I rifiuti di Pescantina

In provincia di Verona c’è una montagna di rifiuti speciali destinata a crescere di 1,9 milioni di metri cubi. È il rischio che incombe sull’area nei pressi della stazione, affidata a Daneco. Intanto, l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici richiede chiarimenti sui rapporti tra l’impresa e l’amministrazione comunale.

Pescantina, in provincia di Verona, è un paese di poco più di 16mila abitanti. Un territorio piatto. Una pianura sviluppata prevalentemente ad agricoltura che ha prodotto e produce il famoso vino della Valpolicella. Il fiume Adige a lambirne i confini e nessuna collina nei dintorni. Ad eccezione di una discarica comunale per rifiuti urbani. 5 milioni di tonnellate stipate, dal 1985, sotto una montagna che è destinata a crescere. Lo sa bene il “Movimento Ambiente & Vita” che, dall’ottobre del 2011, dice di no al progetto di ampliamento dell’invaso esistente, così come di recente il Consiglio regionale del Veneto. Una battaglia lunga, sostenuta da 4.413 firme raccolte per fermare quella che è considerata una scelleratezza. Perché ampliare il vecchio impianto, aumentandone volume e pericolosità, non è come convertire un terreno coltivato a vitigni in campi di grano. In un futuro non tanto lontano, a Pescantina, potrebbero arrivare 1 milione e 900mila metri cubi di rifiuti speciali. Oltre 3 milioni di tonnellate di monnezza catalogata con quasi 200 codici CER. Ceneri pesanti e scorie, miscele bituminose, polveri e particolato e scorie di fusione, solo per citarne alcuni. Non proprio ad “impatto per la popolazione uguale a zero”, come riportato in campagna elettorale dalla compagine vincente. Sul legame tra amministrazione e gestore, che oggi si intreccia con lo stoccaggio ventennale dei rifiuti in questo lembo veneto, ha scelto di vederci chiaro l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici, chiedendo documenti chiarificatori a Comune di Pescantina e Daneco, con una nota del primo giugno 2012.

La storia. Dagli anni Settanta alla seconda metà degli anni Ottanta l’area ferroviaria di Pescantina ha ospitato rifiuti di ogni genere. Nel 1985, per far fronte a una vera e propria emergenza, la Giunta comunale dell’epoca decide di legalizzare gli scarichi costituendo ufficialmente la discarica conosciuta come di “Cà Filissine”. Una vecchia cava profonda 40 metri e dal terreno ghiaioso. Per anni avvengono continui conferimenti da tutto il Veneto tanto da provocare un pericoloso inquinamento da percolato della prima falda -con concentrazioni di ammoniaca, manganese e nichel oltre i limiti consentiti dalla legge- che porta, nel 2006, al definitivo sequestro sollecitato dalla Magistratura. Nel 2010 la Prefettura dispone la costituzione di un Comitato tecnico composto da Provincia e Regione, Università di Padova e Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpav). L’obiettivo è quello di valutare il da farsi. Gli esperti incaricati optano per la bonifica immediata, escludendo qualsiasi tipo di ampliamento. L’invaso è già a fine vita e non può ospitare più rifiuti.

La Daneco, invece, intende movimentare rifiuti speciali e -nel 2011- presenta un progetto di bonifica contestualmente ad un progetto di ampliamento, con presa d’atto del comune “affidato senza gara pubblica per progettazione e lavori”, come dichiara il “Movimento Ambiente & Vita”. Per farlo, la società, ha bisogno di più spazio, quello dell’adiacente vigneto Ferrari, un fondo che ha prodotto vino, coltivando su circa 150mila tonnellate di rifiuti stabilizzati interrati negli anni Settanta e Ottanta. Le 150mila tonnellate di rifiuti interrati sotto le vigne, improvvisamente, diventano il pretesto per movimentare terra e guadagnare volumetrie. A parere di chi spinge per l’ampliamento dell’invaso, il vigneto Ferrari è un pericolo da eliminare, facendo passare in secondo piano la vera causa della contaminazione che nel 2006 portò al sequestro. Si apre, così, un altro contenzioso che oggi è ancora aperto.

La famiglia Ferrari decide di ricorrere più volte al Tribunale amministrativo regionale del Veneto al fine di scongiurare l’esproprio dei propri terreni destinati a discarica. Lo fa sullo sfondo di un affare davvero grosso. Si parla di 180 milioni di euro. Un business irrinunciabile, nonostante una situazione ambientale critica, come di fatto certificato dall’Arpav nel febbraio 2012, con una nota che sottolinea l’estendersi dell’inquinamento, presumibilmente provocato dall’improvvisa sospensione della rimozione del percolato da parte dell’amministrazione comunale, per mancanza di fondi. Un punto, questo, che non trova d’accordo il “Movimento Ambiente & Vita” che, il 23 aprile 2012, presenta una denuncia alla Procura, chiamando in causa la responsabilità del Sindaco dal punto di vista della tutela dell’ambiente e della salute pubblica, e sottolineando come “il costo del trattamento del percolato nel 2011 è stato di 600mila euro mentre le somme a disposizione del sistema discarica ci risultano essere ancora di circa 4 milioni di euro, con 800mila euro già sbloccati da parte della Provincia”.

A Pescantina, in una situazione ambientale critica, sembra essere in ballo la gestione dell’intero ciclo dei rifiuti della regione Veneto, compreso l’inceneritore “Ca’ del Bue”, terminato nel 1988 e mai entrato in funzione. Un progetto per il quale ad inizio anno è spuntato un nuovo investimento da 140 milioni di euro che porterebbe ad accendere i “forni”, restituendo ceneri da smaltire. Forse proprio a Pescantina.?

Una questione di comunicazione. Il legame tra la guida della cittadina e la Daneco sembra andare oltre un normale rapporto tra committente ed esecutore. Soprattutto quando di mezzo ci sono le feste. In particolar modo le due Giornate di informazione ecologica tenutesi presso la discarica il 24 aprile 2005 e l’11 giugno 2006. A seguito della prima, il consigliere comunale Lorenzo Mascanzoni presenta, in data 5 settembre 2005, un’interpellanza al fine di conoscere le spese a carico del Comune e le ditte beneficiarie dell’organizzazione della manifestazione. Il sindaco risponde testualmente che “la ditta che ha gestito tutta quanta la manifestazione è la ditta di gestione della discarica, per cui la Daneco. I costi indicativi, esclusi i lavori fatti all’interno della discarica si aggirano intorno ai 45/50 mila euro. Questo è quello che mi ha detto la Daneco. Sulle ditte, sinceramente, se vuole la prossima volta chiedo la documentazione alla Daneco e gliela faccio avere senz’altro, ma sinceramente non lo so. La gestione è stata fatta completamente da loro, perché si riteneva giusto e corretto fosse così”.

La Daneco effettivamente in data 17 maggio 2005 presenta al Comune la rendicontazione dei costi sostenuti, chiedendo però di “detrarre i costi sostenuti ed evidenziati nei documenti allegati, dai versamenti periodici previsti a favore di codesta spettabile Amministrazione”. Tutto chiaro per Francesco Testa, avversario politico del sindaco in carica, “perché le spese sono a carico dei cittadini?”. Ma Testa denuncia di più, e lo fa esponendo alcune fatture, tra le quali una del 3 maggio 2005 -per un importo pari a 92.625,38 euro- che la Events Creation, la società che organizza l’evento, invia alla Daneco. La Events Creation è una ditta che sarebbe riconducibile alla famiglia dell’attuale sindaco, che sarebbe stato presidente del consiglio di amministrazione all’epoca dei fatti. Avviene lo stesso anche per l’iniziativa di giugno del 2006 per un importo totale pari a 72 mila euro.

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