Nuovo attacco petrolifero alle Canarie

Al largo delle Isole Lanzarote e Fuerteventura torna il rischio derivante dalle attività di ricerca e di estrazione petrolifera, da parte di Repsol, Genel e Cairn Energy, con la complicità del governo spagnolo. Da una parte circa 200 mila firme di opposizione al progetto, dall’altra il Tribunale superiore della Spagna.

“Le entrate di queste due isole orientali (Lanzarote e Fuerteventura, ndr) provengono principalmente dal comparto turistico balneare: 4 milioni di visitatori ovvero il 75% del Pil insulare e 30 mila posti di lavoro diretti, vale a dire il medesimo numero di posti di lavoro creati da Repsol in tutto il mondo. Le Isole Canarie vantano una zona di pesca di rilevanza internazionale, una straordinaria ricchezza in termini di flora e fauna, nonché paesaggi unici”. Si apre con questi dati di fatto un manifesto redatto dalla Fundación César Manrique (FCM) per esprimere il proprio categorico rifiuto alle prospezioni che la società Repsol intende effettuare, con l’assenso delle autorità governative spagnole, a 25 chilometri al largo delle coste di Lanzarote e Fuerteventura, appartenenti alle Isole Canarie.

Sul piatto la strenua difesa di un “modello turistico attuato da tali isole […] incompatibile con l’industria petrolifera. È risaputo che l’economia legata all’attività turistica è sensibile al degrado ambientale”. Le Canarie, in virtù della loro posizione geografica e del loro patrimonio naturale, rappresentano il simbolo di “un territorio particolarmente vulnerabile alle minacce legate alle perdite di idrocarburi e all’inquinamento. L’attività di estrazione del petrolio è fonte di inquietudine e mette a repentaglio […] ecosistemi marini e costieri, la potabilizzazione dell’acqua marina nonché le risorse ittiche. Un’eventuale catastrofe presupporrebbe la rovina di entrambe le isole”.

Un grido di allarme forte – quello lanciato dalla Fundación César Manrique (FCM) – ed un richiamo a “contrastare l’industria petrolifera e a mettere in campo progetti volti ad agevolarne l’autosufficienza energetica, ricavata da energie rinnovabili. A prescindere dalla decisione che verrà presa dalle autorità del Marocco in merito allo sfruttamento di giacimenti petroliferi nelle proprie acque territoriali, le autorità governative spagnole piuttosto che attivarsi e raddoppiare i rischi, dovrebbero provvedere allo stanziamento di risorse economiche e tecniche tese a minimizzare le catastrofi eventualmente causate da tale attività nel nostro Arcipelago nonché assecondare la tutela della nostra maggiore attività economica, dei paesaggi singolari e delle acque confinanti”.

Ma il Governo spagnolo ed il ministro dell’Industria, dell’Energia e del Turismo, Josè Manuel Soria, sembrano essere di altro avviso ed intenzionati ad andare avanti, avendo negli anni sempre avallato il progetto di sfruttamento della Repsol, in un percorso che ha avuto inizio ben 6 anni fa, passato poi – nel 2012 – tra le more di una legge varata ad hoc. Perché il chiodo fisso continua ad essere la copertura di un fabbisogno nazionale del 10% per gli anni a venire. Costi quel che costi, ed in qualunque sede, al fine di tutelare quello che le compagnie petrolifere inglesi che avrebbero scoperto il “petrolio canariense” di fronte le coste del Marocco – la Genel e la Cairn Energy – definiscono un vero e proprio patriminio. Infatti, si parla di un investimento ventennale di quasi 9 miliardi di euro (40 milioni per la fase di esplorazione, 940 per la fase di sviluppo e circa 3 miliardi per la fase di produzione). Per le prospezioni, invece, la Repsol avrebbe pronti 260 milioni di euro.

Lo scenario in atto è quello di un braccio di ferro che al momento vede schierati, da una parte, il Governo autonomo delle Canarie, i cittadini e le associazioni ambientaliste che hanno raccolto quasi 200 mila firme di opposizione e, dall’altra, il Tribunale Superiore della Spagna che – rifiutando ben 7 ricorsi ambientalisti al decreto che rende esecutive le prospezioni petrolifere al largo delle isole di Fuerteventura e Lanzarote – intende mettere a tacere qualsiasi velleità di opposizione. All’orizzonte, però, potrebbe esserci un referendum consultivo.

Condividi questo articolo

Commenta questo articolo

Your email address will not be published.