Le trivelle in mare si affondano con il referendum

L’obiettivo è fermare le trivellazioni off-shore per la ricerca di idrocarburi sulle coste italiane. Per questo è stata avanzata la proposta di abrogazione, tramite referendum, di una parte dell’articolo 35 del “decreto Sviluppo” coinvolgendo almeno cinque Regioni che però continuano a temporeggiare trattando con il Ministero dello Sviluppo economico.

Fermare le trivelle off-shore si può. O quanto meno far decidere i cittadini sul futuro dei nostri mari. La pensano così 141 associazioni – e quasi 90 tra artisti, scrittori, docenti, costituzionalisti e giornalisti – che, da Nord a Sud, hanno sottoscritto la proposta di abrogazione di una parte dell’articolo 35 del “decreto Sviluppo”, avanzata dal Coordinamento nazionale No Triv e dall’associazione “A Sud” lo scorso 6 luglio 2015 (in basso la richiesta alle Regioni). Una proposta che, a distanza di due mesi, viene reiterata con una nuova missiva trasmessa il 3 settembre 2015 a tutte le Regioni italiane. Perché entro il 30 settembre almeno 5 Consigli regionali devono deliberare in favore del referendum abrogativo.

L’articolo 35 del “decreto Sviluppo” – convertito con modificazioni dalla legge n.134 del 7 agosto 2012 – fu voluto da Corrado Passera, ministro allo Sviluppo economico del Governo Monti al fine di incentivare la “crescita sostenibile” del Paese. Nella sostanza, invece, è un condono vero e proprio per le trivellazioni petrolifere in mare. Soprattutto per quei procedimenti concessori in corso alla data di entrata in vigore del cosiddetto ‘correttivo ambientale’.

Con ‘correttivo ambientale’ si fa riferimento al decreto legislativo n.128 del 29 giugno 2010, a firma dell’allora ministro all’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, che andava ad integrare il Testo unico dell’Ambiente (152/2006) in seguito all’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon della British Petroleum, avvenuta il 20 aprile 2010 nel Golfo del Messico. Mosso dall’onda emotiva, il ministro chiese – e ottenne – che le attività petrolifere fossero vietate lungo tutta la fascia costiera italiana. Nel 2012 intervenne Corrado Passera, che, pur estendendo il divieto alle 12 miglia, lo circoscrisse ai soli progetti futuri, sbloccando – di fatto – tutti i procedimenti che erano in corso al 2010 e che erano stati bloccati dal Governo Berlusconi.

Per queste ragioni il Coordinamento nazionale No Triv e l’associazione “A Sud”, denunciando un’accelerazione dei procedimenti entro le 12 miglia (alcuni anche entro le 5 miglia) – quasi 30 secondo i dati forniti dal ministero dello Sviluppo economico, con 4 regioni coinvolte (Marche, Abruzzo, Molise e Puglia) – rilanciano per la primavera del 2016 la strada del referendum abrogativo, contemplata dall’articolo 75 della Costituzione, che da una parte eviterebbe il rischio di non raggiungere le 500 mila firme previste e, dall’altra, inchioderebbe le amministrazioni locali alle loro responsabilità. Anche perché su questo tema i presidenti di Giunta e Consiglio regionali stanno indugiando da tempo.

Ricordiamo, infatti, che il 9 novembre 2012 i Consigli regionali di Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche, Abruzzo e Puglia lanciarono una proposta di referendum popolare “a salvaguardia dell’Adriatico e delle sue coste” approvando all’unanimità un documento che impegnava tutte le assemblee legislative regionali d’Italia a chiedere l’abrogazione proprio dell’articolo 35 del “Decreto Sviluppo. Di quell’impegno non si è saputo più nulla. Così come sembra più lacunosa la posizione dei governatori di Basilicata, Puglia e Calabria che a partire dal 15 luglio 2015 – giorno della manifestazione di Policoro organizzata dagli stessi in difesa del mare – hanno dato vita ad una sorta di trattativa con il ministero dello Sviluppo economico per cercare di trovare un accordo.

Dal ministero fanno sapere che “i rappresentanti delle Regioni hanno manifestato la loro contrarietà all’avvio delle attività di prospezione e ricerca offshore nello Ionio e nell’Adriatico in quanto contraddittorie rispetto alle politiche avviate dalle stesse Regioni, chiedendo al Governo una moratoria di questi programmi (pena la deliberazione a favore del referendum abrogativo, ndr). Il sottosegretario Simona Vicari, ascoltate le posizioni delle Regioni, si è impegnata ad approfondire questi temi con il ministro Federica Guidi e con la presidenza del Consiglio, annunciando un nuovo incontro con le Regioni da convocare entro la prossima settimana”. Non ci sono notizie di nuovi incontri tra Ministero e Regioni, con queste ultime che non hanno ancora deliberato nulla, in balia di dibattiti interni tra favorevoli e contrari.

La richiesta di abrogazione dell’articolo 35 del “decreto Sviluppo” si inserisce nel dibattito avviato tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015 con l’impugnazione del decreto “Sblocca Italia” da parte di 7 Regioni, cui si aggiungono i numerosi ricorsi presentati al Tar Lazio contro i decreti di compatibilità ambientale e contro il nuovo “disciplinare tipo” che rende operativo lo “Sblocca Italia”. Oltre a questo, Possibile – il nuovo soggetto politico fondato da Giuseppe Civati – ha lanciato una campagna referendaria che su otto quesiti proposti due hanno come oggetto l’abrogazione di alcune parti dell’articolo 35 del “decreto Sviluppo” e dell’articolo 38 del “decreto Sblocca Italia”.

“La nostra richiesta alle Regioni – sottolinea Enzo Di Salvatore, professore di Diritto costituzionale italiano e comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza di Teramo – è circoscritta al ‘decreto Sviluppo’ e non allo ‘Sblocca Italia’, in quanto il Coordinamento Nazionale No Triv ha ritenuto di dover mantenere gli impegni assunti in seno al Coordinamento per la Democrazia costituzionale (di cui fa parte, ndr) che nell’assemblea tenutasi a Roma il 15 giugno scorso ha deciso di dare avvio ad una campagna referendaria su diverse questioni, tra le quali quella sullo ‘Sblocca Italia’, solo a partire dal prossimo anno”. “La richiesta referendaria sul ‘decreto Sviluppo’, che non è parte di quegli impegni, è dettata – continua il professor Di Salvatore – da ragioni di urgenza: i progetti di legge presentati da diverse forze politiche in Parlamento e finalizzati a bloccare i procedimenti in corso non sono andati a buon fine. E poiché i procedimenti relativi a progetti petroliferi ricadenti entro le 12 miglia marine potrebbero chiudersi nel giro di un anno, non resta che tentare la strada del referendum.”

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