Nube di gas in Val d’Agri. Venti operai intossicati

Eco-inchieste. Ambiente e salute. Malori, nausee e ricoveri in ospedale. Coinvolti i lavoratori di una fabbrica vicina al Centro oli di Viggiano, in Basilicata. L’Eni smentisce ma la Regione indaga.

Ennesima fuga di gas dal Centro oli di Viggiano, in Basilicata. È avvenuta martedì pomeriggio verso le 17:30. Nausea, capogiri, intossicazione per 20 operai della Elbe Italia Sud srl – una fabbrica limitrofa lo stabilimento Eni -, di cui 2 tenuti sotto stretta osservazione, in isolamento, nell’Ospedale di Villa d’Agri. Le cause sarebbero circoscrivibili nel blocco di un termo-combustore sulla linea che porta olio dai pozzi. Siamo nel bel mezzo del polmone petrolifero lucano, a due passi dal santuario della Madonna nera. Qui, dal 1996 ad oggi sono stati censiti da associazioni e cittadini diversi incidenti durante le attività di produzione, trattamento e trasporto di greggio. Gli operai, secondo le prime ipotesi, sarebbero stati investiti da una nube di idrogeno solforato. Una eventualità immediatamente smentita dall’Eni (che continua a non rendere pubblici i dati dei monitoraggi): “Dalle verifiche effettuate – si legge in una nota della società – escludiamo nella maniera più assoluta che si sia verificato un qualsivoglia evento (incidente, problema od anomalia) che abbiamo comportato un rilascio di idrogeno solforato in atmosfera”. L’ufficio stampa della Regione Basilicata ha annunciato la costituzione di una commissione d’inchiesta interna “con il compito di appurare la verità sui casi di intossicazione”, costituita “da esponenti dei dipartimenti Ambiente e Salute”. Ovvero dagli stessi organismi che in questi anni dovevano vigilare e che oggi potrebbero rispondere della sospensione di un progetto sperimentale da 2 milioni e mezzo di euro, destinato alla sorveglianza sanitaria delle popolazioni residenti proprio nelle valli Agri e Camastra, interessate dalle estrazioni.

La fuga di gas arriva a pochi giorni dal rinnovo dell’Autorizzazione integrata ambientale, concessa dalla Regione Basilicata l’11 marzo nonostante l’assenza di un piano della qualità dell’aria, di un piano di emergenza esterno e dei risultati delle rilevazioni previste dal piano di monitoraggio. L’Aia, inoltre, non comprenderebbe l’incremento di emissioni inquinanti connesso al previsto aumento di produzione di greggio dagli attuali 80 mila barili/giorno ad oltre 175 mila, arrivando così a coprire la metà delle importazioni di idrocarburi dalla Libia. L’incidente di martedì scorso, ironia della sorte, è arrivato in contemporanea con l’ultima investitura bipartisan ottenuta in Consiglio regionale dal presidente Vito De Filippo, delegato in bianco da quasi tutte le forze politiche a rinegoziare con il Governo il prezzo del petrolio lucano, il valore compensativo delle royalties e i confini economici di una regione destinata ad essere un “hub petrolifero”. Lo scorso 3 marzo a Matera, a margine del primo giorno della Conferenza “Petrolio e Ambiente” organizzata da Eni e Regione, è stato Stefano Saglia, sottosegretario allo Sviluppo, ad indicare la Basilicata come “nodo centrale del sistema dell’energia per il Mezzogiorno”, al fine di “svolgere un ruolo rilevante per l’intero Paese. Per questo il Governo e la Regione stanno lavorando a un programma per lo sviluppo sostenibile, l’innovazione della ricerca e la coltivazione delle risorse energetiche del territorio”. Un programma tenuto segreto ai cittadini lucani, nonostante l’importanza del tema soprattutto per gli impatti negativi sull’ambiente e la salute umana, ma avallato localmente da uno schieramento di forze che va dall’Idv al Pdl. In ballo una “ricchezza” del sottosuolo stimabile in circa 50 miliardi di euro, di cui solo il 7 per cento resta al territorio, insieme ai costi ambientali e a quelli sanitari, come l’aumento di alcune patologie respiratorie e tumorali.

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