Un (tranquillo) weekend contro le trivelle

Un week end per dire di no alle “Trivelle d’Italia” in terraferma e in mare, contro la liberalizzazione delle estrazioni petrolifere e per la tutela del territorio e della salute. Di questo si parlerà a Pisticci Scalo, in provincia di Matera, nel corso di un meeting organizzato da associazioni e comitati contrari alla petrolizzazione dell’Italia, che ad oggi vede impegnate oltre 60 sigle provenienti da tutta Italia.

L’obiettivo dell’incontro – che avrà luogo presso l’ex-villaggio Eni, luogo simbolo del fallimento delle politiche industriali e dei poli petrolchimici non solo lucani – sarà quello di dar vita ad un “Coordinamento nazionale No-Triv”, tra mobilitazioni pacifiche, dibattiti e proposte. L’idea di un coordinamento nazionale arriva quasi in concomitanza con gli innumerevoli tentativi da parte del ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, di proporre ed attuare norme ancor più permissive per i petrolieri, facilitando l’attribuzione di permessi di ricerca e concessioni di coltivazione, accorciandone le procedure burocratiche e la tempistica per la messa in produzione. Dalla sua parte Confindustria ed Assomineraria che – a più riprese – hanno rimarcato come nel nostro Paese sono presenti ingenti riserve di gas e petrolio, in grado di “soddisfare potenzialmente circa il 20% dei consumi” ed attivando “15 miliardi di euro di investimenti e 25.000 posti di lavoro stabili e addizionali; ridurre la bolletta energetica di oltre 6 miliardi l’anno, aumentando quindi il PIL di quasi mezzo punto percentuale; ricavare 2,5 miliardi di euro di entrate fiscali, sia nazionali che locali”. In realtà, il disegno politico è quello di trasferire nuova linfa alle raffinerie italiane – impianti obsoleti ed in crisi occupazionale – e puntare ad una posizione predominante del nostro Paese nella commercializzazione del gas a livello europeo.

Un iter di deregulation normativa avviato con l’approvazione dell’articolo 16 della Legge n.27 del 24 marzo 2012, quella delle liberalizzazioni. Una vera e propria pietra tombale posta sulla terraferma e sul mare italiano. ”L’articolo 16 ha liberalizzato – come più volte denunciato dall’Organizzazione lucana ambientalista – risorse che torneranno utili agli stessi petrolieri, perché i due comma che lo compongono prevedono fondi da utilizzare negli impianti produttivi e dei territori limitrofi, ovvero necessari alle attività minerarie stesse”, togliendo ai sindaci la gestione periferica delle royalties, “senza consentire più un minimo di conti sui ritorni economici per il territorio”. In parole povere una diminuzione del gettito disponibile a favore delle comunità locali, in un contesto nazionale di regolamentazione delle royalties già irrisorio. Sullo sfondo, almeno per la Basilicata, di un raddoppio delle estrazioni petrolifere, destinate a raggiungere quasi la soglia dei 190 mila barili al giorno.

A rischio le popolazioni, i parchi e le riserve naturali, gli invasi di acqua destinati all’irrigazione ed alla potabilizzazione di vaste aree della Basilicata e della vicina Puglia, nonché le ricchezze agricole e vitivinicole. Quest’ultime sotto la lente d’ingrandimento delle multinazionali petrolifere. Come la Delta Energy LTD che, il 28 maggio 2012, ha presentato al ministero dello Sviluppo economico una nuova istanza per il permesso di ricerca denominato “La Bicocca” che verte nel cuore del Vulture, area di produzione del vino Aglianico DOC, a forte valenza ambientale data la presenza di Sic (Siti d’interesse comunitario) e Zps (Zone di protezione speciale) incluse nella Rete Natura 2000 dell’Unione Europea. Un’area già minacciata dall’Aleanna Resources LLC intenzionata a trivellare nella terra del vino, sotto il permesso di ricerca “Palazzo San Gervasio”, attualmente in fase decisoria dalla Valutazione d’Impatto Ambientale alla conferenza dei servizi e all’emanazione del decreto di conferimento. Produttori vitivinicoli permettendo.

Dalla Basilicata, dunque, un moto di responsabilità nazionale per scongiurare nuove sanatorie petrolifere, come quella contenuta dal pacchetto di misure urgenti e strutturali per la “crescita sostenibile”, anche in campo energetico, approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 15 giugno 2012. In particolar modo al punto 7 del “decreto Sviluppo”.

Una norma che, da un lato, fissa a 12 miglia la distanza dalle linee di costa e dal perimetro delle aree marine e costiere protette entro le quali sono vietate le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di gas e di greggio ma, dall’altro, salva i permessi e le concessioni off-shore in corso alla data di entrata in vigore del Decreto legislativo n.128 del 29 giugno 2010 – firmato dell’allora ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo – che, in seguito all’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon della British Petroleum, avvenuta il 20 aprile 2010 nel Golfo del Messico, portò da 5 a 12 miglia il limite costiero entro il quale autorizzare prospezioni e ricerca di idrocarburi in prossimità di aree protette marine. Conti alla mano non cambia nulla, anzi le misure sono peggiorative, perché gran parte delle richieste avanzate dalle società minerarie sono antecedenti al 2010. Per il futuro si prevedono oltre 25 mila chilometri quadrati di nuovi permessi di ricerca in terraferma e quasi 40 mila chilometri quadrati di mare sotto scacco.

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