Petrolio coast to coast

Energia & Ambiente. La Basilicata è tra le prime regioni italiane per estrazione di idrocarburi e gas. Eni guida le imprese che gestiscono i pozzi, anche all’interno di parchi naturali.

In Basilicata la crescita delle estrazioni di idrocarburi liquidi e di gas naturale fa invidia all’Azerbaigian: la regione è tra le prime per numero di vecchi e nuovi titoli minerari, secondo l’ultimo bollettino Unmig (Ufficio nazionale minerario idrocarburi geotermia). Si tratta di 10 permessi di ricerca, 22 concessioni di coltivazione, 12 compagnie petrolifere autorizzate, 20 nuove istanze di ricerca, 469 pozzi di idrocarburi, 68 pozzi produttivi, 47 previsti in Val d’Agri (di cui 22 attivi) e circa 20 per la concessione Gorgoglione, progetto Tempa Rossa, in vigore dal 2015. Solo nella valle del fiume Agri – che ospita a Viggiano un Centro olio con una capacità di trattamento di poco più di 81.000 barili al giorno – l’entità del giacimento è pari ad oltre 1 miliardo di barili di petrolio con una quantità di greggio estratto, negli ultimi quattro anni e da soli 4 pozzi, pari a 17 milioni di tonnellate di greggio e 4 milioni di metri cubi di gas, pari al 76% della produzione annuale italiana di greggio e al 3% del consumo. Numeri destinati a crescere secondo i piani di Stefano Saglia, sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico, che non più tardi di fine gennaio ha parlato di una regione “strategica sul piano della produzione energetica primaria per l’intero Paese”, sottolineando l’intenzione del Governo di ”creare una rete di imprese che migliorino l’occupazione e le infrastrutture e che sia centrale nell’ambito degli investimenti per il Piano per il Sud”. Un incremento necessario sia alla produzione petrolifera nazionale, “riducendo così la dipendenza estera per l’approvvigionamento energetico”, sia come garanzia e tesoretto per i nuovi investimenti delle compagnie petrolifere come Eni spa che, recentemente, ha chiesto alla Regione Basilicata l’ampliamento del Centro olio di Viggiano. Un raddoppio di capacità di trattamento e produzione che costerà circa 200 milioni di euro, per un impianto classificato dalla normativa Seveso Bis ad alto rischio incidente rilevante, per la sua pericolosità per l’ambiente e la salute. E proprio l’assenza di una rete di monitoraggio dei principali inquinanti legati a produzione ed estrazione petrolifera, come l’idrogeno solforato, Ipa, Cov e benzene, e una serie di incidenti verificatisi negli anni, rappresentano i punti contestati dalle associazioni ambientaliste che, al pari, non tollerano ad esempio l’assurda convivenza tra pozzi e parchi. Sono, infatti, 15 i pozzi Eni all’interno del Parco nazionale Appennino lucano Val d’Agri-Lagonegrese – istituito con dpr. 8 dicembre 2007, ma già previsto dalla legge quadro 394/1991 – la seconda area protetta lucana, dove forte è il grado di compromissione dell’ambiente, ma anche delle naturali vocazioni. Preoccupazioni enormi che trovano riscontro nella contaminazione delle acque degli invasi che servono gli acquedotti di Puglia e Basilicata, di importanza strategica per l’agricoltura e il turismo. Nelle acque di alcuni invasi lucani (ad esempio il lago del Pertusillo) è stata rilevata la presenza di sostanze chimiche quali il boro ed il bario, quest’ultimo utilizzato durante il ciclo di produzione del petrolio. L’impatto è drammatico. Oltre agli invasi, alcune sorgenti (Acqua dell’Abete e Bosco Autiero) all’interno del Parco nazionale Appennino lucano sarebbero risultate compromesse, tanto da far scattare i sequestri delle Autorità di vigilanza, mentre le istituzioni hanno minimizzato l’accaduto. Un inquinamento passato sotto silenzio per mezzo di connivenze a vari livelli ma, soprattutto, aggravato dal doppio ruolo di controllore e controllato assunto dalle compagnie, all’interno di un sistema pubblico di controllo ampiamente deficitario.

La Shell e la Total. “Le questioni petrolifere in Basilicata da Roma non sono molto chiare ed è quindi stato opportuno visitare di persona le aree interessate dai giacimenti ove è impegnata assieme all’Eni la compagnia Shell”. Con queste parole l’ambasciatore britannico Edward Chaplin giustifica la sua visita di dicembre in terra lucana, fatta passare dai vertici regionali come interesse turistico inglese per le bellezze locali. Sono 29 milioni di euro le royalties elargite dalla Shell esclusivamente alla Regione, cui si sommano quelli ad alcuni comuni della Val d’Agri (tra i quali spicca Viggiano con quasi 3 milioni, che si vanno ad aggiungere agli 8 milioni erogati da Eni), a dimostrazione di una presenza importante “non turistica” in diverse concessioni: Gorgoglione con il 25%, Monte La Rossa con il 10% ed infine Fosso Valdienna con il 9,3%, un’area inserita nel Parco Gallipoli Cognato-Piccole Dolomiti Lucane, oggetto di nuovi appetiti da parte della Total, che ha chiesto l’ampliamento dell’area di coltivazione Gorgoglione, ricadente nel territorio del parco in cui vigono i divieti di ricerca ed estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi, ai sensi dell’articolo 19 della legge regionale 47/1997. La multinazionale francese è concessionaria di Tempa Rossa. Un progetto che prevede la realizzazione del secondo Centro olio lucano a Corleto Perticara, nelle cui campagne coltivate, nel novembre scorso, i Carabinieri del Noe hanno posto sotto sequestro un’area adibita a discarica abusiva per lo smaltimento di fanghi e detriti derivanti dalle perforazioni petrolifere. Lo si apprende da un’interrogazione dell’onorevole radicale Elisabetta Zamparutti ai ministri dell’Ambiente e della Salute, datata 24 novembre 2010. Un episodio questo che svela l’altra faccia dello sfruttamento petrolifero: lo smaltimento dei rifiuti e la totale assenza di impianti idonei, parallelamente a piani di gestione che prevedono ampliamenti di discariche, impiantistica e produzione di Cdr per inceneritori, cementifici e nascenti centrali a biomasse.

Il megastoccaggio in Val Basento. Giancarlo Sartori, dirigente della Geogastock spa – nel corso di un convegno organizzato a Ferrandina il 29 gennaio 2011 – non ha mai utilizzato il termine “affare”. Ragion per cui viene da chiedersi come mai si è deciso di investire proprio nello stoccaggio del gas in Basilicata. La risposta arriva dal giornalista Enzo Palazzo, in un articolo pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno dell’1 febbraio 2011: “Nonostante tre casualità, una geologica (la presenza di pozzi di idrocarburi), l’altra geografica (è al centro delle due dorsali di metanodotto, tirrenica e adriatica, che portano gas verso il nord Italia), e l’altra ancora geo-politica (è al centro anche delle direttrici che portano in Italia gas dal nord Africa e, in futuro, anche dalla Russia), consegnano a questa regione un destino, suo malgrado, di primo livello sul piano energetico nazionale. Si potrebbe dire da Bielorussia mediterranea, visto che in Basilicata, con molta probabilità, si girerà il rubinetto del gas che riscalderà l’Italia”. Un progetto da 800 milioni di metri cubi di gas per il quale la Geogastock (spa nata da una scissione societaria con la Geogas srl, il cui capitale azionario appartiene per l’80% alla Energetic Source di Paderno Franciacorta, in provincia di Brescia, controllata da Avelar Energy Group, holding europea della Renova, colosso energetico guidato dal russo Viktor Vekselberg a capo dell’impero dell’alluminio), si stima, potrebbe mettere sul piatto 350 milioni di euro. Un investimento iniziale che se non dovesse risultare un “affare” per la società, allora gli amministratori locali – che stanno alimentando “speranze di sviluppo” per una valle, come quella del Basento, perimetrata Sito d’interesse nazionale ancora in attesa di bonifica – rimarrebbero ancora una volta delusi. Mentre sembrano archiviate al momento le scaramucce politiche locali sedate da accordi compensativi che prevedono 3 milioni di euro per i tre comuni (Ferrandina, Salandra e Pisticci) coinvolti nelle concessioni “Grottole-Ferrandina” e “Pisticci” di località Cugno Le Macine e Serra Pizzuta destinate allo sfruttamento, nonché altri 3 milioni di euro per la Regione (oltre a diverse sponsorizzazioni già elargite dalla Geogastock per Ferrandina, come la festa di San Rocco e la squadra di calcio locale), la partita contrattuale oggi sembra svilupparsi su un fronte molto più delicato. L’Eni – ancora titolare della concessione detenuta fin dal 1960 – sembra ostacolare il passaggio formale alla società della Franciacorta, così come la Regione Basilicata che, a detta di Liliana Panei del Dipartimento energia del ministero dello Sviluppo economico, da oltre un anno deve presentare al dicastero l’intesa definitiva. Un braccio di ferro che, probabilmente, trova fondamento nella “famosa sesta gamba del cane”: il business del gas, che potrebbe passare proprio dalla Basilicata. Solo pensando a questo scenario è giustificabile tanta attenzione intorno ad uno stoccaggio pari al 5% di quello nazionale. Inoltre, alcuni dei pozzi destinati all’immagazzinamento del gas risultano ancora inquinati da metalli ed idrocarburi pesanti. Un problema che unitamente alla mancanza del Piano della qualità dell’aria e del Piano di gestione dei rifiuti, sta ritardando l’ultimo sì e mettendo l’una contro l’altra Eni e Geogastock. Un rapporto che potrebbe ulteriormente incrinarsi se chi subentra nello stoccaggio deciderà di avvalersi dell’articolo 1 comma 17 della legge 239 del 2004 e del decreto attuativo del 6 agosto 2010 del ministero dello Sviluppo economico, inerente l’esenzione dalla disciplina che prevede “il diritto di accesso a terzi, a favore delle imprese che investono nella realizzazione di nuovi stoccaggi in sotterraneo di gas naturale o in significativi potenziamenti delle capacità di stoccaggio esistenti. Esenzione che potrebbe riguardar un periodo di 20 anni e fino all’80% della nuova capacità di stoccaggio”. La Geogastock potrebbe stoccare il gas lucano, stabilendo rapporti prioritari anche con un solo grosso committente fino all’80% dello stoccaggio, forse l’Enel.

In tour tra i pozzi. Finora la Regione ha incassato dall’Eni circa 500 milioni di euro di royalties, 144 milioni solo nel 2010, gestiti con il Programma Operativo Val d’Agri, Melandro, Sauro, Camastra. Un gettito costante a fronte del quale si assiste ad un preoccupante aumento della disoccupazione e dell’emigrazione. Pochi investimenti occupazionali ma tanta spesa corrente, come quella necessaria per colmare fino al 93% dei debiti della Sanità. Comuni con ricchissimi bilanci straordinari e poveri bilanci ordinari. Ad oggi l’unico “beneficio economico di importo superiore, su base annua, a 30 euro per beneficiario” di “nazionalità lucana” è la petrol card, distribuita e gestita con oneri a carico del capitolo 3593 dello stato di previsione del ministero dello Sviluppo economico. 30 euro di sconto annuo sulla benzina, per ogni patentato. Ma le royalties sono state utilizzate anche per altro. Nel 2008, ad esempio, 600mila euro sono andati per il conferimento dei percolati della discarica di contrada Frontoni di Santarcangelo presso l’inceneritore EDF-Fenice di Melfi. E mentre l’Eni, con obiettivi di marketing territoriale, lancia i “grandi attrattori” ed i tour turistici tra i pozzi, la Total con 200mila euro ha dato il suo contributo al film del lucano Rocco Papaleo “Basilicata coast to coast”, finanziato al “tavolo paritetico” tra Regione, compagnie petrolifere e Agenzia di promozione turistica.

Non solo petrolio. Il 29 dicembre 2010, con l’approvazione della delibera di Giunta n.2260, la Regione Basilicata – indicando le Linee guida per l’attuazione degli obiettivi del Piear (Piano di indirizzo energetico ambientale regionale), inerenti l’esercizio di impianti su terraferma per la produzione di energia da fonti rinnovabili – si è anche lanciata sulle rinnovabili e sui relativi incentivi pubblici. Un esercito di società a responsabilità limitata che alla data del 15 gennaio hanno depositato la documentazione necessaria per accedere ad una vera e propria “asta energetica” che mette in palio 981 megawatt per eolico, 359 megawatt per fotovoltaico, 50 megawatt per biomassa e 40 megawatt per idroelettrico, per una potenza complessiva di oltre 1.400 megawatt, eccedente di tre volte il fabbisogno stimato. Ben 155 aziende, molte create ad hoc e tante prestanome di multinazionali, che potranno sfruttare incentivi e facilitazioni normative, le quali consentiranno senza procedure di compatibilità ambientale e con una semplice Dichiarazione d’inizio attività (Dia) la realizzazione di impianti eolici e fotovoltaici fino ad un megawatt. Un modello di sviluppo sponsorizzato dal governatore lucano Vito De Filippo, quando afferma che “miriamo all’industria energetica puntando ad avvicinarci all’impatto zero sull’ambiente, contrapponendo un modello di ‘green energetic valley’ a chi, anche nel nostro Paese, insegue modelli ancora basati sulle energie fossili, o addirittura, su una tecnologia nucleare”. Dichiarazioni che sembrano stonate nella Basilicata della caccia all’oro nero.

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1 commento



  1. enzo palazzo - 19 maggio 2011 at 16:59

    Quadro allarmante, parola di enzo palazzo che di professione fa l’allarmista….. Come sempre hai fatto un’ottima e completa analisi.

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