei Calanchi ed interessa una riserva naturalistica floro-faunistica. Tutto in assenza di un Piano di qualità dell’aria, che la Regione Basilicata avrebbe dovuto stilare da tempo, considerando la particolare concentrazione di diversi progetti industriali ad alto inquinamento atmosferico esistenti e in programma nella Val Basento. «Per non parlare poi – conclude Anna Maria Dubla – della presenza di metalli pesanti e rifiuti tossici di svariata natura in attesa di bonifica (cromo, vanadio, mercurio, rame, cadmio, piombo, ndr) nella falda acquifera e nei pozzi da riutilizzare, tuttora contaminati ed in attesa di bonifica da parte dei titolari (Eni spa, ndr). Del resto lo dicono le varie Conferenze dei servizi». Più che un vizio di forma, un nodo cruciale, in contraddizione con le accuse mosse contro le associazioni, colpevoli secondo alcuni di rallentare l’approvazione definitiva del progetto di stoccaggio del gas. Una corsa contro il tempo dettata da logiche economiche.

Colossi in azione. Il megastoccaggio lucano rientra in un intento internazionale ben più complesso, legato all’approvvigionamento del Vecchio Continente e che vede la pugliese Otranto trasformarsi in “terminal” petrolifero e gassifero e la Basilicata in “hub” di stoccaggio e polo energetico. Tre progetti internazionali paralleli – South Stream, Tap e Poseidon – che parlano la stessa lingua russa. Come proprio la Geogastock spa – nata da una scissione societaria con la Geogas srl – il cui capitale azionario appartiene per l’80% alla Energetic Source di Paderno Franciacorta (BS), controllata a sua volta da Avelar Energy Group, holding europea della Renova, colosso energetico guidato dal russo Viktor Vekselberg a capo dell’impero dell’alluminio. «Mi auguro che per l’anno in corso (2009, ndr) l’opera venga cantierizzata – dichiarava ai giornali locali il sindaco di Salandra alla guida di una coalizione di centrosinistra – in modo da creare uno sfogo occupazionale sul territorio». Venti le unità lavorative probabilmente impiegate e 1 milione di euro di compensazione ambientale per ciascun comune coinvolto: Ferrandina, Pisticci e Salandra. Un accordo già stipulato segretamente tra la Geogastock spa e i Comuni in data 9 giugno 2010 e che prevede discutibili compensazioni ambientali in un’area afflitta da disoccupazione e problemi per la salute dei residenti e dove già insistono centrali elettriche, discariche di rifiuti industriali, pozzi petroliferi ed impianti dismessi che oggi si tenta di rilanciare, attraverso un nuovo ricatto occupazionale, con un nuovo polo chimico ed energetico, per uno sviluppo senza futuro, con centrali di produzione elettrica (Sorgenia e Basento Energia), impianti di rigenerazione di Oli esausti (Ecoil), inceneritori di rifiuti industriali (IEA srl della multinazionale francese Veolia) e mega discariche industriali (Località Venita di Ferrandina).

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