Petroli d’Italia

Facendo leva sulla crisi libica, le compagnie petrolifere presenti in Italia stanno dando nuovo impulso a ricerche e trivellazioni lungo lo stivale. Servizio a cura della redazione di Amisnet, Agenzia multimediale di informazione sociale dal 1998.

In Basilicata l’Eni ha annunciato a marzo il raddoppio della produzione del centro oli di Viggiano che passerebbe dagli 80 mila barili di petrolio al giorno a circa 175 mila. Contemporaneamente la regione è attraversata da una frenetica attività di ricerca per l’apertura di nuovi pozzi di petrolio e gas anche in zone protette. La corsa all’olio nero prosegue anche in Abruzzo, regione riconosciuta dallo stesso governo come un imprescindibile “distretto minerario” nonostante gli ingenti investimenti delle istituzioni italiane ed europee per la valorizzazione dei parchi naturali. In Abruzzo, sottolinea Alessandro Lanci dell’associazione Nuovo Senso Civico, ci sono già 383 pozzi a terra e 153 pozzi in mare, in altre parole il 50 per cento del territorio, che dovrebbe essere una “regione verde d’Europa” è interessato da attività petrolifere”. Come in Basilicata, qui però a preoccupare di più sono le autorizzazioni a nuove trivellazioni. L’ultima è stata concessa all’inizio di aprile nel tratto di mare a largo di Pescara e Francavilla, dove a guidare le operazioni di ricerca sarà la compagnia irlandese Celtic Petroleum. La stessa società aveva del resto ottenuto il via libera alle esplorazioni nei dintorni delle isole Tremiti, poco più a sud.

L’Italia del petrolio, sottolineano gli ospiti di questa puntata di Babush, piace molto alle compagnie straniere perché qui le condizioni di sfruttamento delle risorse minerarie sono estremamente favorevoli. Tasse e concessioni sono meno onerose che all’estero e il contesto politico permette ampi margini di manovra. Non potrebbe essere più esplicito un documento presentato dalla Celtic Petroleum ai suoi azionisti, documento nel quale l’Italia viene indicata come un “terreno fertile” non solo per un regime fiscale particolarmente conveniente ma anche per i limitati rischi politici. A titolo di esempio basterebbe citare il regime delle royalties che in Italia sono ferme al 10 per cento sulla terraferma e al 4 per cento in mare. Un contributo ridicolo come sottolinea Alessandro Lanci soprattutto se paragonato a quello di altri paesi come la Libia, dove si arriva al 90 per cento o la Gran Bretagna e la Norvegia, che oscillano tra il 40 e il 50 per cento.

Il governo italiano è più che mai convinto però che bisogna spingere sulla via del petrolio nostrano e mantiene la sua previsione di voler sfruttare appieno riserve che secondo le stime arriverebbero a 130 milioni di tonnellate di greggio. “Il dato delle riserve italiane è comunque molto basso, soprattutto se confrontato al livello dei consumi nazionali” sottolinea Giorgio Zampetti di Legambiente “Se anche si riuscisse a sfruttare tutte le riserve si arriverebbe al massimo a coprire il consumo italiano di poco più di un anno”. Il vantaggio in termini economici e di approvvigionamento sarebbero insomma praticamente inesistenti soprattutto se sull’altro piatto della bilancia si mettono gli impatti ambientali e i rischi di incidenti. Ad un anno dalla catastrofe del Golfo del Messico, in Italia mancano ancora le necessarie tutele per scongiurare il rischio di uno sversamento nel Mediterraneo. Per le loro ridotte dimensioni, sottolinea Nuovo Senso Civico, compagnie come la Celtic Petroleum, non sarebbero mai in grado di coprire i costi per arginare i danni di un eventuale incidente e ripagare i danni. Anche quando le compagnie sono più grandi del resto i danni vengono raramente riconosciuti e ripagati. E’ il caso dell’Eni che lo scorso aprile ha negato qualsiasi responsabilità sul caso dei 22 operai colpiti a Viggiano da malori per inalazione di idrogeno di solfato H2S.

Ascolta qui sotto la puntata

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