Stoccaggi d’Italia, torna l’ombra del rischio sismico

Il ministero dell’Ambiente torna a prescrivere il rischio sismico per due nuovi progetti di stoccaggio sotterraneo di gas, questa volta in Abruzzo e nelle Marche (“Poggiofiorito” e “San Benedetto”). Le associazioni parlano di sismicità industriale e chiedono il blocco degli impianti.

Sugli stoccaggi sotterranei di gas ritorna l’ombra delle prescrizioni in tema di sismicità indotta. Infatti, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare – di concerto con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – nel decretare la compatibilità ambientale per i progetti di stoccaggio di gas “Poggiofiorito” (Abruzzo) e “San Benedetto” (Marche), entrambi della Gas Plus Storage srl, ha prescritto nuovamente il rischio sismico, come già fatto – il 15 ottobre 2012 – per il progetto di stoccaggio in sovrappressione di Sergnano, l’8 agosto 2013 per il progetto di stoccaggio di Bordolano – entrambi in provincia di Cremona ed entrambi della Stogit spa, società appartenente al gruppo Snam – ed come un pronunciamento dalla Commissione europea sul progetto di stoccaggio di Collalto, in Veneto.

Questa volta, la prescrizione sismica contenuta nei Decreti ministeriali n.165 del 19 giugno 2014 – per “Poggiofiorito (Abruzzo)” – e n. 166 del 19 giugno 2014 risulta essere più elaborata ed impone alla società che “la rete microsismica dovrà coprire un’area tale da comprendere almeno tutta la proiezione in superficie del giacimento e le stazioni di misura dovranno essere in grado di registrare sismi in un raggio di almeno 5 chilometri dai fondo-pozzo. Qualora la microsismicità riconducibile alle attività di esercizio dello stoccaggio eguagli o superi la Magnitudo Locale di 3.0, dovranno essere adottati dal soggetto gestore responsabile tutti gli accorgimenti opportuni atti a riportare la Magnitudo Locale massima dei sismi a valori inferiori a 2.0 […]”. In caso di superamento di tale valore scatterebbe l’obbligo di informazione agli enti coinvolti nei procedimenti.

Ma, i decreti 165 e 166 del 19 giugno 2014, dicono altro. Perché correlati, per la prima volta, da una relazione plenaria della Commissione Tecnica di Verifica dell’impatto Ambientale riguardanti proprio le prescrizioni sismiche per i progetti di stoccaggio di gas italiani. La Commissione VIA, in un documento di 24 pagine datato 13 dicembre 2013 e protocollato 8 gennaio 2014, cerca di sintetizzare il problema della sismicità indotta consigliando alle aziende di realizzare delle reti microsismiche come unica forma di controllo. Un suggerimento, ancor meglio se attività obbligatoria, che sarebbe stato incentivato dalla particolare sensibilità dell’opinione pubblica al problema sismico – molto probabilmente a seguito del terremoto del 2012 verificatosi in Emilia ed ai correlati lavori della Commissione Ichese – più che “all’effettiva possibilità dell’avverarsi di dinamiche correlate all’esercizio di tali strutture energetiche”, per le quali si potrebbe parlare di potenziale rischio di microsismicità indotta o sismicità attiva ma solo – in casi sporadici – per i progetti di stoccaggio attivi negli Stati Uniti, mancando nel nostro Paese una letteratura scientifica di settore.

Dalla Commissione Tecnica di Verifica dell’impatto Ambientale, insomma, sembrano arrivare delle linee guida che sembrerebbero avere la sola funzione di certificare il rischio sismico, perché l’Italia non è la Spagna e i nostri progetti – che devono andare avanti – non sono il progetto Castor, al largo delle coste di Valencia.

Lo sanno bene e lo temono i cittadini e le associazioni della provincia di Cremona che da anni si battono per fermare lo stoccaggio di gas nel loro territorio. “In Italia sembra prassi ormai consolidata – dichiara Enrico Duranti del Comitato No Gasaran di Sergnano – riconoscere la sismicità indotta contro ogni Principio di Precauzione e prevenzione. In questo modo possiamo parlare di ‘sismicità industriale’, che a cascata dovrà essere riconosciuta su tutti i siti di stoccaggio, di coltivazione di idrocarburi e di progetti di geotermia, in quanto il nostro Paese rappresenterà la logistica del gas per l’Europa grazie a ad alcuni progetti che si basano su pozzi di stoccaggio molto vicini, se non dentro, a sorgenti sismogeniche”. E i progetti di stoccaggio “Poggiofiorito” e “San Benedetto del Tronto” rientrano in quell’elenco degli stoccaggi d’Italia considerati essenziali per il sistema nazionale di immagazzinamento e distribuzione del gas naturale.

Il progetto “Poggiofiorito”, le cui attività ricadrebbero nel Comune di San Martino sulla Marrucina, in provincia di Chieti, prende il nome da un vecchio giacimento di gas scoperto nel 1971 – all’interno dell’area della Concessione di Coltivazione “Filetto” (10,19 chilometri quadrati) -, che negli anni ha visto la perforazione di 7 pozzi, ai quali – ai fini della riconversione del campo a stoccaggio – andranno ad aggiungersi operazione di perforazione di altri 2 nuovi pozzi, una nuova perforazione in regime di work over, la realizzazione di una nuova centrale di compressione del gas e di una centrale di trattamento. Il progetto finale prevede lo stoccaggio, in 5 pozzi, di 157 milioni di metri cubi di gas ed andrebbe ad aggiungersi ad altri 2 progetti ricadenti in territorio abruzzese – “Cellino” (Edison / 118 milioni di metri cubi di gas) e “Fiume Treste” (Stogit / 4.605 milioni di metri cubi) – configurando l’Abruzzo, con circa 5 miliardi di metri cubi stoccati nel proprio sottosuolo (quanto la riserva strategica nazionale), il primo grande snodo del centro-sud.

Il progetto “San Benedetto”, le cui attività ricadrebbero nel Comune di San Benedetto del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno, prevede la realizzazione di una centrale di compressione e trattamento del gas e della perforazione di 6 nuovi pozzi che, a pieno regime, potrebbero stoccare una quantità di gas pari a 522 milioni di metri cubi. Lo stoccaggio “San Benedetto” – così come “Poggiofiorito” – è controllato dalla Gas Plus Storage srl del gruppo Gas Plus, con partecipazioni di Acea e Gaz de France. Il gruppo Gas Plus – quello titolare del giacimento “Cavone”, in Emilia – è il quarto produttore italiano di gas naturale dopo Eni, Edison e Shell. È attivo nei principali settori della filiera del gas naturale, in particolare nell’esplorazione, produzione, acquisto, distribuzione e vendita sia all’ingrosso sia al cliente finale. “Al 31 dicembre 2013 – come dichiara la stessa Gas Plus – il Gruppo detiene 50 concessioni di coltivazione distribuite su tutto il territorio italiano, ha commercializzato all’ingrosso nell’anno 2013 circa 350 milioni di metri cubi di gas, gestisce complessivamente circa 1.500 chilometri di rete di distribuzione e trasporto regionale localizzati in 37 Comuni, serve complessivamente 80.000 clienti finali, con un organico di 215 dipendenti”.

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