Il mare di Puglia non si tocca

In seguito alle recenti autorizzazioni positive, da parte del ministero dell’Ambiente, in merito alla prospezione ed alla ricerca di idrocarburi al largo delle isole Tremiti, continua il braccio di ferro tra Regione Puglia e Governo in materia petrolifera.

Infatti, si apprende che il Consiglio regionale pugliese ha approvato all’unanimità il proprio parere negativo a prospezioni nel sottofondo marino, al fine di tutelare la risorsa mare. A darne notizia è Onofrio Introna, presidente del Consiglio regionale della Regione Puglia, sulla falsa riga di una disposizione analoga varata dalla Regione Veneto. L’obiettivo è quello di creare una sorta di “task force” in grado di far mobilitare anche altre regioni italiane, affinché assumano simili iniziative, “rafforzando -come si legge in una nota ufficiale regionale- la posizione di quanti considerano sempre più indifferibili interventi istituzionali a tutela dei nostri mari, allarmati dalle recenti autorizzazioni concesse dal Ministero dell’Ambiente per le prospezioni petrolifere della Petroceltic al largo delle Isole Tremiti, mentre centinaia di analoghe richieste sono già all’attenzione dei Dicasteri competenti”. Le misure “cautelative” approntate dal Veneto e dalla Puglia richiamano, entrambe, l’articolo 121 della Costituzione italiana che consente al Consiglio regionale di esercitare le potestà legislative attribuite alla Regione e le altre funzioni conferitegli dalla Costituzione e dalle leggi, ponendolo nella condizione di poter fare proposte di legge alle Camere. E così è stato, con due soli comma viene sollecitata -di fatto- “l’adozione di norme nazionali il divieto della prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi nelle acque del mare Adriatico prospiciente le seguenti regioni: Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Molise e Puglia”. Ma c’è di più. Il divieto rivolto alle attività petrolifere andrebbe applicato anche ai procedimenti avviati e non conclusi alla data di entrata in vigore della suddetta proposta di legge, salvando però “fino all’esaurimento dei relativi giacimenti, i permessi, le autorizzazioni e le concessioni in essere, nei limiti stabiliti dai provvedimenti stessi”. Un’azione amministrativa importante che farà, certamente, infuriare il ministero dello Sviluppo economico che con l’elaborazione e la definitiva approvazione, entro fine anno, della Strategia energetica nazionale, intende andare in direzione opposta. Così come le società e le associazioni di categoria. Compresa FederPetroli Italia, che per bocca del suo presidente, Michele Marsiglia, ha definito “un duro ostacolo la politica adottata dal Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola in merito allo studio di possibili risorse petrolifere nella Regione”. Ricordando che “viviamo in un paese che su più fronti viaggia in continua controtendenza su quello che è l’equilibrio di investimento a livello internazionale”.

Il massimo esponente italiano della Federazione internazionale del settore petrolifero va anche oltre, quando afferma che il governatore pugliese “dovrebbe anche conoscere l’indotto economico ed occupazionale creato da possibile sviluppi di siti volti alla ricerca di idrocarburi, e se c’è inquinamento, quanto e in che misura, prima di proclamare il no a parte di sviluppo del nostro Paese”. Insomma, in Italia – in terraferma ed in mare – è possibile trivellare e lo si deve fare. L’inquinamento, a seconda della sua misura, passerebbe in secondo piano, rispetto alle prospettive di sviluppo ed introiti economici per le compagnie petrolifere e per lo Stato. Una posizione che denota, come l’interesse verso la Puglia e le altre regioni italiane è forte, e perseguibile a tutti i costi. Se le intenzioni energetiche del ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, dovessero andare in porto, la Puglia potrebbe veder aumentare dal 7% al 12% il coinvolgimento del proprio territorio in permessi di ricerca e concessioni di coltivazione. Discorso analogo, e maggiormente, preoccupante per la fascia di mare di competenza adriatica e jonica, dove i 4 permessi di ricerca vigenti potrebbero diventare 20. Così come le 7 concessioni di coltivazione passerebbero nell’immediato ad 8. Per leggere un futuro senza turismo ed attività ittiche, al momento, è più che sufficiente.

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