Shale-gas, la Germania ribadisce il suo no. È moratoria sul fracking almeno fino al 2021

Sembra sempre più improbabile che lo shale-gas possa avere un ruolo determinante per la sicurezza energetica europea. E’ significativa la decisione della Germania per una moratoria di almeno 7 anni sul fracking. Lo stop è motivato dai timori per l’inquinamento delle falde acquifere. “Proteggere l’acqua potabile e la salute è valore prioritario”.

Sembra sempre più improbabile che lo shale-gas possa avere un ruolo determinante per la sicurezza energetica europea: l’ultima notizia in proposito è la decisione della Germania di una moratoria di almeno sette anni sul fracking, la tecnica per estrarre questo gas non convenzionale intrappolato nelle formazioni di scisti. L’annuncio è arrivato venerdì: “Nel futuro prossimo della Germania non c’è il fracking”, ha dichiarato il ministro dell’Ambiente Barbara Hendrick.

A preoccupare Berlino sono i noti rischi di inquinamento delle falde acquifere impliciti nella tecnica di estrazione dello shale-gas, che consite nell’iniezione nel terreno di acqua ad altissima pressione miscelata con sabbia e sostanza chimiche. Le linee guida governative in materia dovrebbero essere presentate nei prossimi giorni e, come annunciato, consistono in una moratoria valida almeno fino al 2021: si proibisce l’uso del fracking per tutte le trivellazioni a meno di 3mila metri di profondità dalla superficie; un divieto che il governo potrà eventualmente rivedere solo tra 7 anni. Le formazioni di scisti che contengono gas sono relativamente vicine alla superficie e, dunque, alle falde acquifere e nella recente storia del fracking i casi di contaminazione non sono mancati.

Ecco allora la scelta della Germania: “Proteggere l’acqua potabile e la salute è il valore prioritario per noi”, ha dichiarato Heindrick. Il bando sul fracking annunciato venerdì, d’altra parte, è il linea con quanto sostenuto dal governo di Angela Merkel anche in precedenza: nell’accordo di coalizione tra CDU e Socialdemocratici che lo sostiene, si parla esplicitamente di “rifiuto dell’uso di sostanza tossiche” nell’estrazione di idrocarburi.

Secondo l’istituto nazionale di geo-scienze tedesco, il Paese potrebbe contare, teoricamente, su riserve di gas non convenzionale da 700 a 2.300 miliardi di metri cubi. Compagnie come, ExxonMobil Corp e BASF (tramite la controllata Wintershall) avevano dimostrato un certo interesse per eventuali pozzi in Germania. Con la crisi in atto in Crimea e gli elevati prezzi del gas, dunque, se non fosse per gli impatti ambientali potenzialmente disastrosi, il paese avrebbe dei motivi per voler insistere. Proprio per questo il commissario europeo all’Energia, Gunther Oettinger, intervistato da BZ am Sonntag, ha consigliato al governo di Berlino di “mantenere aperta l’opzione” shale gas. Le linee guida in arrivo, comunque, se metteranno una pietra sopra allo sviluppo di nuovi pozzi di shale-gas per i prossimi 7 anni, all’opposto dovrebbero dare una spinta alla produzione dai pozzi convenzionali. Verranno, infatti, meno alcune restrizioni imposte negli anni scorsi, che avevano contribuito al calo della produzione domestica di gas tedesca, scesa del 10% sia nel 2012 che nel 2013.

Le riserve di shale gas europee sono pari al 15-30% di quelle Usa. Il possibile contributo al 2030 di questa risorsa potrà essere tra il 3% dei consumi di gas fino ad arrivare, nelle ipotesi più ottimiste, a un 10%. Dopo la riconferma del ‘no’ della Germania al fracking, una decisione già presa da tempo anche dalla Francia (paese che possiede le più grandi riserve di shale dopo la Polonia), gli unici paesi europei che potrebbero sviluppare l’estrazione di shale gas sembrano al momento essere Regno Unito, Polonia e Portogallo. Appare dunque difficile immaginare un boom analogo a quello vissuto dagli Usa negli anni scorsi; espansione che peraltro potrebbe rivelarsi, anche a breve, una bolla.

Nel vecchio continente la strada dello shale gas è molto più accidentata rispetto a quella seguita in America. Innanzitutto, in Europa, la struttura geologica del sottosuolo rende l’accesso al metano molto più difficoltoso e costoso (si parla di costi 2-3 volte più elevati) che negli Stati Uniti, dove c’è tra l’altro anche una conoscenza del sottosuolo molto maggiore. C’è poi il problema delle grandi quantità di acqua necessarie per le operazioni di fracking: per la durata di vita di un pozzo servono da 5 a 15mila metri cubi, che rappresentano un ulteriore limite. A questo si deve aggiungere che l’Europa è molto più antropizzata degli Usa e questo rende più problematica l’azione di ricerca ed estrazione, che richiede la perforazione di migliaia di pozzi. Per garantire una produzione pari al 10% della domanda di gas occorrerebbe trivellare una superficie grande come l’Olanda.

Va poi ricordato che negli Stati Uniti i proprietari dei terreni godono dei diritti anche sul sottosuolo; un fattore che spiega in parte il diverso atteggiamento delle comunità locali rispetto a quelle europee, e quindi le minori contestazioni locali. Anche nei paesi che non hanno bandito il fracking in Europa, lo stop potrebbe venire dall’opinione pubblica e dalle comunità locali: ad esempio in Gran Bretagna, nazione che punta molto su questa tecnologia, si sta registrando una forte opposizione locale e, nonostante la forte volontà del governo, si è molto lontani dall’ottenere risultati concreti. Insomma, lo shale gas sembra un’opzione poco praticabile per ridurre la dipendenza energetica europea in tempi brevi: molto più saggio, rapido ed efficace sarebbe puntare di più su efficienza energetica e rinnovabili.

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