Trivelle in Basilicata, quel “reciproco interesse” di Regione ed Eni

Mentre le associazioni, i cittadini e gli studenti della Basilicata protestavano contro lo Sblocca Italia e chiedevano alla Giunta Regionale di impugnare le nuove norme dinanzi la Corte Costituzionale, così come hanno fatto sette altre Regioni, era già in atto una trattativa tra Regione Basilicata e compagnie petrolifere, dai risvolti noti e meno noti.

Il petrolio lucano è di “interesse strategico nazionale”. Sottolinea questo la delibera n.1038 del 3 settembre 2014, solo da qualche giorno scaricabile sul sito della Regione. Un documento redatto su “indicazioni” del Comitato Paritetico Regione-Eni-Shell del 28 maggio 2014, riunitosi – a più riprese – per modificare il Protocollo d’intenti sottoscritto il 18 novembre 1998 tra Regione ed Eni e i conseguenti accordi attuativi varati il 24 giugno 1999. Un percorso serrato nel corso del quale le parti si sono poste l’obiettivo di completare “nel reciproco interesse” il programma di sviluppo petrolifero della Val d’Agri, necessario al raggiungimento della soglia produttiva giornaliera di 104mila barili di greggio. Ovvero, aprire la strada per l’aumento delle estrazioni.

Per farlo, l’Eni deve perforare 6 nuovi pozzi: “Cerro Falcone 7” e “S. Elia 1” in località Civita di Marsicovere, “Caldarosa 2” e “Caldarosa 3“ a Calvello, “Enoc 6” e “Enoc 7” a Viggiano. Non senza problemi, perché sui primi 4 pozzi pendono i pareri negativi della Soprintendenza ai beni paesaggistici della Basilicata, mentre sugli ultimi 2 si registra il ‘no’ del sindaco del comune di Viggiano che lamenta la troppa vicinanza delle opere al centro abitato e alla piazza Papa Giovanni XXIII, dove si svolge la tradizionale processione della Madonna nera, protettrice della Basilicata. Ed è proprio al superamento di questi intoppi burocratici e opposizioni locali pensa la multinazionale di San Donato Milanese.

Infatti, al fine di scongiurare un ulteriore ritardo operativo che “potrebbe determinare entro l’anno conseguenze negative in termini di produzione e di introiti fiscali”, si sta spingendo molto per riesaminare quelle “valutazioni negative espresse dalla Soprintendenza”. In questo l’Eni ha un alleato importante che è proprio la Regione Basilicata, la quale – mentre i cittadini, le associazioni e gli studenti lucani sul finire del 2014 chiedevano di impugnare la legge Sblocca Italia – aveva già sottoscritto la sua “disponibilità preliminare a consentire ad Eni la presentazione di un’istanza al Governo per la dichiarazione di progetto di interesse strategico nazionale, che permetterebbe significative semplificazioni autorizzative e riduzione dei tempi di attuazione. La Regione esprimerà parere favorevole in Giunta e poi, auspicabilmente, in Consiglio Regionale dopo l’avvio della procedura ministeriale condivisa.”

In poche parole, ancor prima dell’effettiva entrata in vigore della legge Sblocca Italia, la Regione – siamo nel settembre 2014 – sottolineava il carattere strategico dei giacimenti di greggio lucani e le “significative semplificazioni autorizzative e riduzione dei tempi di attuazione”.

Aumentano le estrazioni, aumentano i reflui da smaltire. Nella delibera n.1038 del 3 settembre 2014 si parla anche di acque di produzione e del loro smaltimento. L’Eni starebbe trovando una soluzione alternativa al pozzo di reiniezione “Monte Alpi 9 OR” in merito al quale la Regione comunica il perdurare delle condizioni di difficoltà operative per l’immediata realizzazione. Le difficoltà operative – come abbiamo già avuto modo di documentare – riguardano i mancati permessi a costruire da parte del Comune di Grumento Nova che, applicando il Principio di precauzione, si oppone alla reiniezione in quanto il pozzo “Monte Alpi 9 OR“ è ubicato in zona sismica.

Nello specifico, con una apposita delibera del 2012, l’amministrazione comunale di Grumento Nova fa rivelare che “la Val d’Agri è tra le aree appenniniche più attive sia sotto il profilo della frequenza degli eventi, sia sotto quelle delle magnitudo […] Il sisma del 1857 che vide la morte di 9.591 persone, quello disastroso del 1980, nonché la nuova crisi sismica verificatasi per un anno a partire dal 05 maggio 1990, hanno fatto chiarezza sui grandi rischi presenti nella zona, tanto che l’Istituto Nazionale di Geofisica ha identificato la Val d’Agri come area a massimo rischio sismico”.

Sulla reiniezione delle acque di strato – e sui rischi connessi – si pronunciò nel 1977 il ministero dei Lavori Pubblici con una delibera nella quale veniva sottolineato come il ricorso alla reiniezione delle acque di strato nei pozzi di reiniezione si rende possibile solo in assenza di soluzioni alternative, tecnicamente ed economicamente valide ed “in zone sismicamente stabili”.

In attesa di superare anche questo intoppo burocratico, l’Eni corre ai ripari e – come divulgato nei giorni scorsi dall’Organizzazione lucana ambientalista – avrebbe individuato nel pozzo “Enoc 1” un valido sostituto, che garantirebbe – per mezzo di un progetto pilota – una capacità di reiniezione fino a 1000 metri cubo al giorno di acqua di produzione. Anche il pozzo “Enoc 1”, come il “Monte Alpi 9 OR”, è ubicato in zona altamente sismica, oltre che in area protetta. E i sindaci dei comuni interessati, interpellati, sembrerebbero non sapere ancora nulla.

I pozzi di reiniezione sono fondamentali per il raddoppio delle attività estrattive in quanto necessari a smaltire il notevole incremento delle acque di strato dal giacimento della Val d’Agri incrementatosi a partire dal 2006. Ufficialmente le acque di strato smaltite presso il pozzo “Costa Molina 2” sarebbero, secondo il Local Report 2013 redatto dall’Eni, pari a 2.500 metri cubi al giorno, per un totale annuo di 90 milioni di metri cubi. Miliardi i metri cubi di reflui reiniettati in 12 anni di attività del pozzo.

Insomma, c’è più di un nodo da sciogliere, e quello predominante per la Basilicata riguarda l’impatto sull’ambiente. Nonostante questo, la campagna di comunicazione avviata nelle ultime settimane dal governatore lucano, Marcello Pittella, punta tutto su “incentivi a favore del sistema produttivo lucano e misure di sostegno al reddito mediante strumenti di incentivazione per l’accesso a iniziative di inserimento occupazionale e sociale per i soggetti più deboli”, come previsto da un accordo firmato il 19 marzo 2015 con il ministero dello Sviluppo economico, destinato a regolamentare il trasferimento e l’ambito di spesa di nuove risorse economiche derivanti dal “Fondo 3% delle royalties”, legato alle attività estrattive.

Un accordo che va a sostituire – grazie all’articolo 36 della legge Sblocca Italia – la carta carburante con una “carta sociale”, cioè una social card, come è stata definita, data in cambio dell’aumento della produzione giornaliera di greggio e di autorizzazioni più veloci.

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