L’Eni in Basilicata minaccia aree carsiche e bacini idrici

La messa in produzione del pozzo Eni “Pergola 1”, in merito al quale è in corso l’istruttoria di Valutazione d’impatto ambientale, violerebbe definitivamente le principali aree carsiche regionali, i bacini idrici e la Grotta Castel di Lepre.

A pochi giorni dalla data di scadenza delle osservazioni sul progetto di Via (Valutazione d’impatto ambientale) finalizzato alla messa in produzione del pozzo Eni denominato “Pergola 1”, arriva una nuova allarmante constatazione: l’infrastruttura petrolifera mette a rischio le aree carsiche, i bacini idrici e la Grotta Castel di Lepre. A darne tempestiva notizia è la Ola (Organizzazione lucana ambientalista) che denuncia, pertanto, una minaccia incombente per l’ambiente e per la salute dei cittadini.

Nella nota di oggi, l’Organizzazione lucana ambientalista, “paventa la possibilità futura di inquinamento petrolifero nel bacino sotteso al pozzo ed agli oleodotti se realizzati nell’attuale ubicazione. I rischi sono reali e lo studio Eni non li prende in considerazione”. In effetti, leggendo lo Studio d’Impatto Ambientale della multinazionale di San Donato Milanese, non c’è alcun approfondimento in merito alla Grotta Castel di Lepre – “pur essendo molto conosciuta in sede scientifica e dai numerosi gruppi speleologici italiani ed esteri che frequentano il geosito di rilevanza nazionale”.

Con i suoi 2 chilometri di sviluppo, la Grotta Castel di Lepre – in gran parte ancora inesplorata – detiene il primato della grotta più lunga della Basilicata ed una delle più interessanti del Sud Italia, anche dal punto di vista faunistico. Diversi gruppi speleologici nazionali ed internazionali hanno documentato come il sottosuolo del territorio di Marsico Nuovo, in provincia di Potenza, sia interessato da fenomeni carsici, nonché dalla presenza di un copioso fiume sotterraneo che si alimenta dai numerosi percolamenti sovrastanti e che alimenta le sorgenti situate a valle. “La grotta di Marsico Nuovo e le aree carsiche dell’Alta Val d’Agri, a cavallo dei sistemi e bacini idrici dell’Agri-Tanagro-Sele sono oggi minacciate – fa rilevare la Ola – dal progetto Eni di raddoppio delle estrazioni di petrolio che prevede di costruire pozzi e oleodotti situati a poche centinaia di metri più a monte i quali, nelle diverse fasi di perforazione ed estrazione, comporteranno l’uso di fanghi, fluidi, additivi chimici, nonché la tecnica di acidificazione in pressione”.

Così come già verificatosi negli ultimi 15 anni di intensa attività estrattiva, gli studi dell’Eni si presentano estremamente carenti “non solo sui prodotti chimici impiegati ma anche sul piano tecnico e sui piani ingegneristici con le stratigrafie riscontrate sia dai rilievi sismici, sia durante la perforazione”. Per questo, andrebbero “svelati” i segreti industriali del “Cane a sei zampe”. In ballo – mentre gli organi regionali dovrebbero decidere per l’ok, o meno, alla messa in produzione del pozzo “Pergola 1” – c’è la salvaguardia del territorio e la difesa della salute, in una regione sempre più succursale delle compagnie petrolifere.

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