Basilicata, nuove trivelle nel Parco nazionale

Rischio raddoppio per le estrazioni in Val d’Agri sempre più alto. Ancora due richieste di perforazione da Eni. Si chiamano “S. Elia 1” e “Cerro Falcone 7”, nel territorio di Marsicovetere. Ricadono in un area sottoposta a numerosi vincoli ambientali, ai limiti di un Parco nazionale, quello della Val d’Agri-Lagonegrese.

La Basilicata è sempre più un gruviera. Dopo l’autorizzazione e l’approntamento della piattaforma per la perforazione del pozzo Alli 2 – ubicato nel centro abitato di Marsico Nuovo, in provincia di Potenza, e a soli 800 metri in linea d’aria dall’ospedale di Villa d’Agri – l’Eni ha richiesto all’Ufficio compatibilità ambientale del Dipartimento ambiente della Regione Basilicata il rilascio del parere Via (Valutazione d’impatto ambientale) per la perforazione di due nuovi pozzi nel territorio di Marsicovetere, denominati “S. Elia 1” e “Cerro Falcone 7”. Entrambi ricadrebbero nel bacino idrico dell’alta Val d’Agri, in un contesto paesaggistico ricco di sorgenti e a rischio inquinamento, dal quale si pensa di estrarre 26 mila barili di greggio al giorno. Al momento non è ancora nota l’esatta localizzazione de pozzo “Cerro Falcone 7”, perché la documentazione depositata dall’Eni non risulta pubblicata sul sito della Regione Basilicata, la cui sezione dedicata alle procedure Via è ferma al 2010.

La preoccupazione maggiore riguarda proprio l’ubicazione del pozzo “Cerro Falcone 7”, originariamente previsto nella stessa piattaforma del pozzo “Cerro Falcone 2X”, negli ultimi anni al centro di una vera e propria querelle ambientale ed autorizzativa. Il pozzo “Cerro Falcone 2X” è localizzato all’interno del Sito d’interesse comunitario “Serra di Calvello” e nella Zona di protezione speciale “Monte Volturino”, appartenenti alla Zona 1 del Parco nazionale Appennino lucano Val d’Agri-Lagonegrese, nonché a 200 metri dalla sorgente “Acqua dell’Abete” di Calvello, posta sotto sequestro due volte dall’Autorità giudiziaria per la presenza di manganese, cromo e bario nelle sue acque. Le indagini sulle cause della contaminazione sono state chiuse, assolvendo le attività petrolifere, nonostante le sostanze rinvenute vengono utilizzate come additivi dei fluidi e dei fanghi di perforazione dall’industria del petrolio.

La richiesta di perforare due nuovi pozzi in aree altamente sensibili, dimostra che l’Eni – con l’avallo del Governo, che sta pensando alla modifica del Titolo V della Costituzione – non intende perdere tempo in quel percorso che nel giro di un paio di anni porterebbe al raddoppio delle estrazioni nella sola Val d’Agri, passando da 104mila barili di greggio estratto al giorno a ben 208mila barili. Il tutto richiamando gli accordi stipulati con Regione e Stato nel 1998, che la Regione Basilicata non intende rinegoziare, come richiesto dall’Organizzazione lucana ambientalista (Ola). Accordi che mirano al raggiungimento, nel breve e lungo periodo, della soglia di 44 pozzi produttivi in Val d’Agri -dagli attuali 24- tramite l’aggiornamento del Programma dei lavori approvato dalla Giunta regionale nel 2011 (Delibera n.1177 – 8/8/2011, ndr). Programma che prevede in una prima fase la perforazione di 6 pozzi di ricerca, l’allestimento a produzione di 7 aree pozzo già esistenti e la perforazione di 6 pozzi di coltivazione, tra i quali il “Monte Enoc 6” e il “Monte Enoc 7”, entrambi situati in aree a rischio idrogeologico elevato e già autorizzati nell’area urbana di Viggiano. I nuovi pozzi in arrivo sono complementari alla realizzazione della quinta linea del Centro olio di Viggiano, che – secondo indiscrezioni trapelate in mattinata – l’amministrazione viggianese sarebbe in procinto di autorizzare.

In Basilicata, l’ormai conclamata Libia d’Italia, si sta tessendo un’enorme ragnatela petrolifera, che coinvolgerà anche il destino della raffineria Eni di Taranto, dove finiranno quasi 260 mila barili di greggio al giorno da raffinare, non senza problemi. Perché il Consiglio comunale di Taranto ha dichiarato la sua contrarietà all’ampliamento dell’impianto. A rischio, per le multinazionali dell’oro nero, un progetto da 300 milioni di euro.

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