Monitoraggi ambientali, a pagare siano le poltrone

A distanza di oltre 10 anni dall’apertura dei pozzi di petrolio in Val d’Agri è comparso, finalmente, qualche dato relativo al monitoraggio di uno degli inquinanti più pericolosi legati all’estrazione del petrolio: l’H2S, o meglio conosciuto come Idrogeno Solforato.

Dal 28 Maggio scorso – sul sito internet dell’Arpab – sono stati pubblicati i risultati dei monitoraggi effettuati dal 2008 in poi. Di fronte a questa campagna spot (elettorale?), mi risulta difficile condividere queste operazioni di monitoraggio lacunose ed approssimative, seguite da proclami ad hoc e “tranquillizzazioni” sistematiche, frutto di una politica del tutt’apposto. Se da un lato del famoso osservatorio ambientale non c’è traccia – se non in alcune conferenze stampa da “abbonitori” – dall’altro, prendendo in considerazione gli ultimi dati pubblicati non è dato ancora sapere qual è la soglia massima – per l’ H2S – da non superare. Forse ci si riferisce ai 30 mg/m3 in quanto il Centro Oli di Viggiano è un impianto “Claus”? Oppure si fa riferimento a quel Decreto Legislativo n.152 del 3 Aprile 2006 che fissa un limite di 10 mg/Nm3 per le aree non classificate “Claus”, dove per Nm3 si intende “metro cubo normale”, cioè gas misurato in condizioni normali alla pressione atmosferica ed a zero gradi di temperatura? Assolutamente da non sottovalutare è il carattere blando di questi limiti, in quanto le legislazioni di altri Paesi in cui si estrae petrolio presentano parametri di gran lunga più restrittivi. E’ chiaro che di fronte ad una mancanza assoluta di trasparenza, anche l’analisi dei dati ne risulterà condizionata. Se volessimo considerare il Decreto Legislativo n.152, nei 62 giorni monitorati, per 5 giorni la soglia dei 10 mg/Nm3 è stata superata. In tutti i casi trattasi di dati che si riferiscono a soli 62 giorni di monitoraggio in un anno e che non riportano i dati relativi agli incidenti avvenuti presso il Centro Oli di Viggiano il 18 Novembre 2008 e il 2 Febbraio 2009.

A questo punto, le accuse e le polemiche da parte degli abitanti della Val d’Agri – che lamentano il mancato monitoraggio degli inquinanti legati all’estrazione del petrolio – sono più che giustificate, in quanto si conferma che durante il primo decennio di estrazioni nel più importante sito in terra ferma d’Europa non c’è stato alcun tipo di monitoraggio da parte degli Enti preposti. In merito, mi preme evidenziare come oggi il rischio più alto per le comunità locali è la cattiva gestione e risoluzione di quelle situazioni pregresse di contaminazione, di fronte alle quali non si dovrebbe rispondere con la segretezza e con il marketing, ma con un impegno finalizzato.

E la Basilicata presenta diverse situazioni pregresse: dall’ultimo caso di inquinamento presso l’inceneritore Fenice spa di Melfi – di fronte al quale – alle richieste di trasparenza lanciate a mezzo stampa dall’Organizzazione lucana ambientalista e, non ultime, dal segretario dei Radicali Lucani, Maurizio Bolognetti, il direttore dell’Arpab, Vincenzo Sigillito, ha risposto tirando fuori dal cilindro della giurisprudenza un improponibile “segreto di Stato”, nella fattispecie, senza alcun fondamento, fino ad arrivare al problema Cementificio di Matera, bisognoso di una centralina fissa – magari a gestione pubblica – “donata” direttamente dall’Italcementi. Sarebbe un esempio rivolto al superamento di quel binomio controllore-controllato, che da sempre ci caratterizza. E se a questi casi aggiungiamo quelli relativi alle bonifiche urgenti delle aree industriali della Val Basento e di Tito scalo, saremo in grado di delimitare i confini regionali a vera e propria bomba ecologica.

Noi (gli ambientalisti allarmisti), oltre che continuare a chiedere il monitoraggio e la pubblicazione quotidiana dei dati, supportati da una nuova mappatura di centraline, auspichiamo una controtendenza istituzionale che porti, in primis, alle dimissioni di Vincenzo Sigillito. Visto che finora a pagare con la propria salute sono stati i cittadini, ora è il tempo che alla cassa passi chi continua ad arrampicarsi sugli specchi.

Casi di duplicazione. C’è da rilevare che in Basilicata è presente un caso di duplicazione di monitoraggio, in una sorta di attenzione particolare per l’area interessata dalle estrazioni petrolifere. Oltre all’Arpab – infatti – istituzionalmente incaricata di effettuare i monitoraggi ambientali sul territorio regionale, si è aggiunto, da tempo, un altro Ente strumentale, Metapontum Agrobios, che dovrebbe occuparsi sostanzialmente di ricerca, soprattutto, in agricoltura, ma che si sovrappone all’Arpab per i monitoraggi ambientali. Alla Regione Basilicata hanno pensato meglio di abbondare. Per quanto riguarda l’Arpab, si prende atto che oggi il monitoraggio ambientale cominciato dal settembre 2007 in Val d’Agri avviene con una centralina fissa nella Zona Industriale di Viggiano che effettua i controlli di SO2, NO2, CO, Benzene, PM10, O3. Sempre l’Arpab – con mezzo mobile – ha effettuato delle campagne di misurazioni a partire dall’8 Maggio 2008 a Viggiano (presso Protezione Civile, BRD Legno, Caseificio Santa Lucia) e Grumento Nova (Piazza Almirante). Metapontum Agrobios utilizza, invece, una stazione fissa a Viggiano che è in pratica un doppione di quella utilizzata da Arpab, in quanto effettua il monitoraggio degli stessi inquinanti ed una seconda centralina “itinerante” in varie località della Val d’Agri con la quale si effettua il monitoraggio degli elementi indicati nel Decreto Ministeriale n.60 del 2002. Le centraline di Metapontum Agrobios non controllano l’H2S. Due Enti, in sostanza, che oltre a sovrapporsi, rendono sempre più lacunosa la situazione.

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