Comitati contro i pozzi: a volte vincono

Con una missiva del 26 giugno, Eni ha ufficialmente ritirato il progetto di perforazione del pozzo esplorativo “Carpignano Sesia 1”, che prende il nome del comune in provincia di Novara che avrebbe dovuto ospitare l’opera, al centro di un giacimento da 245 milioni di barili di greggio. Determinante l’opposizione dei comitati.

Con una missiva inviata al ministero dello Sviluppo economico, alla Regione Piemonte, alla Provincia di Novara ed alle Amministrazioni comunali interessate dal permesso di ricerca di idrocarburi “Carisio”, l’Eni -in data 26 giugno 2013- ha ufficialmente ritirato il progetto di perforazione del pozzo esplorativo “Carpignano Sesia 1”, che prende il nome del comune in provincia di Novara che avrebbe dovuto ospitare l’opera, al centro -secondo Eni e Petrolceltic- di un giacimento da 245 milioni di barili di greggio. Invece, a Carpignano Sesia, la multinazionale di San Donato Milanese ha trovato una decisa opposizione da parte dei cittadini, intenzionati a difendere con tutti i mezzi il proprio territorio. Una “battaglia” che Altreconomia ha seguito dalle prime battute, raccontando il percorso di lotta di una comunità che ha avuto inizio nei primi mesi del 2012.

“Tale decisione -si legge nella lettera a firma di Leonardo Spicci, responsabile del Distretto Centro-Settentrionale di Eni- è motivata dall’intenzione […] di presentare, entro un anno, un nuovo progetto di perforazione del pozzo esplorativo che abbia maggiore flessibilità in termini di ubicazione di superficie, con la finalità di allontanarsi ulteriormente dalle zone abitate e da quelle ritenute più sensibili da un punto di vista idrogeologico, naturalistico e sociale. Tale progetto includerà anche la valutazione di tecnologie idonee a ridurre le tempistiche di esecuzione del pozzo e conseguentemente i tempi di presenza dell’impianto di perforazione sul territorio”. In sostanza Eni riconosce l’impatto del pozzo esplorativo sul territorio, riservandosi però di ritornare alla carica nel giro di un anno con un nuovo progetto, la cui fattibilità -questa volta- sarebbe affidata e garantita allo sviluppo di “nuove tecnologie di perforazione proprietà di Eni che permetterebbero di spostare l’ubicazione del pozzo in un raggio di circa 5 chilometri dall’attuale ubicazione proposta”.

Potrebbe trattarsi di tecnologie -oggi migliorate- usate dalla compagnia nello sviluppo di pozzi deviati o orizzontali ad alta difficoltà operativa (alta pressione ed alta temperatura, ndr), con l’obiettivo di ridurre i tempi operativi. Tecnologie non nuove per l’area in questione. Infatti, proprio nel vicinissimo giacimento di Trecate, nel 1994 venne perforato il più profondo pozzo orizzontale in terraferma al mondo. Era il “Trecate 14”. 5.783 metri, invece, fu la profondità. Un’ipotesi ritenuta più che fattibile anche perché l’Eni non contempla la cosiddetta “opzione zero”, ovvero la non realizzazione del progetto, in quanto significherebbe rinunciare “alla crescita economicamente ed ambientalmente sostenibile del tessuto territoriale locale e nazionale ed a una prospettiva di lungo termine di mantenimento dei livelli occupazionali. Sono da tenere altresì in debito conto le ricadute economiche sul territorio anche in termini di sicurezza degli approvvigionamenti energetici e la riduzione del costo della bolletta energetica”. Prospettiva condivisa, del resto, dalla Regione Piemonte preposta alla concessione delle autorizzazioni e che in questo ultimo anno ha valutato osservazioni e contro-osservazioni al progetto di Via (Valutazione d’impatto ambientale) per la perforazione del pozzo “Carpignano Sesia 1”. Le parole di Roberto Ravello e Gian Luca Vignale -rispettivamente assessori regionali all’Ambiente e alle Attività estrattive- sono emblematiche in questo senso. Per il primo “superando comportamenti ideologici e strumentali che tendono ad instillare paure ingiustificate, nuove e sicure tecnologie potranno garantire la tutela dell’ambiente e rappresentare, al contempo, elementi di sviluppo per i territori, anche in termini occupazionali”. Per il secondo, invece, “le nuove tecniche di perforazione non rappresentano, quindi, una rinuncia o un passo indietro, bensì, una soluzione ottimale per garantire i 150 dipendenti diretti e indiretti del Centro Olio di Trecate, che essendo in esaurimento i pozzi trecatesi e senza nuove possibilità di approvvigionamento vedrebbero a rischio il loro posto di lavoro”. Sul piatto della bilancia -ancora una volta- l’occupazione legata all’indotto di Trecate e la promessa di royalties milionarie.

L’Eni e la Petrolceltic di fronte ad un piccolo paese di 2568 abitanti, alla prospettiva di autorizzazioni facili, ad intenti condivisi con il massimo Ente regionale, pensavano di non avere opposizioni. Invece, grazie all’impegno del locale Comitato “Difendiamo il nostro territorio” ed alla spinta dell’intero comprensorio novarese la strada si è complicata: due richieste di sospensione di decorso temporale, oltre un anno di stallo, richieste di integrazioni allo Studio d’impatto ambientale poco convincente, 5858 firme di contrarietà raccolte in pochi mesi nelle province di Novara, Vercelli e Biella ed, infine, il 22 luglio scorso una consultazione popolare, con oltre il 93% dei voti sancì il no allo sfruttamento del territorio carpignanese. Oggi questa momentanea rinuncia dell’Eni rappresenta un’evoluzione importante, simbolica e concreta al tempo stesso. Un risultato che sottolinea come tutelare il proprio territorio e frenare l’avanzata delle multinazionali è possibile. Un esempio per altri comitati ed associazioni che stanno vivendo la stessa esperienza.

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