Paradiso per petrolieri

Intervista alla professoressa Maria Rita D’Orsogna. Costi minimi e normative arretrate a tutela dell’ambiente e della salute. Ecco spiegati oltre mille pozzi per estrarre il greggio nel nostro Paese. “In altri Paesi del mondo ai petrolieri vengono applicate speciali tasse, perché si riconosce che l’attività petrolifera risulta essere altamente lucrativa” spiega il professore associato presso il Dipartimento di Matematica alla California State University di Northridge.

La crisi libica apre nuovi scenari internazionali in merito alla sfruttamento e all’importazione del petrolio nordafricano. In primo piano c’è l’azione di Eni e Total, due imprese – italiana la prima, francese la seconda – che operano anche in Italia. Nel nostro Paese, tra royalties e notevoli impatti ambientali, i temi dell’estrazione di greggio e dell’approvvigionamento energetico fanno discutere. L’Italia è una vera e propria gruviera: erano 1.010 i pozzi produttivi a giugno 2010, tra terraferma e mare. L’attenzione nei confronti del nostro Paese deriva, in larga parte, dal livello dei canoni di concessione, più bassi, e della legislazione ambientale, meno pressante. “In altri Paesi del mondo ai petrolieri vengono applicate speciali tasse, perché si riconosce che l’attività petrolifera risulta essere altamente lucrativa” racconta Maria Rita D’Orsogna, abruzzese, professore associato presso il Dipartimento di Matematica alla California State University di Northridge.

Se queste imprese arrivano nel nostro Paese è perché in Italia vigono percentuali di compensazione ambientale – le cosiddette royalties – tra le più basse del Pianeta. Quali sono le principali differenze con il resto del mondo?
In Norvegia, ad esempio, oltre alle normali tasse aziendali – che pagano tutti – c’è un’imposta extra sulle estrazioni di idrocarburi che arriva fino al 50% dei ricavati. Il governo, che è partner delle ditte petrolifere, incassa anche sui guadagni, e in più ci sono tasse sulle emissioni di inquinanti, tra cui l’anidride carbonica ed i nitrati. Per farla breve, in Norvegia l’80% del ricavato dell’industria petrolifera viene riscosso dallo Stato. Introiti che in larga parte finiscono in uno speciale fondo pensioni che, ad oggi, ammonta a circa 300 miliardi di euro, quanto il Pil annuale norvegese. In Inghilterra, invece, le compagnie devono pagare una tassa speciale aggiuntiva del 32%. In Italia, di contro, oltre alle tasse governative le società cedono solo il 4% dei loro ricavati per le estrazioni in mare e il 10% (7% + 3% destinato a un Fondo idrocarburi, ndr) per le estrazioni sulla terraferma. È anche per questo che i petrolieri, ripetutamente, affermano ai loro investitori che trivellare in Italia è estremamente facile: parlano di “regimi fiscali convenienti”, di spese d’ingresso irrisorie, di commercializzazione rapida. Accanto alle basse royalty c’è, poi, il problema delle leggi per la tutela dell’ambiente, a dir poco “blande”.

A suo avviso, quali sono le principali carenze delle norme italiane in materia di tutela ambientale nel settore delle estrazioni petrolifere?
Uno degli aspetti più sconcertanti è che fino al 2010 si potevano costruire piattaforme in mare un po’ dove si voleva. Infatti, nel 2008, la Petroceltic di Dublino trivellò un pozzo preliminare nei mari antistanti la Riserva naturale regionale di Punta Aderci a Vasto (in provincia di Chieti, in Abruzzo, ndr), a soli 2 chilometri dalla riva. Questo in altri Paesi sarebbe impossibile. L’anno scorso, però, sull’onda emotiva dello scoppio della piattaforma British Petroleum nel Golfo del Messico, in Louisiana (Usa), è arrivato il “decreto Prestigiacomo”, che ha imposto il limite delle trivelle a 19 chilometri dalla costa.

Questo limite è adeguato?
Assolutamente no. In California, dove lavoro, è dal 1969 che non si costruiscono nuovi impianti petroliferi a mare, e la zona di interdizione alle trivelle è di circa 160 chilometri. Una scelta dettata dalla volontà di proteggere turismo e pesca. Nello Stato della Florida, invece, il divieto è posto a 200 chilometri dalla riva. Ciò che avviene in Italia è, per questo, inaccettabile. Le leggi vigenti favoriscono concessioni petrolifere nelle strette vicinanze di Venezia, di Chioggia, delle isole Tremiti, di Pantelleria e del Salento, solo per citarne alcune. Nemmeno l’incidente avvenuto nel Golfo del Messico il 20 aprile del 2010 sembra averci insegnato nulla. L’Italia non impara mai dal passato. Nel 1969 a Santa Barbara, a circa 200 chilometri a Nord di Los Angeles, scoppiò una piattaforma di petrolio. Il mare fu inquinato per diverse settimane. Gli abitanti decisero che una cosa così non si sarebbe mai più dovuta ripetere, e divenne legge il limite dei 160 chilometri e quella che, di fatto, è una moratoria alle nuove trivelle che dura a tutt’oggi. In Italia, invece, dopo che nel 1965 scoppiò una piattaforma metanifera a Paguro, a circa 10 chilometri dalle coste di Ravenna, provocando la morte di tre persone e la contaminazione del mare per quasi tre mesi, non è successo niente. Fu un piccolo “Golfo del Messico italiano”, ma la morte di quelle tre persone non è servita a niente in termini di tutela ambientale.

Riassumendo: il mare italiano è a rischio; la terraferma è una vera e propria “gruviera”; le leggi di tutela ambientale sono più che permissive. Dal punto di vista dell’incidenza sanitaria, invece, sono stati fatti passi in avanti, considerando gli elevati limiti di emissione in atmosfera concessi ai centri oli, alle raffinerie e alle altre infrastrutture petrolifere?
Per quanto riguarda le leggi sulle emissioni in atmosfera siamo lontani anni luce dai Paesi sviluppati. Prendiamo l’idrogeno solforato: non è accettabile che in Italia il limite massimo tollerabile per le emissioni da raffinerie sia di circa 30 ppm (parti per milione, ndr), e che lo stesso limite in Massachusetts sia di 0,00065 ppm (parti per milione, ndr). Lo stesso vale per la diossina, per la quale è lecito emettere in atmosfera concentrazioni mille volte superiori a quelle regolate in Germania. Trivellare un territorio o una zona marina provoca conseguenze dannose all’ambiente e alle persone. Spesso si pensa che il pericolo si palesi negli scoppi più o meno spettacolari che ci possono essere. Gli scoppi, come gli incendi, sono fra i pericoli esistenti, e portano a conseguenze durature. Basti pensare che non è ancora finita nel Golfo del Messico e che secondo gli esperti ci vorranno anni affinché tutto torni, magari, come prima. Quello che in pochi sanno, però, è che pozzi e raffinerie hanno perdite quotidiane, generano scarti tossici non sempre smaltibili in maniera ottimale che possono andare ad inquinare aria, falde acquifere e mari. Ad esempio, per perforare e poi estrarre petrolio da un pozzo occorre usare speciali composti chimici detti fanghi e fluidi perforanti che spesso contengono materiale cancerogeno, come toluene e benzene, nonché materiale radioattivo.

Una marea di rifiuti petroliferi che abbiamo difficoltà a smaltire.
Gli scarti di perforazione finiscono, accidentalmente o volontariamente, in mare, come nel caso della piattaforme off shore. Questa è una prassi normale, anche in Norvegia. Uno studio condotto circa 10 anni fa attorno alle piattaforme del Golfo del Messico mostrò che le concentrazioni di mercurio collegate a questi scarti petroliferi erano circa 25 volte maggiori che in altre aree. Il mercurio è cancerogeno, finisce nei pesci e in ultima analisi nei nostri corpi. Allo stesso modo pozzi e raffinerie rilasciano composti organici volatili, idrogeno solforato e altre sostanze gassose cancerogene, che si accompagnano ad odori nauseabondi. È evidente che respirare queste sostanze tutti i giorni della propria vita non può essere salutare. Studi condotti in diverse realtà mondiali parlano di aumento in generale di malattie respiratorie, cutanee e del sistema nervoso presso centri di trattamento e di estrazione del petrolio. In California una legge obbliga le compagnie a pubblicare ogni tre mesi sulla stampa locale messaggi che spiegano che tutto il ciclo petrolifero – dall’estrazione, al trasporto, alla raffinazione, al consumo di petrolio – aumenta i rischi di tumori e di malformazioni genetiche. Che io sappia non esiste una comunità che sia felice di vivere vicino a centri petroliferi.

Nella Val d’Agri, in Basilicata, le patologie respiratorie e tumorali fanno registrare tassi d’incidenza oltre la media nazionale, e in continuo aumento. Nelle altre regioni italiane ci sono situazioni critiche?
La Basilicata, purtroppo, rappresenta l’esempio più eclatante di mala-gestione politica. E le statistiche evidenziano che la qualità della vita non è fra le migliori: è la regione più povera d’Italia, e nelle zone limitrofe ai pozzi si registrano casi di petrolio nel miele; dighe di acqua potabile inquinate da idrocarburi; sorgenti idriche chiuse; immondizia petrolifera tossica e cancerogena seppellita nei campi e nei parchi; vigneti, meleti e campi di fagioli vicino al “nefasto” centro oli di Viggiano (Pz) sono rovinati. I tumori aumentano e così pure la disoccupazione e l’emigrazione. È questo che vogliamo? Non sarebbe più intelligente incentivare, con regole precise che evitino altro business e speculazione, l’industria delle rinnovabili e degli edifici eco-sostenibili e a risparmio energetico? Invece, per tutta risposta si è autorizzato il raddoppio delle estrazioni, che significa raddoppiare inquinamento, danni ambientali, agricoli e sanitari. Anche se la stampa non ne parla, è tutta la penisola che è stretta nella morsa delle trivelle, dal Piemonte alla Sicilia. Si vuole trivellare lungo tutta la dorsale adriatica e nei mari ionici. Oltre alle “tradizionali” Eni, Shell e Total si prospettano trivelle da parte dell’americana Hunt Oil nel bolognese, da parte della texana Aleanna Resources nella bassa Padana, da parte della Northern Petroleum di Londra nel Salento, da parte dell’americana Forest Oil in Abruzzo, da parte dell’irlandese Petroceltic alle Tremiti. Lungo lo stivale attendono una miriade di altre ditte minori, dai nomi più improbabili: San Leon Energy, Appenine Energy, Po Valley. Spesso gli investitori stranieri ne sanno molto di più dei residenti a causa di una classe politica impreparata e incurante, e qualche volta anche della mancanza di attivismo da parte dei cittadini. A volte le affermazioni dei petrolieri rasentano l’assurdo. Un manager italiano dell’australiana Po Valley disse che la sua ditta voleva trivellare in Italia per “ragioni affettive”. Credo che il tutto parli da sé, sulla considerazione che queste persone hanno del popolo italiano.

Come valuta il ruolo dei movimenti, la funzione dei cittadini come reali difensori dei territori?
Il movimento civico è importante, ma ci sarebbe bisogno di un attivismo maggiore. L’Italia è il Paese in cui la classe politica, più che altrove, sembra ignorante o disinteressata alla protezione di ambiente e salute. Finora la maggior parte dell’informazione è stata fatta da cittadino a cittadino, passando per la rete. Ed è su questa strada che bisogna continuare, senza limiti territoriali. I cittadini di “Metanopoli”, San Donato Milanese, dovrebbero prendere a cuore la causa lucana e viceversa, anche se non respirano gli stessi fumi tossici. È questa la difesa del bene comune? Negli Stati Uniti d’America un’attrice famosa come Darryl Hannah si è fatta arrestare per protestare contro l’apertura di un oleodotto nel Nebraska. Lei vive a Los Angeles e forse il Nebraska non l’ha mai visitato. In Italia abbiamo avuto l’intero cast di “Basilicata coast to coast” che ha accettato di girare un film finanziato anche dalla Total, la stessa che per dieci anni ha seppellito rifiuti a Corleto Perticara (Pz).

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