Stoccare che passione

A febbraio Eni chiede al ministero dello Sviluppo economico di sbloccare il piano stoccaggi per il gas. Detto fatto: con un decreto ad hoc ad aprile, l’ex ministro Passera autorizza un aumento di capacità del 26%. Oggi la capacità è di quasi 16 miliardi di metri cubi.

Lo scorso 28 febbraio 2013 l’Eni, con una lettera inviata al ministero dello Sviluppo economico, ha sbloccato le grandi manovre legate agli stoccaggi italiani. Infatti, la missiva – contenente una proposta di aggiornamento del piano nazionale per la realizzazione di una nuova capacità di stoccaggio sotterraneo di gas – ha sortito l’effetto sperato: l’approvazione di un apposito decreto ministeriale datato 5 aprile 2013. In questo modo, l’ex-ministro Corrado Passera – dopo aver decretato a metà febbraio la liberalizzazione del mercato del gas italiano – autorizza, con tanto di timing, lo stoccaggio di ulteriori 4.038 milioni di metri cubi, che vanno ad aggiungersi all’attuale capacità di 15.890 milioni di metri cubi dai dieci impianti in esercizio, come riportato sul sito dell’Unmig (Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse).

Il prospetto allegato al decreto ministeriale del 5 aprile 2013 è molto chiaro. Elenca i nuovi progetti, la portata degli investimenti, gli interventi e gli ampliamenti da attuare nelle concessioni di stoccaggio vigenti da qui al 2015, anno in cui dovrebbe entrare in esercizio la capacità aggiuntiva di stoccaggio. Un importante canovaccio che conferma come l’ampliamento delle capacità nelle concessioni vigenti sia subordinato alla sovrappressione (autorizzata con il Decreto Legislativo n.130 del 13 agosto 2010, ndr). Come constatato da Altreconomia nel corso di un viaggio che ha avuto inizio l’anno scorso nei territori interessati dai progetti, quello della sovrappressione continua – nonostante le rassicurazioni degli operatori – ad essere motivo di preoccupazione per i cittadini ed per alcuni amministratori locali. Sotto la lente di ingrandimento sempre la famosa prescrizione del ministero dell’Ambiente sulla sismicità indotta contenuta nella Valutazione d’impatto ambientale positiva per il progetto di Sergnano, in provincia di Cremona.

Ed è proprio da Sergnano che è partita la corsa verso la soglia dei 19.928 milioni di metri cubi di gas da stoccare. Che poi, in realtà, potrebbero essere quasi 24 miliardi di metri cubi con l’inizio delle attività nei campi di stoccaggio di “San Potito e Cotignola” (Edison Stoccaggi / Blugas infrastrutture) e “Cornegliano” (Ital Gas Storage), rispettivamente in Emilia Romagna e Lombardia, regioni nodali nella mappa dell’”Italia degli stoccaggi”. Gli incrementi significativi – grazie alla sovrappressione – avverranno infatti per “Minerbio stoccaggio” (da 2.658 milioni di metri cubi a 2.922 milioni di metri cubi), “Ripalta stoccaggio”, “Sabbioncello Stoccaggio”, “Settala Stoccaggio” e “Fiume Treste”, in Abruzzo, che con una capacità di stoccaggio attuale pari a 4.605 milioni di metri cubi resterebbe il campo più grande d’Italia. Qui l’incremento potrebbe essere di 1.607 milioni di metri cubi. Il presente piano avrebbe un “costo totale, a vita intera, la cui stima è suscettibile di variazioni legate ad attività realizzative ed al prezzo di acquisto del cushion gas” di 1.852 milioni di euro. Quasi due miliardi di euro di investimenti, di cui 566 milioni ipotizzati per il solo progetto di Bordolano, dove – come più volte raccontato – i lavori proseguono senza sosta.

Quella di Bordolano è una concessione rilasciata ad Eni nel 2001 e ricadente nell’ambito della concessione di coltivazione “Cignone”, sempre dell’Eni, nella quale dal 1984 al 2000 sono stati estratti poco più di 1 miliardo e 200 milioni di metri cubi di gas. Nel 2003 la concessione di stoccaggio passa a Stogit, che nel 2007 chiede l’approvazione di un nuovo programma di lavori. Nel 2009 ottiene le autorizzazioni ministeriali. Favorevoli al progetto Provincia di Cremona, Comune di Bordolano e Regione Lombardia che rilascia, nel 2011, l’intesa definitiva. Contrario il Coordinamento dei comitati ambientalisti della Lombardia che con un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, contro i ministeri dell’Ambiente, dello Sviluppo economico, dei Beni Culturali e a Regione Lombardia, chiedono l’annullamento del Decreto 28 dicembre 2011 recante proprio l’approvazione della variazione del programma di lavori della concessione “Bordolano stoccaggio”, perché ritenuto illegittimo. Ad oggi, la situazione che emerge sul territorio di Bordolano – un comune di appena 567 abitanti – racconta di un territorio soggetto a vincolo per i prossimi 40 anni ed oltre, dal rischio di veder transitare fino a 100 tir al giorno per 100 giorni – come temono i residenti – dalla perforazione di nuovi 7 pozzi, dalla realizzazione di una centrale di compressione a poche centinaia di metri da un’azienda agrituristica, dalla quale osservare il paesaggio che muterà sensibilmente fa un certo effetto. Tutto per arrivare a stoccare 1 miliardo e 200 milioni di metri cubi di gas. “Il Piano di Governo del Territorio – sottolinea Salviamo il paesaggio del cremonese – non riporta alcuna fascia di rispetto per tali impianti, classificati come soggetti a “Rischio di Incidente Rilevante” (Direttiva Seveso, ndr), non prendendo in considerazione i possibili conflitti tra le attività di stoccaggio del gas e le altre attività presenti nelle immediate vicinanze (agricola, agrituristica e zootecnica), oltre che le necessità di tutela delle aree ricomprese nel Parco Oglio Nord, il cui confine è situato a circa 50 metri dagli impianti”. E c’è qualcuno che ricorda ancora l’incendio che interessò un pozzo del giacimento sotterraneo di metano proprio a Bordolano. Il pozzo bruciò per 3 settimane e la Domenica del Corriere del 27 aprile 1952 raccontava che “il fuoco spento col fuoco. Sotto la direzione di un tecnico americano specializzato, Michael Myron Kinley, è stato stroncato, per mezzo di una carica di tritolo fatta esplodere a filo del terreno, il pauroso incendio del pozzo di metano a Bordolano (Cremona) che da venticinque giorni proiettava al cielo una tonante fiamma alta circa cento metri”.

Timing di entrata in esercizio delle nuove capacità / Fonte ministero dello Sviluppo economico
Timing di entrata in esercizio delle nuove capacità / Fonte ministero dello Sviluppo economico

Stoccaggi d’Italia
Come riporta il sito del ministero dello Sviluppo economico “le prime prove di stoccaggio di gas in Italia risalgono al 1964 effettuate dall’Agip nel giacimento di Cortemaggiore, già sfruttato per la produzione di gas. Negli anni successivi, di fronte alle necessità di produzione e di mercato, l’Agip converte allo stoccaggio altri tre giacimenti (Sergnano, Brugherio e Ripalta), tutti in territorio lombardo. Ma l’aspetto strategico dello stoccaggio del gas naturale, ovvero come efficace strumento per fronteggiare eventuali difficoltà di approvvigionamento, viene pienamente compreso solo nei primi anni ’70. Nasce così un programma di potenziamento che si concretizza con la realizzazione di ulteriori 70 pozzi nei siti di stoccaggio già esistenti, nonché con la conversione di altri quattro giacimenti (Minerbio e Sabbioncello situati in Emilia Romagna, S.Salvo in Abruzzo, e Settala, ancora in Lombardia). Nel 1984 anche Edison dà il via alle attività di stoccaggio nella sua prima concessione situata in Abruzzo (Cellino Stoccaggio), alla quale, circa dieci anni più tardi, si aggiunge una seconda in Veneto (Collalto Stoccaggio)“. Secondo gli ultimi dati 352 sono i pozzi destinati allo stoccaggio, 13 produttivi, 11 potenzialmente produttivi ma non eroganti, 18 potenzialmente utilizzabili per lo stoccaggio, 103 quelli di monitoraggio. Attualmente in Italia sono vigenti 15 concessioni di stoccaggio: 6 in Lombardia, 5 in Emilia Romagna, 2 in Abruzzo, 1 in Basilicata ed 1 in Veneto che sono: Bordolano (Stogit), Brugherio (Stogit), Cornegliano (Ital Gas Storage), Ripalta (Stogit), Sergnano (Stogit), Settala (Stogit), Cortemaggiore (Stogit), Alfonsine (Stogit), Minerbio (Stogit), Sabbioncello (Stogit), San Potito e Cotignola (Edison e Blugas Infrastrutture), Cellino (Edison), Fiume Treste (Stogit), Cugno Le Macine (Geogastock). Le istanze per nuove concessioni sono invece 8: Bagnolo Mella (Edison, Gdf Suez Energia Italia, Retragas, Storengy S.A), Romanengo (Enel Trade), Palazzo Moroni (Edison), San Benedetto (Acea, Gas Plus Storage, Gaz de France International), Poggiofiorito (Gas Plus Italiana), Serra Pizzuta (Geogastock), Sinarca (Edison e Gas Plus Italiana) e quella rigettata di Rivara (Erg Rivara Storage).

La Stogit è la società con più progetti. La Pianura Padana, invece, il punto nevralgico di una strategia nazionale ed internazionale che coinvolge 118 comuni e circa un milione di persone e trova il benestare dell’Europa, che – oltre ad elargire finanziamenti tramite la Bei – è tornata a ribadire in un Regolamento (n.347 del 17 aprile 2013) sugli orientamenti per le infrastrutture energetiche transeuropee, che stoccaggio e rigassificazione assumono un ruolo di crescente importanza nell’ambito dell’infrastruttura energetica europea. Anche se, per il momento, l’Europa può aspettare. Perché come ha ricordato ad Altreconomia – lo scorso mese di febbraio – Renato Maroli, direttore operativo di Stogit, “Negli ultimi anni, dal 2008 ad oggi abbiamo sempre avuto qualche problema di fornitura, derivante da ragioni tecniche o politiche. Quindi il problema (sostanzialmente l’aumento delle importazioni e della capacità di stoccaggio, nonché dello sviluppo delle reti, ndr) che ci si deve porre è quello di garantire continuità della fornitura di gas ai consumatori. L’Italia quindi deve dotarsi di infrastrutture per dipendere meno dall’estero e soprattutto per poter affrontare l’ elevata richiesta interna di gas, condizioni che potrebbero mutare in caso di emergenza sia climatica che di altro tipo”. E l’Europa aspetterà.

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