Oleodotto Viggiano-Taranto verso il raddoppio?

Centoquaranta chilometri di tubo. Un’imponente infrastruttura, entrata in funzione nell’ottobre del 2001, che collega il centro olio di Viggiano, in provincia di Potenza, con la raffineria di Taranto. Nel bel mezzo il Parco nazionale Appennino Lucano Val d’Agri-Lagonegrese. Tutto targato Eni spa.

Oggi, la grande opera petrolifera tra Basilicata e Puglia potrebbe essere raddoppiata. Infatti, l’incremento di greggio lucano in arrivo da Tempa Rossa a Corleto Perticara (50 mila barili al giorno), ricadente nella Concessione “Gorgoglione” (della Total), imporrebbe un adeguamento. Perché, con l’ aumento del numero di barili estratti a Viggiano giornalmente (da 90 mila a 104 mila) – ai quali è necessario aggiungere ulteriori 26 mila barili al giorno in arrivo dai nuovi pozzi da realizzarsi nel territorio di Marsico Nuovo – si arriverebbe ad un totale di circa 200 mila barili quotidiani, che farebbero risultare insufficiente la capacità di trasporto esistente dell’oleodotto (ovvero, 50 mila barili ogni 24 ore/2 milioni e settecentomila tonnellate all’anno).

L’alternativa al raddoppio potrebbe essere il trasporto del greggio estratto in Val d’Agri, verso Taranto, via autobotti o il suo stoccaggio in nuovi depositi di capacità sufficiente che Eni spa dovrebbe realizzare a Viggiano (ampliamento del centro olio ad aree limitrofe) e Corleto Perticara. È presumibile che l’incremento di 110 mila barili richieda, quindi, nuove aree di stoccaggio (2 depositi da 180 mila metri cubi) e di raffinazione a Taranto, portando alla necessità di un nuovo oleodotto e ad uno spreco di acqua equivalente al volume contenuto nella diga del Pertusillo, ovvero 160 milioni di metri cubi.

La linea nera che lega la Basilicata alla Puglia. Tempa Rossa non è solo l’ultima zona franca lucana conquistata dalle compagnie minerarie, ma anche il nome – a tratti evocativo – del progetto Eni di ampliamento del mega-impianto di raffinazione di Taranto, che qualche giorno fa ha incassato il sì del ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo. Un ampliamento che porterà a riversare nelle due regioni ulteriori incrementi di scarichi gassosi pari a circa 40 mila kg/anno di Composti Organici Volatili, diossina e H2S (Idrogeno Solforato), che vanno ad aggiungersi ad altre sostanze cancerogene presenti nell’aria, sul suolo e nel sottosuolo: bario, cromo, idrocarburi, toluene e benzene, per citarne alcune. Un comune destino. Un doppio filo nero che lega l’attività mineraria e la gestione delle acque lucane con la Puglia, per una serie di cause ed effetti simili e preoccupanti così come l’inquinamento del Pertusillo e delle sorgenti dimostra. Se gli agnelli che pascolano e brucano sotto il centro oli di Viggiano – come affermato dagli allevatori del posto – sono diventati sterili, 1500 tra agnelli e bovini presenti nei dintorni dell’area industriale di Taranto sono stati invece abbattuti perché mortalmente inquinati da diossina e metalli pesanti. Se nell’area di Viggiano le patologie cardiorespiratorie tra il 1997 e il 1999 (come affermato nella relazione sanitaria regionale del 2000, poi interrotta) colpivano già il 44% degli abitanti contro il 19% del resto dei lucani, a Taranto la media delle patologie cardiorespiratorie, dei tumori e della mortalità infantile è 5 volte superiore alla media nazionale.

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